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La prima volta avevo un editore. Questa volta ho scelto un’altra strada.

La prima volta avevo un editore. Questa volta no.

Tra pochi giorni uscirà un mio nuovo progetto editoriale e, per la prima volta, ho scelto di autopubblicarlo. È curioso perché, prima di farlo, anch’io avevo un’idea abbastanza precisa dell’autopubblicazione. Sapevo più o meno cosa fosse, conoscevo le differenze con la pubblicazione attraverso una casa editrice, avevo letto e ascoltato esperienze diverse. Ma conoscere una differenza e sentirla mentre la attraversi sono due cose completamente diverse. Oggi posso confrontare le due esperienze perché le ho vissute entrambe. E alcune cose che pensavo di sapere hanno assunto un significato diverso proprio nel momento in cui ho potuto toccarle con mano.

La prima volta c’era un editore

Sensi Ribelli è uscito nel 2022 con un editore. Era il mio primo libro e, in quel momento, affidarlo a una casa editrice aveva per me un significato preciso. Volevo pubblicare ciò che avevo scritto, naturalmente, ma volevo anche farmi conoscere come autrice, entrare nel mondo editoriale e vedere che cosa sarebbe successo a quelle pagine una volta uscite dal mio computer.

In questi giorni, parlando del nuovo progetto, mi è capitato di dire che mi somiglia molto. Ma questo non significa affatto che Sensi Ribelli non mi somigliasse. Mi rappresentava allora e continua a rappresentare una parte di me oggi. La differenza che sento non riguarda ciò che ho scritto, ma tutto quello che accade intorno a ciò che scrivi. Quando pubblichi con un editore, a un certo punto il tuo lavoro entra in una struttura. Ci sono altre persone, tempi che non sono soltanto i tuoi e decisioni che non spettano più esclusivamente a te. Ed è perfettamente normale che sia così: scegli un editore anche perché una parte del percorso venga presa in carico da una struttura editoriale. Soltanto adesso, però, dopo aver provato un’altra strada, riesco a percepire fino in fondo che cosa questo significhi.

Questa volta c’eravamo io e il progetto

Con questo nuovo progetto è successo qualcosa che per me era completamente nuovo. Non avevo nessuno che aspettasse me e io non aspettavo nessuno. Se una pagina non mi convinceva potevo tornarci, anche quando il giorno prima l’avevo considerata conclusa. Se avevo bisogno di fermarmi, mi fermavo. Se volevo dedicare un tempo probabilmente sproporzionato a un particolare minuscolo, potevo farlo senza chiedermi se stessi rallentando qualcun altro. Potevo cambiare idea, tornare indietro, ricominciare. C’erano la mia testa, i miei tempi e quello che volevo costruire. Credo che sia questa la prima vera differenza che ho sentito tra pubblicare con un editore e autopubblicarmi: la possibilità di decidere non soltanto che cosa creare, ma anche il processo attraverso il quale arrivarci.

Naturalmente quella libertà ha un’altra faccia. Se nessun altro decide per te, molte delle cose di cui normalmente si occuperebbe qualcun altro diventano anche responsabilità tue. Devi scegliere, controllare, imparare ciò che non sai fare, capire quando qualcosa non funziona e trovare il modo di correggerlo. Devi persino stabilire quando continuare a modificare e quando, invece, avere il coraggio di dire che è pronto. L’autopubblicazione non elimina il lavoro che esiste intorno a un libro. Semmai te ne restituisce una parte enorme, insieme alla libertà e alla responsabilità che quella libertà comporta.

Autopubblicarsi significa pagare per pubblicarsi?

Questa è stata una delle cose che più mi hanno sorpresa durante il percorso, perché credo che intorno alla parola “autopubblicazione” esista ancora un’immagine molto precisa: quella dell’autore che paga per pubblicare il proprio libro, finanzia una tiratura, acquista centinaia di copie e poi si ritrova con gli scatoloni in casa. Io non ho fatto questo. Ho scelto di pubblicare attraverso Amazon KDP e, grazie al sistema della stampa su richiesta, non ho dovuto anticipare il costo di una tiratura. Il libro viene prodotto quando qualcuno lo ordina. Non ho quindi dovuto acquistare centinaia di copie del mio stesso lavoro per poterlo pubblicare.

Questo, naturalmente, non significa che realizzare autonomamente un progetto editoriale non possa comportare dei costi. Editing, impaginazione e grafica possono essere affidati a professionisti e quindi avere un costo. Nel mio caso ho scelto un’altra strada: ho imparato da sola a utilizzare gli strumenti che mi servivano e ho seguito personalmente ogni fase del progetto, senza affidarmi a supporti esterni.

La differenza è che questi sono eventuali costi legati alla realizzazione del libro, non il prezzo da pagare perché qualcuno accetti di pubblicarlo.

E le librerie?

Quasi inevitabilmente, quando si parla di autopubblicazione, arriva una domanda: «Sì, però così non sei in libreria». È un’obiezione comprensibile: una libreria offre qualcosa che l’acquisto online non può sostituire, soprattutto la possibilità di incontrare per caso un libro che non stavamo cercando. La mia esperienza con Sensi Ribelli, però, mi aveva già insegnato un’altra cosa: avere un editore non significa automaticamente trovare il proprio libro sugli scaffali delle librerie.

Sensi Ribelli poteva essere ordinato in libreria, ma essere ordinabile e trovarsi fisicamente lì sono due cose diverse. Chi desiderava acquistarlo spesso doveva comunque richiederlo e aspettare che arrivasse. Per questo oggi faccio più fatica ad accettare l’equazione semplicistica secondo cui avere un editore significhi automaticamente essere presenti in libreria, mentre autopubblicarsi significhi esserne esclusi. La realtà dipende dall’editore, dalla distribuzione, dagli accordi, dal libro e dalla sua effettiva presenza nei punti vendita.

Soprattutto, dipende da ciò che intendiamo quando diciamo che un libro “è in libreria”.

Anche la distribuzione è una scelta

C’è poi una differenza che oggi riesco a vedere molto bene. Quando uscì Sensi Ribelli, avrei voluto che fosse disponibile anche su Amazon, ma quella decisione apparteneva all’editore. Con l’autopubblicazione, invece, anche la scelta di dove e come rendere disponibile il libro è diventata parte del mio lavoro. Non è Amazon, quindi, a fare la differenza: è il fatto che questa volta quella decisione sia stata mia.

Forse è questa la differenza

Qualche giorno fa qualcuno, vedendomi parlare di questo nuovo progetto, mi ha scritto che ho una luce particolare negli occhi. Ho risposto che forse è perché questo progetto mi somiglia molto. Dopo averlo scritto ci ho pensato, perché anche Sensi Ribelli mi somigliava profondamente. Allora da dove arriva la differenza che sento?

Credo di averlo capito.

Questa volta non mi somiglia soltanto ciò che ho creato. Mi somigliano i tempi con cui l’ho fatto, le decisioni che ho preso, alcune deviazioni, persino alcuni errori. Mi somiglia il modo in cui ho scelto di pubblicarlo e la strada attraverso la quale arriverà a chi deciderà di leggerlo. Per questo la soddisfazione più grande non è poter dire di aver fatto tutto da sola. Non è nemmeno ciò che voglio raccontare. La soddisfazione è poter dire che questa volta ho potuto scegliere. Sensi Ribelli era un libro mio. Questo nuovo progetto è mio anche nel percorso che ho scelto per farlo arrivare agli altri.

Uscirà il 1° settembre.

Per adesso continuo a chiamarlo semplicemente “il nuovo progetto editoriale”.

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Quando cambia l’attenzione, che cosa cambia davvero?

Ci sono comportamenti che raccontano più di quanto dicano le parole.

È una cena come tante. Il tavolo è pieno. I piatti arrivano, i bicchieri si riempiono, le conversazioni si accavallano. C’è chi racconta una vacanza, chi parla del lavoro, chi interrompe per aggiungere un aneddoto. Tutto scorre con quella naturalezza tipica delle serate tra amici.

Tra le persone sedute al tavolo ce n’è una che, almeno all’inizio, sembra la più coinvolta.

Fa domande. Ride. Ascolta. Interviene. Ha lo sguardo acceso di chi sembra davvero interessato agli altri. Poi, lentamente, succede qualcosa. Non una lite. Non un momento di tensione. Semplicemente, l’attenzione del gruppo si sposta. Qualcun altro prende la parola. Due persone iniziano una conversazione tra loro. Una storia cattura l’interesse generale e, per qualche minuto, gli sguardi non sono più rivolti verso quella persona.

Ed è proprio lì che, qualche volta, accade qualcosa che mi ha fatto fermare a osservare. Quella stessa persona cambia. Parla meno. Sorride meno. Sembra improvvisamente distante. Prende il telefono. Guarda altrove. Interviene solo se viene chiamata in causa. La domanda nasce quasi da sola. Che cosa è cambiato davvero? Le persone sono le stesse. La cena è la stessa. La conversazione continua. Eppure qualcosa sembra essersi spento. Da quel momento ho iniziato a notare che questa scena non appartiene solo alle cene. Succede nelle chat. Succede nei gruppi di amici. Succede sul lavoro.Succede persino sui social. Ci sono persone il cui coinvolgimento sembra crescere o diminuire insieme all’attenzione che ricevono. Quando vengono cercate, sembrano più presenti. Quando vengono ascoltate, sembrano più vive. Quando vengono coinvolte, sembrano più entusiaste. Poi basta che quella corrente rallenti. Un messaggio che non arriva. Una conversazione che continua senza di loro. Un invito mancato. Qualcun altro che, per una sera, diventa il centro dell’attenzione. E qualcosa cambia. Fin qui, però, non c’è ancora nessuna spiegazione. Ed è proprio questo il punto.

La cosa curiosa è che, davanti a una scena come questa, quasi nessuno si ferma a descrivere quello che ha visto. Facciamo un salto immediato verso la spiegazione.

‘Ha bisogno di attenzioni.’ ‘È insicuro.’ ‘È narcisista.’

Forse. Ma sono tutte risposte a una domanda che non abbiamo ancora imparato a formulare. Perché tutte queste sono ipotesi. L’osservazione viene prima. E imparare a distinguere le due cose è molto più difficile di quanto sembri. Osservare significa rispondere alla domanda: “Che cosa è successo?” Interpretare significa rispondere alla domanda: “Perché è successo?” Sono due domande diverse. Eppure continuiamo a confonderle.

Quello che possiamo osservare è questo: in alcune persone il comportamento sembra cambiare insieme alla quantità di attenzione ricevuta. Il motivo, invece, non lo conosciamo ancora. Potrebbero esserci molte spiegazioni.

La psicologia ci ricorda che uno stesso comportamento può nascere da origini completamente diverse. Può esserci una forte sensibilità all’esclusione, un bisogno di conferma, esperienze relazionali passate, una paura del rifiuto, oppure semplicemente un periodo della vita in cui ci si sente più vulnerabili. Persino il carattere e il contesto possono influenzare il modo in cui reagiamo quando ci sentiamo più o meno considerati. Per questo le etichette servono poco. Sono veloci. Le osservazioni, invece, richiedono tempo. Ed è proprio il tempo che permette di vedere dettagli che una spiegazione affrettata finisce per cancellare.

C’è un’altra domanda che questa scena mi porta a fare. Quando una persona sembra molto interessata agli altri… è davvero il loro mondo a interessarla? Oppure è la sensazione che prova quando si sente importante per quel mondo? La differenza è sottile. Da fuori i due comportamenti possono sembrare identici. Da dentro, però, raccontano due modi molto diversi di vivere le relazioni. Nel primo caso l’interesse rimane, anche se per qualche momento l’attenzione si sposta altrove. Nel secondo, il coinvolgimento sembra seguire il movimento degli sguardi. Come una fiamma che aumenta o diminuisce in base all’ossigeno che riceve. Ogni volta che impariamo a vedere un comportamento senza avere subito la tentazione di giudicarlo, succede qualcosa di curioso. Non scopriamo soltanto qualcosa degli altri. Scopriamo anche il modo in cui noi stessi costruiamo le nostre conclusioni. Forse, allora, la domanda finale non riguarda solo chi abbiamo osservato. Riguarda tutti noi.

Quando ci sentiamo improvvisamente meno coinvolti in una conversazione, in un gruppo o in una relazione, forse la prima domanda non è “Perché?”

Forse la prima domanda è un’altra: “Che cosa è cambiato davvero?”

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Un guinzaglio non è scandalo. Lo è quello che ci vedi.

Perché giudichiamo subito quello che non capiamo

È una foto. Scattata a Milano. Una donna cammina tenendo un uomo al guinzaglio. Lui è a quattro zampe. La guardi e, nel giro di pochi secondi, hai già deciso cos’è. Succede subito. Ti basta un attimo per sapere già cosa stai vedendo. O meglio, per crederlo. Non c’è quel momento in cui ti fermi e pensi: ‘non so cosa sto guardando’. Eppure è proprio lì che inizierebbe l’osservazione.

Quando scorri i commenti sotto la foto ti accorgi che quella stessa immagine diventa tutto e il contrario di tutto. Per qualcuno è follia, per altri libertà, per altri ancora umiliazione, provocazione, marketing. Non stanno guardando la stessa cosa, stanno riempiendo quella foto con ciò che riescono a sostenere. È come se quella foto fosse solo un contenitore e ognuno ci versasse dentro qualcosa di proprio, qualcosa che gli permette di metterle subito un’etichetta e passare oltre.

Il punto non è capire, è trasformare quella sensazione in qualcosa di gestibile. Sbagliato, giusto, estremo, normale. Non importa quale parola si sceglie, importa sceglierne una. Serve a rimettere tutto al suo posto. Quando il fastidio continua, si va oltre la foto. Si va nei commenti. Si leggono i commenti per trovare dove intervenire. Non per capire, ma per dire la propria, per correggere, per attaccare. A quel punto la scena scompare e rimani tu che difendi la tua posizione.

E a un certo punto arriva quella parola, e arriva quasi subito: scandalo. Basta dirla e tutto sembra sistemato. Come se bastasse nominarla per non dover restare ancora davanti a quello che si è visto. Ma lo scandalo non è dentro la foto. Sta nel fatto che non si riesce a collocarla. Sta in quel momento in cui qualcosa non rientra nei codici che si usano di solito, nei ruoli che si riconoscono, nelle dinamiche che si sono viste mille volte. ‘Scandalo‘ non descrive davvero la scena, descrive la distanza tra noi e quello che si sta guardando. Più quella distanza è grande, più la parola diventa utile.

Lo scandalo cambia continuamente. Cose che in un momento fanno rumore, in un altro smettono di farlo, non perché siano cambiate, ma perché nel frattempo siamo cambiati noi, o meglio, sono cambiati i nostri confini.

Alla fine non è il guinzaglio, non è la foto, non è un modo diverso di vivere la sessualità. Non è quello che si è visto. È quello che fai subito dopo: decidi cos’è, le metti un nome e passi oltre. In quel momento non la stai più guardando, stai solo confermando quello che hai deciso.


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Quando pensano che parli di una cosa… ma stai osservando un comportamento

Questo contenuto può essere seguito in modi diversi.

Se preferisci guardare, qui sotto trovi un breve video che sintetizza l’idea del progetto.


Se preferisci ascoltare, puoi ascoltare la versione audio in formato podcast.

Se invece vuoi leggere con calma, l’articolo completo inizia subito sotto.

I social non sono solo superficiali

Sui social succede spesso una cosa molto semplice: guardiamo un contenuto per pochi secondi e pensiamo di aver già capito tutto. Una foto, una frase, un video. Il cervello registra rapidamente ciò che vede e lo classifica. È un meccanismo naturale: prima percepiamo la forma, poi — forse — il contenuto. Per questo i social vengono spesso descritti come luoghi superficiali, dominati da un’attenzione che dura pochi secondi. Eppure, se li si osserva con un’altra lente, i social possono diventare qualcosa di diverso: uno dei luoghi dove il comportamento umano si mostra con più chiarezza.

Quando qualcuno arriva su Le Dritte di Simo

Lo stesso succede spesso quando qualcuno arriva per la prima volta su Le Dritte di Simo. Guarda una foto, legge una frase, magari vede un reel. In pochi secondi prova a classificare quello che ha davanti.

Qualcuno pensa che si tratti di psicologia.
Qualcuno immagina un contenuto filosofico.
Qualcuno lo interpreta semplicemente come un profilo social tra tanti.

Altri fanno un passaggio ancora più immediato: guardano l’immagine e commentano l’immagine. Ed è qui che succede qualcosa di interessante.

Non teorie, ma comportamenti

In realtà Le Dritte di Simo non nasce per spiegare teorie. Nasce per osservare qualcosa di molto più semplice: il comportamento umano nella vita quotidiana. Molti inizialmente si fermano alla superficie. Guardano l’immagine, l’estetica, il dettaglio visivo. Ma a volte succede anche un’altra cosa. Qualcuno si ferma, rilegge la frase, riguarda il contenuto e capisce che il punto non è l’immagine. Il punto sono i comportamenti.

L’osservazione della vita quotidiana

È da qui che nasce il lavoro di Le Dritte di Simo. Non dalle teorie, ma dalle situazioni reali: un gesto, una frase, un commento sotto un post.

Come guardare il telefono mentre qualcuno ci parla.
Come criticare un contenuto ma continuare comunque a guardarlo.
Come commentare senza aver davvero compreso il messaggio.

Sono comportamenti piccoli, ma raccontano molto di come funzioniamo. In questo senso il progetto è vicino a quella che potremmo chiamare antropologia della vita quotidiana.

Quando il contenuto diventa uno specchio

La parte più interessante arriva quando qualcuno capisce questo passaggio. Quando smette di guardare il contenuto come una semplice foto e inizia a leggerlo come uno specchio. Ed è lì che il contenuto ha funzionato davvero. Perché l’obiettivo non è spiegare alle persone come dovrebbero essere. Ma mostrare qualcosa che fanno già. Ed è proprio da queste piccole tracce — like, commenti, reazioni — che nasce il lavoro di Le Dritte di Simo:

non spiegare l’essere umano, ma osservarlo mentre succede.

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Meno rumore, più colore

Nove anni dopo Le Dritte di Simo

Ad aprile Le Dritte di Simo compie nove anni. Non è solo un anniversario, ma un momento di bilancio. Ci sono passaggi che non si misurano in numeri, ma in consapevolezza. Nove anni bastano per distinguere ciò che è stato direzione da ciò che è stato solo rumore.

Per molto tempo il rumore ha fatto parte della scena.

Commenti veloci, interpretazioni immediate, sguardi che si fermavano dove era più semplice fermarsi.

Non era un errore, era il contesto. All’inizio bastava poco: una foto sul divano, una luce calda, un sorriso apparentemente casuale. Arrivavano cuori, complimenti, presenze silenziose che tornavano a guardare. Il testo restava sotto, più lungo, più stratificato, non sempre attraversato fino in fondo. Non c’era fastidio in questo. C’era una traiettoria naturale dello sguardo.

Col tempo, però, ho iniziato a osservare qualcosa di più preciso.

Ogni volta che pubblicavo un’immagine, il percorso si ripeteva: l’immagine veniva vista, interpretata, completata. Qualcuno anticipava un’intenzione, qualcun altro reagiva a qualcosa che non avevo scritto. A un certo punto ho capito che non stavo più leggendo solo i commenti, ma il processo che li precedeva. L’immagine diventava ipotesi, l’ipotesi diventava reazione. Un passaggio rapido, quasi automatico. Funziona così per tutti. Anche per me.

È lì che qualcosa si è spostato.

Non ho sentito il bisogno di spegnere il rumore. Sarebbe stato inutile. Il rumore fa parte di qualsiasi spazio esposto. Ho invece cambiato la messa a fuoco. Quando entri in una stanza non senti subito le voci: vedi i colori, vedi dove cade la luce, vedi cosa emerge e cosa resta sullo sfondo. Online succede lo stesso. Per anni l’immagine è stata il colore dominante e il testo il dettaglio. A un certo punto ho deciso di invertire il rapporto.

Non puoi obbligare qualcuno a vedere ciò che non vuole vedere. Ma puoi scegliere dove mettere la luce. Ho iniziato a costruire i contenuti in modo che lo sguardo non potesse fermarsi solo alla superficie. Non imponendo una lettura diversa, ma guidando il percorso: domande più precise, scene più concrete, passaggi che rallentano la reazione. Non puoi controllare l’interpretazione, ma puoi allungare il tempo prima che avvenga. E in quel tempo qualcosa si rivela.

Non ho mai pensato di insegnare a guardare. Non sono fuori dal meccanismo che descrivo. Anch’io interpreto, anch’io riempio i vuoti, anch’io reagisco in modo automatico. La differenza è che ho iniziato a restare un secondo in più dentro quel passaggio. Un secondo è poco, ma è lì che si vede il comportamento.

Nove anni sono questo: diventare più precisa. Non sono solo ciò che mostro, ma anche ciò che si attiva quando mi guardano. Non era il rumore a dover cambiare. Era il centro.

Oggi il rumore c’è ancora: commenti veloci, interpretazioni rapide, sguardi che cercano conferme. La differenza è che non è più il centro. Il centro è la messa a fuoco, è la scelta di cosa mettere in luce e di cosa lasciare sullo sfondo. Non posso decidere cosa vedete, ma posso decidere dove far cadere l’attenzione. E quando cambia il centro, cambia anche ciò che diventa visibile.

Non è una questione di immagine. Non lo è mai stata. È una questione di comportamento.

Non siamo ciò che guardiamo.

Siamo ciò che facciamo mentre guardiamo.


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Viviamo nell’assurdo. E lo chiamiamo normalità.

Succedono cose nel mondo che, solo dieci o quindici anni fa, avremmo definito inquietanti, fuori tempo, fuori misura. Oggi invece le leggiamo distrattamente, mentre scorriamo un feed, beviamo un caffè, rispondiamo a un messaggio. Non ci fermano più. Non ci interrogano davvero. Sono diventate sfondo o musica di sottofondo. E questa è forse la vera anomalia del nostro tempo: non l’assurdo in sé, ma la sua normalizzazione.

L’assurdo come la nuova quotidianità.

Relazioni con Intelligenza Artificiale. Persone che instaurano legami emotivi, affettivi e anche romantici con chatbot o modelli di intelligenza artificiale, compresi matrimoni simbolici o fidanzamenti digitali.

Mariti in affitto. Uomini o donne che vengono pagati per fare da compagnia su misura, come se la relazione fosse un servizio da noleggiare e non una storia da costruire.

Cosmetici da bambini. Esistono bambini che utilizzano cosmetici pensati per adulti. Rimpolpanti labbra. Skincare anti-age. Routine estetiche che parlano di correzione, miglioramento, prevenzione. Non stiamo parlando di gioco simbolico. Non di travestimento. Non di sperimentazione innocente. Stiamo interiorizzando uno sguardo adulto su un corpo che non è ancora pronto a sostenerlo.

Genitorialità simulata…con bambole. Persone adulte che vivono una quotidianità con bambole. Le vestono, le fanno mangiare, le portano in giro, parlano con loro, narrano storie di routine famigliari. Le bambole non crescono e non contraddicono e non esigono responsabilità.

Bambini che ballano canzoni da adulti senza educazione affettiva. Accettiamo video di bambine che mimano canzoni e comportamenti erotizzati, ma nella stessa società respingiamo educazione sessuale e affettiva nelle scuole.

La stima diventa una classifica. Non conta chi sei, ma dove arrivi. Il corpo diventa trofeo. Il successo diventa identità, la visibilità diventa valore morale. Se vinci vali, se performi esisti, se raccogli consenso sei legittimato.

Celebrazione di fenomeni social…effimeri. Fenomeni che raccontano un tempo in cui si può avere visibilità senza dire nulla. Essere riconosciuti senza aver creato qualcosa. Funzionare senza un perchè, e scambiarlo per valore.

Tutti questi paradossi non parlano di stranezze isolate. Parlano della stessa difficoltà di fondo: facciamo sempre più fatica a reggere l’esperienza umana reale. Quando non sappiamo reggerla, cerchiamo scorciatoie.

Scegliamo relazioni senza rischio perché l’altro reale contraddice, delude, chiede presenza.
-Affittiamo ruoli perché l’intimità espone.
-Simuliamo legami perché amare davvero implica perdita e trasformazione.
-Anticipiamo il corpo prima dell’identità perché l’attesa ci mette a disagio.
-Mostriamo tutto senza spiegare perché spiegare significa assumersi responsabilità.
-Stimiamo chi vince perché il fallimento ci spaventa.
-Contiamo i like perché il confronto diretto è più difficile da sostenere.
-Celebriamo fenomeni vuoti perché non chiedono coinvolgimento emotivo.
-Funzioniamo senza un perché perché sentire costa.

Ogni paradosso è una difesa emotiva.

Reggere l’esperienza umana significa restare anche quando non conviene, quando non c’è premio immediato, quando non c’è consenso, quando non c’è podio.

Tutti questi paradossi raccontano una cosa sola: non viviamo in un mondo strano, ma in un mondo che fatica a stare dentro lesperienza umana.

Forse quello che dovremmo fare non è funzionare meglio, ma imparare di nuovo a restare dentro ciò che sentiamo.

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Le coppie oggi: un laboratorio filosofico più che romantico

La coppia è uno dei luoghi più antichi dell’umanità, e allo stesso tempo una delle sue invenzioni più moderne. Non è solo una struttura emotiva: è una costruzione culturale, psicologica, simbolica.
Una forma che cambia con la società.

La coppia ideale? Un mito. La coppia ideale è un archetipo, un modello immaginario che non ha corpo.
È la coppia che “dovrebbe essere”. Quella che esiste nelle narrazioni estetiche, nei film, nelle serie, nei social. Ogni epoca ha il suo mito. Noi abbiamo quello della coppia perfettamente sincronizzata.

La coppia Instagram:

  • foto perfetta, dove lui la guarda come se fosse l’unica donna sulla terra,
  • caption emotiva,
  • quotidianità levigata,
  • problemi sospesi nell’ombra dell’estetica.

È un mito seducente perché promette qualcosa che nessuna relazione reale può garantire: continuità emotiva, desiderio costante, assenza di conflitto. Questo mito non è sbagliato.
È semplicemente… irreale.

La coppia del 2025? Pratica. La coppia contemporanea è un luogo dove due identità si incontrano, dialogano, si scontrano.
È una pratica, non un ideale. Un processo, non un risultato. È una relazione che vive tra quotidianità e complessità: messaggi letti e non risposti, toni fraintesi, serate in cui ci si cerca e giornate in cui ci si evita, non per disamore ma per saturazione della vita.

Esempi:

  • coppie che litigano via chat più che dal vivo,
  • coppie che si amano ma hanno bisogno di spazi separati,
  • coppie che attraversano fasi sessuali dissonanti,
  • coppie che si ritrovano in una battuta interna dopo giorni di distanza emotiva,
  • coppie che vivono micro-gelosie sottili, non dichiarate ma reali.

Questa è la coppia come laboratorio: un luogo dove l’esperienza conta più dell’ideale.

Il desiderio? Un fenomeno, non una garanzia Il desiderio non è una linea retta. Non è una garanzia. Non può essere programmato né misurato.
È un fenomeno vivo, un processo ciclico che segue logiche proprie. Ci sono periodi in cui basta che l’altro ti sfiori per smuovere tutto. In cui un gesto quotidiano diventa invito, in cui la pelle risponde prima ancora della mente. Il desiderio si espande, avvolge, trascina. Poi ci sono momenti in cui non accade. Il corpo è stanco, la mente piena, la vita ingombra. Il desiderio sembra ritirarsi, come una marea che lascia scoperta la riva. Non è un segnale d’allarme. È un movimento naturale.
Una trasformazione silenziosa. Il problema nasce quando pretendiamo da esso una continuità artificiale, come se dovesse sempre confermare qualcosa. Quando lo interpretiamo come una mancanza, invece che come una pausa fisiologica.

Il desiderio, quando torna, non torna mai uguale. Rientra da una risata improvvisa, da un gesto gentile, da una complicità risorta senza preavviso, da una fantasia condivisa. Il suo ritorno è un fenomeno che accade, e basta. Accogliere questa fluidità è una forma di maturità emotiva.

La gelosia? Il linguaggio dell’insicurezza. La gelosia non è un peccato emotivo. È una forma di insicurezza che prende voce quando temiamo di non essere più visti, scelti, desiderati. È una sensazione che nasce dentro di noi, non nell’altro.

La gelosia diventa pericolosa solo quando la trasformiamo in controllo. Quando pretendiamo che l’altro risponda alle nostre paure. Quando chiediamo rassicurazioni continue, o confondiamo il bisogno di essere scelti con il diritto di limitare. La gelosia non va repressa, ma nemmeno riversata sull’altro come un’accusa o un vincolo. Va guardata. Va capita. Va trattata come un messaggio interno, non come una colpa esterna. Perché la gelosia, quando viene riconosciuta per ciò che è,non soffoca la coppia: la rende più adulta.

La comunicazione? Il luogo più alto dell’intimità. La comunicazione non è un accessorio della coppia. È il suo terreno sacro. È il luogo dove due persone decidono di incontrarsi senza maschere, senza ruoli, senza coreografie emotive. Parlare davvero non significa “dire tutto”: significa osare rivelarsi. Non è più il corpo a renderti nudo: sono le parole che scegli di pronunciare. Non quelle perfette, ma quelle sincere:

“Questa frase mi ha ferita.” “Non mi sento visto.” “Ho paura che tu ti allontani.” “Mi manchi anche quando sei qui.” “Voglio dirti alcune fantasie”.

Tutto questo richiede molto più coraggio di qualunque gesto fisico. Perché parlare davvero espone l’orgoglio, non la pelle.

La comunicazione è ciò che trasforma la coppia da relazione istintiva a relazione consapevole. Eppure, la comunicazione non è mai facile. È rischiosa, è scomoda, a volte è feroce. Ma è proprio questo rischio che la rende preziosa.

La coppia ideale immagina la comunicazione come armonia. La coppia reale la vive come coraggio. E, forse, è proprio questo il suo punto più alto.

La complicità? Metafisica La complicità è l’elemento meno visibile e più decisivo. Non nasce dal tempo ma dal riconoscimento. È uno spazio condiviso che esiste solo tra quelle due persone. È lo sguardo durante una cena che nessuno vede. La battuta che capite solo voi. Il modo in cui uno anticipa un gesto dell’altro senza che venga chiesto. È un’intelligenza emotiva a due. Una forma di trascendenza quotidiana.

Conclusione…un passo oltre. La coppia ideale vive nel regno dell’immaginario. La coppia del 2025 vive nel regno del possibile. È fatta di oscillazioni, di cicli, di verità scomode e di momenti che non si possono raccontare in una foto, né spiegare in una frase. Eppure è proprio lì, nelle sue imperfezioni, che la coppia respira: nel desiderio che cambia, nella gelosia che insegna, nella comunicazione che espone, nella complicità che trascende. L’amore non è un risultato. Un laboratorio vivo.

Se queste idee ti hanno smosso, se ci hai ritrovato qualcosa di tuo, allora nel nuovo episodio di Breaking Tabù ti porto ancora più a fondo. Lì non analizzo soltanto la coppia: la spoglio. La guardo senza filtri, senza estetica, senza mito. Parlo delle sue parti più intime, quelle che difficilmente si dicono ad alta voce. Se questo articolo è la teoria, il podcast è l’esperienza.

( https://open.spotify.com/show/6rw2RhJ2gC2FvHCjl7SFmR )

E forse, per capire davvero una coppia, servono entrambe.

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La Casa: Rifugio o Gabbia dei Tabù?

‘Casa dolce casa’, si dice. Ma dolce per chi? E quanto di quella dolcezza è autentica? La casa è uno dei simboli più potenti del nostro immaginario. Può essere rifugio, intimità, appartenenza. Ma è anche il primo luogo dove impariamo cosa si può dire e cosa no. E’ il primo spazio del tabù.

Pensiamo alla ‘Casa del Grande Fratello’. Una casa osservata, sorvegliata, spettacolarizzata. Una casa senza pareti reali, dove tutti vedono tutto. Eppure lì, dove tutto apparentemente sembra non nascondere niente, proprio lì, si recita. Lì, si seleziona cosa mostrare. Lì, il teatro prende vita.

Poi c’è la ‘Casa Mulino Bianco’. Perfetta, pulita, rassicurante. Un sogno. O forse un incubo ben confezionato. Un’icona pubblicitaria che ci ha insegnato che una casa felice deve essere ordinata, giocosa, piena e serena.

Ma se passiamo alla ‘Casa di Barbie’. Tutto diventa patinato, impeccabile, quasi asettico. Un ideale di casa femminile stereotipata. Dove non si sporca, non si invecchia, non si discute. Dove tutto sembra giusto e splendente.

E se arriviamo alla ‘Casa della Famiglia Addams’. Ci viene quasi di dire che siamo fuori dagli schemi. Eccentrica, gotica. Qui la stessa quotidianità è un tabù. La morte, il macabro, l’ironia sul normale, l’inquietante vita dei personaggi, tutto ciò non nasconde di certo quello che si è.

Ma la casa che tutti conosciamo, quella che ha rappresentato per anni la casa come teatro quotidiano dei tabù relazionali e culturali, anche se in chiave ironica è…

‘Casa Vianello’. Questa casa rappresenta il palcoscenico di una coppia normale, in cui si scherza, si punzecchia, si ripetono gesti e dialoghi. Tutto sembra leggero, familiare, quotidiano. Eppure in questa tipologia di casa sembra che si rivelino le dinamiche tipiche. Una comunicazione interrotta, il non detto, le abitudini che nascondo la distanza, la donna che esiste solo attraverso il marito, l’uomo che sfugge ma non lascia mai davvero. Una casa che è un set della ripetizione.

La casa può essere un nido ma anche un luogo che plasma ciò che si può o non si può dire. ‘Certe cose non si dicono in casa’. ‘Di certi temi non si può parlare in casa’. La casa è dove impariamo a parlare. Ma è anche dove impariamo a tacere.

Non si parla di sesso. Non si mostra la rabbia. Non si esprime il dolore. Non si mette in discussione l’amore. La casa può essere rifugio ma anche gabbia. Può essere protezione ma anche scena. Può essere nido ma anche copione.

Allora forse oggi serve sapere cosa dovrebbe essere la casa.

Non una che sia ‘Grande’, ‘Mulino’, ‘da Copertina’ o ‘Set’. Ma oggi la casa è quel luogo dove si può sbagliare, dove si può parlare e dire, dove si può ascoltare e sentire. La casa può aprire le porte ai tabù che ci abitano. La casa può diventare un posto dove il tabù non trovi più una stanza in cui nascondersi.