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Prima ancora di sapere se ci piace

Ci sono libri che, ancora prima di essere aperti, partono con un piccolo vantaggio.

Non sappiamo se ci piaceranno. Non conosciamo la storia, non abbiamo letto una riga e, qualche volta, non conosciamo neppure l’autore. Eppure un libro può sembrarci già più affidabile di un altro.

Basta un nome. Non necessariamente quello dello scrittore.

Quello della casa editrice.

Se è conosciuta, quel nome porta con sé qualcosa che il libro, da solo, non potrebbe ancora avere: una storia precedente alla nostra lettura. Qualcuno lo ha scelto, valutato, inserito in un catalogo. E quella scelta può diventare una garanzia prima ancora che abbiamo letto una sola pagina. Non necessariamente la garanzia che il libro ci piacerà. Quella, evidentemente, nessuno può darcela. Piuttosto una specie di credito iniziale: se è arrivato fin qui, vale almeno la pena guardarlo. E quella fiducia può avere origini molto diverse. A volte associamo una casa editrice a un autore diventato famoso, a un libro che ha venduto moltissimo o a un titolo che, per un certo periodo, abbiamo visto praticamente ovunque. E quel successo finisce inevitabilmente per diventare anche parte della reputazione della casa editrice. Così, quando incontriamo un nuovo libro pubblicato dalla stessa casa editrice, è possibile che di quell’autore non sappiamo assolutamente nulla. Non conosciamo il suo modo di scrivere, non abbiamo mai letto una sua pagina e magari non abbiamo neppure mai sentito il suo nome. Eppure partiamo già con una certa fiducia, perché conosciamo il nome che compare sulla copertina insieme al suo. In qualche modo, quel libro non parte davvero da zero. Quando quel nome non c’è, invece, le cose cambiano.

Un libro autopubblicato non può contare su quella fiducia iniziale. Se non conosciamo già chi lo ha scritto, davanti a noi abbiamo soprattutto quello che il libro riesce a raccontarci di sé: il titolo, la copertina, l’argomento, qualche pagina da leggere. E dobbiamo decidere da lì se avvicinarci oppure no.

Ma non succede soltanto con i libri. Succede anche con i luoghi.

Un ristorante di cui parlano tutti può sembrarci già una buona scelta prima ancora di aver assaggiato qualcosa. Magari è difficile trovare un tavolo, compare nelle guide, è frequentato da persone conosciute o semplicemente il suo nome continua a tornarci davanti. Quando finalmente ci andiamo, non entriamo in un luogo completamente sconosciuto: entriamo anche dentro la reputazione che quel luogo si è già costruito. E può succedere lo stesso quando scegliamo una vacanza. Ci sono destinazioni che arrivano fino a noi accompagnate da immagini, racconti, classifiche, fotografie viste centinaia di volte. Sappiamo che quello è un posto in cui vale la pena andare ancora prima di esserci stati.

Poi magari, durante un viaggio, finiamo quasi per caso in un paese di cui non avevamo mai sentito parlare. Nessuno ce lo aveva consigliato, non era nella lista delle cose da vedere e non avevamo salvato dieci fotografie prima di partire. Eppure potrebbe essere proprio il luogo che ci rimane più impresso.

La differenza è che a uno abbiamo concesso attenzione prima ancora di conoscerlo; l’altro ha dovuto conquistarsela quando ce lo siamo trovati davanti.

Ed è qui che la cosa comincia a incuriosirmi davvero.

Perché allora non riguarda più soltanto i libri, i ristoranti o i luoghi in cui scegliamo di andare. Riguarda quel piccolo vantaggio che alcune cose possiedono perché il loro valore ci è stato raccontato prima ancora che potessimo scoprirlo da soli.

A volte incontriamo prima la reputazione di qualcosa e soltanto dopo la cosa stessa.

E forse è proprio per questo che, da quando è uscito Giornale di Bordo – Volume 1, Rotta 001, mi sono accorta di una cosa che non avevo previsto. Il libro è uscito il 1° settembre ed è autopubblicato. Mentre cominciava a muovere i suoi primi passi fuori dalle mie mani, si è ritrovato esattamente dentro la situazione di cui ho parlato fin qui.

Non ha una casa editrice conosciuta che lo precede. Non ha un marchio che possa suggerire al lettore: qualcun altro lo ha già scelto per te. Ha un titolo, una copertina, un argomento, delle pagine e il nome di chi lo ha scritto.

In qualche modo, deve presentarsi da solo.

Ed è stato proprio osservando ciò che cominciava ad accadere intorno al libro che mi sono ritrovata a fare quello che faccio da tempo.

“Questa me la segno.”

Perché Giornale di Bordo nasce esattamente così: da qualcosa che, mentre accade, mi lascia una domanda. La annoto e la lascio lì. A volte rimane sola. Altre volte, invece, la realtà sembra riportarmela davanti: cambia la situazione, cambiano le circostanze, ma qualcosa mi fa tornare a quella prima annotazione. Ed è allora che comincio a seguirla. Senza sapere dove mi porterà. Quando una direzione comincia a emergere, quella diventa la mia Rotta.

Adesso Giornale di Bordo – Volume 1, Rotta 001 è uscito e, per la prima volta, non sono più io a decidere dove andrà. Potrà finire nelle mani di qualcuno che mi conosce da anni oppure di qualcuno che non ha mai sentito il mio nome. Potrà essere cercato, consigliato, incontrato per caso, oppure scelto semplicemente perché qualcosa, lì dentro, ha acceso una curiosità.

Da qui in poi, la Rotta non appartiene più soltanto a me.