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Un guinzaglio non è scandalo. Lo è quello che ci vedi.

Perché giudichiamo subito quello che non capiamo

È una foto. Scattata a Milano. Una donna cammina tenendo un uomo al guinzaglio. Lui è a quattro zampe. La guardi e, nel giro di pochi secondi, hai già deciso cos’è. Succede subito. Ti basta un attimo per sapere già cosa stai vedendo. O meglio, per crederlo. Non c’è quel momento in cui ti fermi e pensi: ‘non so cosa sto guardando’. Eppure è proprio lì che inizierebbe l’osservazione.

Quando scorri i commenti sotto la foto ti accorgi che quella stessa immagine diventa tutto e il contrario di tutto. Per qualcuno è follia, per altri libertà, per altri ancora umiliazione, provocazione, marketing. Non stanno guardando la stessa cosa, stanno riempiendo quella foto con ciò che riescono a sostenere. È come se quella foto fosse solo un contenitore e ognuno ci versasse dentro qualcosa di proprio, qualcosa che gli permette di metterle subito un’etichetta e passare oltre.

Il punto non è capire, è trasformare quella sensazione in qualcosa di gestibile. Sbagliato, giusto, estremo, normale. Non importa quale parola si sceglie, importa sceglierne una. Serve a rimettere tutto al suo posto. Quando il fastidio continua, si va oltre la foto. Si va nei commenti. Si leggono i commenti per trovare dove intervenire. Non per capire, ma per dire la propria, per correggere, per attaccare. A quel punto la scena scompare e rimani tu che difendi la tua posizione.

E a un certo punto arriva quella parola, e arriva quasi subito: scandalo. Basta dirla e tutto sembra sistemato. Come se bastasse nominarla per non dover restare ancora davanti a quello che si è visto. Ma lo scandalo non è dentro la foto. Sta nel fatto che non si riesce a collocarla. Sta in quel momento in cui qualcosa non rientra nei codici che si usano di solito, nei ruoli che si riconoscono, nelle dinamiche che si sono viste mille volte. ‘Scandalo‘ non descrive davvero la scena, descrive la distanza tra noi e quello che si sta guardando. Più quella distanza è grande, più la parola diventa utile.

Lo scandalo cambia continuamente. Cose che in un momento fanno rumore, in un altro smettono di farlo, non perché siano cambiate, ma perché nel frattempo siamo cambiati noi, o meglio, sono cambiati i nostri confini.

Alla fine non è il guinzaglio, non è la foto, non è un modo diverso di vivere la sessualità. Non è quello che si è visto. È quello che fai subito dopo: decidi cos’è, le metti un nome e passi oltre. In quel momento non la stai più guardando, stai solo confermando quello che hai deciso.


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Quando pensano che parli di una cosa… ma stai osservando un comportamento

Questo contenuto può essere seguito in modi diversi.

Se preferisci guardare, qui sotto trovi un breve video che sintetizza l’idea del progetto.


Se preferisci ascoltare, puoi ascoltare la versione audio in formato podcast.

Se invece vuoi leggere con calma, l’articolo completo inizia subito sotto.

I social non sono solo superficiali

Sui social succede spesso una cosa molto semplice: guardiamo un contenuto per pochi secondi e pensiamo di aver già capito tutto. Una foto, una frase, un video. Il cervello registra rapidamente ciò che vede e lo classifica. È un meccanismo naturale: prima percepiamo la forma, poi — forse — il contenuto. Per questo i social vengono spesso descritti come luoghi superficiali, dominati da un’attenzione che dura pochi secondi. Eppure, se li si osserva con un’altra lente, i social possono diventare qualcosa di diverso: uno dei luoghi dove il comportamento umano si mostra con più chiarezza.

Quando qualcuno arriva su Le Dritte di Simo

Lo stesso succede spesso quando qualcuno arriva per la prima volta su Le Dritte di Simo. Guarda una foto, legge una frase, magari vede un reel. In pochi secondi prova a classificare quello che ha davanti.

Qualcuno pensa che si tratti di psicologia.
Qualcuno immagina un contenuto filosofico.
Qualcuno lo interpreta semplicemente come un profilo social tra tanti.

Altri fanno un passaggio ancora più immediato: guardano l’immagine e commentano l’immagine. Ed è qui che succede qualcosa di interessante.

Non teorie, ma comportamenti

In realtà Le Dritte di Simo non nasce per spiegare teorie. Nasce per osservare qualcosa di molto più semplice: il comportamento umano nella vita quotidiana. Molti inizialmente si fermano alla superficie. Guardano l’immagine, l’estetica, il dettaglio visivo. Ma a volte succede anche un’altra cosa. Qualcuno si ferma, rilegge la frase, riguarda il contenuto e capisce che il punto non è l’immagine. Il punto sono i comportamenti.

L’osservazione della vita quotidiana

È da qui che nasce il lavoro di Le Dritte di Simo. Non dalle teorie, ma dalle situazioni reali: un gesto, una frase, un commento sotto un post.

Come guardare il telefono mentre qualcuno ci parla.
Come criticare un contenuto ma continuare comunque a guardarlo.
Come commentare senza aver davvero compreso il messaggio.

Sono comportamenti piccoli, ma raccontano molto di come funzioniamo. In questo senso il progetto è vicino a quella che potremmo chiamare antropologia della vita quotidiana.

Quando il contenuto diventa uno specchio

La parte più interessante arriva quando qualcuno capisce questo passaggio. Quando smette di guardare il contenuto come una semplice foto e inizia a leggerlo come uno specchio. Ed è lì che il contenuto ha funzionato davvero. Perché l’obiettivo non è spiegare alle persone come dovrebbero essere. Ma mostrare qualcosa che fanno già. Ed è proprio da queste piccole tracce — like, commenti, reazioni — che nasce il lavoro di Le Dritte di Simo:

non spiegare l’essere umano, ma osservarlo mentre succede.

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Meno rumore, più colore

Nove anni dopo Le Dritte di Simo

Ad aprile Le Dritte di Simo compie nove anni. Non è solo un anniversario, ma un momento di bilancio. Ci sono passaggi che non si misurano in numeri, ma in consapevolezza. Nove anni bastano per distinguere ciò che è stato direzione da ciò che è stato solo rumore.

Per molto tempo il rumore ha fatto parte della scena.

Commenti veloci, interpretazioni immediate, sguardi che si fermavano dove era più semplice fermarsi.

Non era un errore, era il contesto. All’inizio bastava poco: una foto sul divano, una luce calda, un sorriso apparentemente casuale. Arrivavano cuori, complimenti, presenze silenziose che tornavano a guardare. Il testo restava sotto, più lungo, più stratificato, non sempre attraversato fino in fondo. Non c’era fastidio in questo. C’era una traiettoria naturale dello sguardo.

Col tempo, però, ho iniziato a osservare qualcosa di più preciso.

Ogni volta che pubblicavo un’immagine, il percorso si ripeteva: l’immagine veniva vista, interpretata, completata. Qualcuno anticipava un’intenzione, qualcun altro reagiva a qualcosa che non avevo scritto. A un certo punto ho capito che non stavo più leggendo solo i commenti, ma il processo che li precedeva. L’immagine diventava ipotesi, l’ipotesi diventava reazione. Un passaggio rapido, quasi automatico. Funziona così per tutti. Anche per me.

È lì che qualcosa si è spostato.

Non ho sentito il bisogno di spegnere il rumore. Sarebbe stato inutile. Il rumore fa parte di qualsiasi spazio esposto. Ho invece cambiato la messa a fuoco. Quando entri in una stanza non senti subito le voci: vedi i colori, vedi dove cade la luce, vedi cosa emerge e cosa resta sullo sfondo. Online succede lo stesso. Per anni l’immagine è stata il colore dominante e il testo il dettaglio. A un certo punto ho deciso di invertire il rapporto.

Non puoi obbligare qualcuno a vedere ciò che non vuole vedere. Ma puoi scegliere dove mettere la luce. Ho iniziato a costruire i contenuti in modo che lo sguardo non potesse fermarsi solo alla superficie. Non imponendo una lettura diversa, ma guidando il percorso: domande più precise, scene più concrete, passaggi che rallentano la reazione. Non puoi controllare l’interpretazione, ma puoi allungare il tempo prima che avvenga. E in quel tempo qualcosa si rivela.

Non ho mai pensato di insegnare a guardare. Non sono fuori dal meccanismo che descrivo. Anch’io interpreto, anch’io riempio i vuoti, anch’io reagisco in modo automatico. La differenza è che ho iniziato a restare un secondo in più dentro quel passaggio. Un secondo è poco, ma è lì che si vede il comportamento.

Nove anni sono questo: diventare più precisa. Non sono solo ciò che mostro, ma anche ciò che si attiva quando mi guardano. Non era il rumore a dover cambiare. Era il centro.

Oggi il rumore c’è ancora: commenti veloci, interpretazioni rapide, sguardi che cercano conferme. La differenza è che non è più il centro. Il centro è la messa a fuoco, è la scelta di cosa mettere in luce e di cosa lasciare sullo sfondo. Non posso decidere cosa vedete, ma posso decidere dove far cadere l’attenzione. E quando cambia il centro, cambia anche ciò che diventa visibile.

Non è una questione di immagine. Non lo è mai stata. È una questione di comportamento.

Non siamo ciò che guardiamo.

Siamo ciò che facciamo mentre guardiamo.


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Viviamo nell’assurdo. E lo chiamiamo normalità.

Succedono cose nel mondo che, solo dieci o quindici anni fa, avremmo definito inquietanti, fuori tempo, fuori misura. Oggi invece le leggiamo distrattamente, mentre scorriamo un feed, beviamo un caffè, rispondiamo a un messaggio. Non ci fermano più. Non ci interrogano davvero. Sono diventate sfondo o musica di sottofondo. E questa è forse la vera anomalia del nostro tempo: non l’assurdo in sé, ma la sua normalizzazione.

L’assurdo come la nuova quotidianità.

Relazioni con Intelligenza Artificiale. Persone che instaurano legami emotivi, affettivi e anche romantici con chatbot o modelli di intelligenza artificiale, compresi matrimoni simbolici o fidanzamenti digitali.

Mariti in affitto. Uomini o donne che vengono pagati per fare da compagnia su misura, come se la relazione fosse un servizio da noleggiare e non una storia da costruire.

Cosmetici da bambini. Esistono bambini che utilizzano cosmetici pensati per adulti. Rimpolpanti labbra. Skincare anti-age. Routine estetiche che parlano di correzione, miglioramento, prevenzione. Non stiamo parlando di gioco simbolico. Non di travestimento. Non di sperimentazione innocente. Stiamo interiorizzando uno sguardo adulto su un corpo che non è ancora pronto a sostenerlo.

Genitorialità simulata…con bambole. Persone adulte che vivono una quotidianità con bambole. Le vestono, le fanno mangiare, le portano in giro, parlano con loro, narrano storie di routine famigliari. Le bambole non crescono e non contraddicono e non esigono responsabilità.

Bambini che ballano canzoni da adulti senza educazione affettiva. Accettiamo video di bambine che mimano canzoni e comportamenti erotizzati, ma nella stessa società respingiamo educazione sessuale e affettiva nelle scuole.

La stima diventa una classifica. Non conta chi sei, ma dove arrivi. Il corpo diventa trofeo. Il successo diventa identità, la visibilità diventa valore morale. Se vinci vali, se performi esisti, se raccogli consenso sei legittimato.

Celebrazione di fenomeni social…effimeri. Fenomeni che raccontano un tempo in cui si può avere visibilità senza dire nulla. Essere riconosciuti senza aver creato qualcosa. Funzionare senza un perchè, e scambiarlo per valore.

Tutti questi paradossi non parlano di stranezze isolate. Parlano della stessa difficoltà di fondo: facciamo sempre più fatica a reggere l’esperienza umana reale. Quando non sappiamo reggerla, cerchiamo scorciatoie.

Scegliamo relazioni senza rischio perché l’altro reale contraddice, delude, chiede presenza.
-Affittiamo ruoli perché l’intimità espone.
-Simuliamo legami perché amare davvero implica perdita e trasformazione.
-Anticipiamo il corpo prima dell’identità perché l’attesa ci mette a disagio.
-Mostriamo tutto senza spiegare perché spiegare significa assumersi responsabilità.
-Stimiamo chi vince perché il fallimento ci spaventa.
-Contiamo i like perché il confronto diretto è più difficile da sostenere.
-Celebriamo fenomeni vuoti perché non chiedono coinvolgimento emotivo.
-Funzioniamo senza un perché perché sentire costa.

Ogni paradosso è una difesa emotiva.

Reggere l’esperienza umana significa restare anche quando non conviene, quando non c’è premio immediato, quando non c’è consenso, quando non c’è podio.

Tutti questi paradossi raccontano una cosa sola: non viviamo in un mondo strano, ma in un mondo che fatica a stare dentro lesperienza umana.

Forse quello che dovremmo fare non è funzionare meglio, ma imparare di nuovo a restare dentro ciò che sentiamo.

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Le coppie oggi: un laboratorio filosofico più che romantico

La coppia è uno dei luoghi più antichi dell’umanità, e allo stesso tempo una delle sue invenzioni più moderne. Non è solo una struttura emotiva: è una costruzione culturale, psicologica, simbolica.
Una forma che cambia con la società.

La coppia ideale? Un mito. La coppia ideale è un archetipo, un modello immaginario che non ha corpo.
È la coppia che “dovrebbe essere”. Quella che esiste nelle narrazioni estetiche, nei film, nelle serie, nei social. Ogni epoca ha il suo mito. Noi abbiamo quello della coppia perfettamente sincronizzata.

La coppia Instagram:

  • foto perfetta, dove lui la guarda come se fosse l’unica donna sulla terra,
  • caption emotiva,
  • quotidianità levigata,
  • problemi sospesi nell’ombra dell’estetica.

È un mito seducente perché promette qualcosa che nessuna relazione reale può garantire: continuità emotiva, desiderio costante, assenza di conflitto. Questo mito non è sbagliato.
È semplicemente… irreale.

La coppia del 2025? Pratica. La coppia contemporanea è un luogo dove due identità si incontrano, dialogano, si scontrano.
È una pratica, non un ideale. Un processo, non un risultato. È una relazione che vive tra quotidianità e complessità: messaggi letti e non risposti, toni fraintesi, serate in cui ci si cerca e giornate in cui ci si evita, non per disamore ma per saturazione della vita.

Esempi:

  • coppie che litigano via chat più che dal vivo,
  • coppie che si amano ma hanno bisogno di spazi separati,
  • coppie che attraversano fasi sessuali dissonanti,
  • coppie che si ritrovano in una battuta interna dopo giorni di distanza emotiva,
  • coppie che vivono micro-gelosie sottili, non dichiarate ma reali.

Questa è la coppia come laboratorio: un luogo dove l’esperienza conta più dell’ideale.

Il desiderio? Un fenomeno, non una garanzia Il desiderio non è una linea retta. Non è una garanzia. Non può essere programmato né misurato.
È un fenomeno vivo, un processo ciclico che segue logiche proprie. Ci sono periodi in cui basta che l’altro ti sfiori per smuovere tutto. In cui un gesto quotidiano diventa invito, in cui la pelle risponde prima ancora della mente. Il desiderio si espande, avvolge, trascina. Poi ci sono momenti in cui non accade. Il corpo è stanco, la mente piena, la vita ingombra. Il desiderio sembra ritirarsi, come una marea che lascia scoperta la riva. Non è un segnale d’allarme. È un movimento naturale.
Una trasformazione silenziosa. Il problema nasce quando pretendiamo da esso una continuità artificiale, come se dovesse sempre confermare qualcosa. Quando lo interpretiamo come una mancanza, invece che come una pausa fisiologica.

Il desiderio, quando torna, non torna mai uguale. Rientra da una risata improvvisa, da un gesto gentile, da una complicità risorta senza preavviso, da una fantasia condivisa. Il suo ritorno è un fenomeno che accade, e basta. Accogliere questa fluidità è una forma di maturità emotiva.

La gelosia? Il linguaggio dell’insicurezza. La gelosia non è un peccato emotivo. È una forma di insicurezza che prende voce quando temiamo di non essere più visti, scelti, desiderati. È una sensazione che nasce dentro di noi, non nell’altro.

La gelosia diventa pericolosa solo quando la trasformiamo in controllo. Quando pretendiamo che l’altro risponda alle nostre paure. Quando chiediamo rassicurazioni continue, o confondiamo il bisogno di essere scelti con il diritto di limitare. La gelosia non va repressa, ma nemmeno riversata sull’altro come un’accusa o un vincolo. Va guardata. Va capita. Va trattata come un messaggio interno, non come una colpa esterna. Perché la gelosia, quando viene riconosciuta per ciò che è,non soffoca la coppia: la rende più adulta.

La comunicazione? Il luogo più alto dell’intimità. La comunicazione non è un accessorio della coppia. È il suo terreno sacro. È il luogo dove due persone decidono di incontrarsi senza maschere, senza ruoli, senza coreografie emotive. Parlare davvero non significa “dire tutto”: significa osare rivelarsi. Non è più il corpo a renderti nudo: sono le parole che scegli di pronunciare. Non quelle perfette, ma quelle sincere:

“Questa frase mi ha ferita.” “Non mi sento visto.” “Ho paura che tu ti allontani.” “Mi manchi anche quando sei qui.” “Voglio dirti alcune fantasie”.

Tutto questo richiede molto più coraggio di qualunque gesto fisico. Perché parlare davvero espone l’orgoglio, non la pelle.

La comunicazione è ciò che trasforma la coppia da relazione istintiva a relazione consapevole. Eppure, la comunicazione non è mai facile. È rischiosa, è scomoda, a volte è feroce. Ma è proprio questo rischio che la rende preziosa.

La coppia ideale immagina la comunicazione come armonia. La coppia reale la vive come coraggio. E, forse, è proprio questo il suo punto più alto.

La complicità? Metafisica La complicità è l’elemento meno visibile e più decisivo. Non nasce dal tempo ma dal riconoscimento. È uno spazio condiviso che esiste solo tra quelle due persone. È lo sguardo durante una cena che nessuno vede. La battuta che capite solo voi. Il modo in cui uno anticipa un gesto dell’altro senza che venga chiesto. È un’intelligenza emotiva a due. Una forma di trascendenza quotidiana.

Conclusione…un passo oltre. La coppia ideale vive nel regno dell’immaginario. La coppia del 2025 vive nel regno del possibile. È fatta di oscillazioni, di cicli, di verità scomode e di momenti che non si possono raccontare in una foto, né spiegare in una frase. Eppure è proprio lì, nelle sue imperfezioni, che la coppia respira: nel desiderio che cambia, nella gelosia che insegna, nella comunicazione che espone, nella complicità che trascende. L’amore non è un risultato. Un laboratorio vivo.

Se queste idee ti hanno smosso, se ci hai ritrovato qualcosa di tuo, allora nel nuovo episodio di Breaking Tabù ti porto ancora più a fondo. Lì non analizzo soltanto la coppia: la spoglio. La guardo senza filtri, senza estetica, senza mito. Parlo delle sue parti più intime, quelle che difficilmente si dicono ad alta voce. Se questo articolo è la teoria, il podcast è l’esperienza.

( https://open.spotify.com/show/6rw2RhJ2gC2FvHCjl7SFmR )

E forse, per capire davvero una coppia, servono entrambe.

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La Casa: Rifugio o Gabbia dei Tabù?

‘Casa dolce casa’, si dice. Ma dolce per chi? E quanto di quella dolcezza è autentica? La casa è uno dei simboli più potenti del nostro immaginario. Può essere rifugio, intimità, appartenenza. Ma è anche il primo luogo dove impariamo cosa si può dire e cosa no. E’ il primo spazio del tabù.

Pensiamo alla ‘Casa del Grande Fratello’. Una casa osservata, sorvegliata, spettacolarizzata. Una casa senza pareti reali, dove tutti vedono tutto. Eppure lì, dove tutto apparentemente sembra non nascondere niente, proprio lì, si recita. Lì, si seleziona cosa mostrare. Lì, il teatro prende vita.

Poi c’è la ‘Casa Mulino Bianco’. Perfetta, pulita, rassicurante. Un sogno. O forse un incubo ben confezionato. Un’icona pubblicitaria che ci ha insegnato che una casa felice deve essere ordinata, giocosa, piena e serena.

Ma se passiamo alla ‘Casa di Barbie’. Tutto diventa patinato, impeccabile, quasi asettico. Un ideale di casa femminile stereotipata. Dove non si sporca, non si invecchia, non si discute. Dove tutto sembra giusto e splendente.

E se arriviamo alla ‘Casa della Famiglia Addams’. Ci viene quasi di dire che siamo fuori dagli schemi. Eccentrica, gotica. Qui la stessa quotidianità è un tabù. La morte, il macabro, l’ironia sul normale, l’inquietante vita dei personaggi, tutto ciò non nasconde di certo quello che si è.

Ma la casa che tutti conosciamo, quella che ha rappresentato per anni la casa come teatro quotidiano dei tabù relazionali e culturali, anche se in chiave ironica è…

‘Casa Vianello’. Questa casa rappresenta il palcoscenico di una coppia normale, in cui si scherza, si punzecchia, si ripetono gesti e dialoghi. Tutto sembra leggero, familiare, quotidiano. Eppure in questa tipologia di casa sembra che si rivelino le dinamiche tipiche. Una comunicazione interrotta, il non detto, le abitudini che nascondo la distanza, la donna che esiste solo attraverso il marito, l’uomo che sfugge ma non lascia mai davvero. Una casa che è un set della ripetizione.

La casa può essere un nido ma anche un luogo che plasma ciò che si può o non si può dire. ‘Certe cose non si dicono in casa’. ‘Di certi temi non si può parlare in casa’. La casa è dove impariamo a parlare. Ma è anche dove impariamo a tacere.

Non si parla di sesso. Non si mostra la rabbia. Non si esprime il dolore. Non si mette in discussione l’amore. La casa può essere rifugio ma anche gabbia. Può essere protezione ma anche scena. Può essere nido ma anche copione.

Allora forse oggi serve sapere cosa dovrebbe essere la casa.

Non una che sia ‘Grande’, ‘Mulino’, ‘da Copertina’ o ‘Set’. Ma oggi la casa è quel luogo dove si può sbagliare, dove si può parlare e dire, dove si può ascoltare e sentire. La casa può aprire le porte ai tabù che ci abitano. La casa può diventare un posto dove il tabù non trovi più una stanza in cui nascondersi.

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Le categorie di Le dritte di Simo: dire la verità ridendo

La verità di solito si dice con una battuta.

Vorrei partire da questa frase, da questo concetto. La battuta è spesso il modo migliore e socialmente accettabile per dire la verità.

Perchè?

Perchè la battuta alleggerisce il messaggio e lo rende ascoltabile senza sminuire. Se la stessa cosa la si dice in modo serio, difficilmente potrebbe risuonare piacevole, anzi arriverebbe a mettere a disagio chi ascolta.

Perchè crea distanza emotiva. Ci permette di osservare comportamenti umani o contesti reali senza attaccare o sentirci attaccati.

Perchè una battuta stimola una risata che apre il cervello. Il cervello si accomoda e non si aspetta un assalto, bensì grazie alla risata trova la chiave per disarmare la difesa. Ecco perchè quando affrontiamo argomenti come il sesso, l’amore, il ruolo di coppia, una battuta in merito al mondo che circonda, non solo fa diventare tutto lecito ma riconosce tutto più facilmente, arrivando a quel piccolo atto di consapevolezza.

Vestire di ironia temi che sono tabù, regala non solo la nuda verità ma riduce la distanza dal tabù stesso. Le risate non coprono la verità, la rendono più digeribile. Tutti pensano a temi tabù ma non trovano il coraggio di parlarne seriamente, perchè più il tono è risoluto più aumenta la paura. Ecco perchè in questo zoo variegato che è la società, creare una rubrica sulle categorie, sulle etichette evidenziando il comportamento relazionale/sentimentale, ridere dei ruoli, dei drammi e delle strategie emotive che si recitano senza nemmeno accorgersene, può essere un buon modo per specchiarsi e riflettere.

Ogni volta esplorerò una categoria diversa: uomini, donne, ruoli e comportamenti. Nessun moralismo. Solo osservazione, ironia e una buona dose di verità scomoda. Ogni episodio sarà una piccola radiografia sentimentale.

Perchè una rubrica così serve proprio oggi?

In un mondo che non legge più… ma scrolla, le persone raramente cercano profondità ma pretendono qualcosa d’impatto. E allora se la domanda è questa io rispondo con 40 secondi di verità detta con ironia. Partirò sul social per poi approfondire con qualche articolo qui. Per far piacere a chi ancora considera la lettura un diamante pregiato.

Ci raccontiamo di volere autenticità, ma abbiamo paura di essere davvero visti. Vogliamo qualcuno che capisca, purché non chieda troppo. Sogniamo l’amore vero, ma con consegna Prime e reso gratuito. In questo mondo fatto di egoismo e finto buonismo, cerchiamo connessioni ma non contatto. Ci indigniamo a parole e tradiamo a messaggio. Viviamo nell’epoca del quasi: quasi sinceri, quasi innamorati, quasi felici. Le relazioni si consumano in chat, si misurano in like e si archiviano in silenzioso. In tutto questo caos l’unico modo che ho trovato per dire la verità restando lucida è l’ironia, che guarda da fuori e si riconosce.

Si parte da Lui:

L’Uomo Sposato.

Poi arriveranno la Donna vetrina, l’Uomo Peter Pan, la Fanciulla Eterna, e tanti altri personaggi del grande teatro sentimentale contemporaneo.

Ridere di sè è la forma più chic di consapevolezza.

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Oltre la semplice cronaca: il gruppo chiuso da Meta

La cronaca… il gruppo pubblico attivo su Facebook dal 2019 che contava oltre 32.000 membri dal titolo “Mia Moglie”, è stato chiuso da Meta il 20 agosto 2025. Perchè violava le policy contro lo sfruttamento sessuale degli adulti. Il gruppo nacque dalla voglia malsana di voler condividere, guardare e commentare immagini di donne, riprese anche in momenti privati, senza che le stesse donne avessero dato il consenso ad una condivisione del genere. La chiusura del gruppo ha portato alla luce una rete molto più vasta di piattaforme simili, come il forum Phica.eu. Dove venivano condivise foto rubate pubbliche e non, di donne.

Non è mia intenzione affrontare questo caso da un punto di vista legale o giurisdizionale. Ma sicuramente la mia penna lo affronterà, in questo articolo, dal punto di vista comportamentale, antropologico e psicologico. Così da permettere chi mi legge di andare oltre la semplice cronaca, per riflettere su perchè accadono questi episodi e cosa dicono di noi come società.

Comportamentale: l’effetto branco e la disinibizione online… cosa è l’effetto branco? E’ un comportamento sociale che porta le persone alla perdita di un senso critico individuale, seguendo e alimentando la coscienza collettiva, spesso più primitiva e violenta. Nel campo digitale il singolo si dissolve nel NOI, delegando al branco ogni responsabilità. Online l’effetto branco è amplificato dall’ anonimato percepito, portando alla riduzione dell’inibizione morale e all’emergere degli impulsi repressi. Postare foto intime, oltre a richiamare una pratica voyeuristica, è un atto di potere e controllo. L’azione viene vista come una performance di virilità maschile. Con l’effetto branco, il gruppo diventa la tua bussola, ti dice cosa è giusto e cosa è sbagliato. E in nome di questo effetto finisci per fare, dire o accettare cose che da solo non avresti mai considerato. Risulta una vera e propria regressione tribale.

Antropologico: il corpo femminile come trofeo… Il fenomeno ricalca schemi arcaici di dominio e possesso, in cui il corpo della donna viene trattato come bene scambiabile o trofeo di status. Spostando lo sguardo a chi lo riduce trofeo, chi guarda, chi desidera, chi possiede o giudica quel corpo è portatore di frustrazione (incapace di gestire emozioni, desideri e relazioni), di repressione (non capace di riuscire a vivere la propria sessualità in modo libero e maturo), di bisogno di potere (alla ricerca di uno status attraverso il potere).

Psicologico: il bisogno di appartenenza e la distorsione dell’intimità… Dietro esiste un bisogno di riconoscimento. La sessualità viene ridotta a strumento di affermazione personale e l’intimità spettacolarizzata. Tutto questo risponde ad un analfabetismo emotivo. Difficile, per chi si comporta in questo modo, gestire emozioni complesse o semplice intimità e rispetto. Senza dimenticare che si è mossi anche da rabbia repressa. Chi distorce l’intimità non è in grado di avere una reale connessione con l’intimità stessa.

In questo falò tribale, in cui l’evoluzione umana sembra avere una discesa verso forme di relazione e di espressioni primitive, l’unica cosa da fare è l’educazione sessuale, relazionale, affettiva.

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Un Tabù alla settima

Il nuovo progetto del mio profilo Le dritte di Simo porta il titolo ‘Un Tabù alla settima’. Perchè? Perchè sette saranno i giorni in cui ne parleremo e alla settima potenza sarà il modo come ne parleremo. Ogni giorno della settimana affronterò insieme a Voi un tema Tabù, scelto per quella settimana. Lo guarderemo da ogni angolazione, da prospettive diverse, con post, domande, sondaggi, spunti di riflessione. Sarà uno spazio settimanale, un appuntamento settimanale che ci porterà a scavare dentro il Tabù scelto. I Tabù non si abbattono con un post ma si analizzano a strati giorno dopo giorno.

In Archeologia si scava per portare alla luce i resti di civiltà sepolte. Ogni strato nasconde un’epoca, un pensiero, uno stile di vita. Un Tabù alla settima si prefigge di fare proprio questo: un’operazione archeologica dell’anima e della società. Un viaggio nella stratificazione culturale, dove ogni giorno toglie un velo.

Quando, durante gli anni dell’università, scavai un sito urbano in Sardegna, iniziai a capire quanto ogni strato fosse una rivelazione. Toglievo terra e con essa cadevano certezze. Ogni livello modificava la mia visione. Arricchiva le informazioni. Mi costringeva a riformulare l’idea iniziale. Un Tabù alla settima nasce da questa esperienza. Anche i Tabù sono strati da rimuovere e solo esaminandoli uno per uno possiamo accedere ad una verità più profonda.

Il mio profilo vuole muoversi in tal senso perchè sento che ce n’è bisogno. In un tempo in cui il social sembra oscillare tra due estremi, l’ostentazione (quindi l’apparire) e il puritanesimo (il moralismo rigoroso) manca uno spazio autentico dove parlare, riflettere e scavare nei Tabù con rispetto, ironia e profondità.

Immaginate una persona che guarda centinaia di storie su Instagram o Tik Tok: osserva sorrisi, viaggi, selfie perfetti, vita perfetta… ma non interagisce. Non commenta, non esprime davvero cosa prova. E’ come se guardasse tutto con occhi grandi, con una bocca piccola e una mente taciturna. Proprio come erano i dipinti di Margaret Keane, persone con occhi grandissimi. Persone con occhi che vedono ma non parlano, che sentono ma non vengono ascoltati. Proprio come i Tabù. Le figure di questa pittrice sembrano trattenere tutto ciò che non si può dire, proprio come fanno molte persone quando si trovano davanti ad un argomento scomodo. Dove i personaggi di Keane guardano senza parlare, io parlo di ciò che tutti guardano ma nessuno nomina.

Tra chi esibisce e chi censura, ci sono IO. Parlo perchè il silenzio non cambia niente!