Nove anni dopo Le Dritte di Simo
Ad aprile Le Dritte di Simo compie nove anni. Non è solo un anniversario, ma un momento di bilancio. Ci sono passaggi che non si misurano in numeri, ma in consapevolezza. Nove anni bastano per distinguere ciò che è stato direzione da ciò che è stato solo rumore.
Per molto tempo il rumore ha fatto parte della scena.
Commenti veloci, interpretazioni immediate, sguardi che si fermavano dove era più semplice fermarsi.
Non era un errore, era il contesto. All’inizio bastava poco: una foto sul divano, una luce calda, un sorriso apparentemente casuale. Arrivavano cuori, complimenti, presenze silenziose che tornavano a guardare. Il testo restava sotto, più lungo, più stratificato, non sempre attraversato fino in fondo. Non c’era fastidio in questo. C’era una traiettoria naturale dello sguardo.
Col tempo, però, ho iniziato a osservare qualcosa di più preciso.
Ogni volta che pubblicavo un’immagine, il percorso si ripeteva: l’immagine veniva vista, interpretata, completata. Qualcuno anticipava un’intenzione, qualcun altro reagiva a qualcosa che non avevo scritto. A un certo punto ho capito che non stavo più leggendo solo i commenti, ma il processo che li precedeva. L’immagine diventava ipotesi, l’ipotesi diventava reazione. Un passaggio rapido, quasi automatico. Funziona così per tutti. Anche per me.
È lì che qualcosa si è spostato.
Non ho sentito il bisogno di spegnere il rumore. Sarebbe stato inutile. Il rumore fa parte di qualsiasi spazio esposto. Ho invece cambiato la messa a fuoco. Quando entri in una stanza non senti subito le voci: vedi i colori, vedi dove cade la luce, vedi cosa emerge e cosa resta sullo sfondo. Online succede lo stesso. Per anni l’immagine è stata il colore dominante e il testo il dettaglio. A un certo punto ho deciso di invertire il rapporto.
Non puoi obbligare qualcuno a vedere ciò che non vuole vedere. Ma puoi scegliere dove mettere la luce. Ho iniziato a costruire i contenuti in modo che lo sguardo non potesse fermarsi solo alla superficie. Non imponendo una lettura diversa, ma guidando il percorso: domande più precise, scene più concrete, passaggi che rallentano la reazione. Non puoi controllare l’interpretazione, ma puoi allungare il tempo prima che avvenga. E in quel tempo qualcosa si rivela.
Non ho mai pensato di insegnare a guardare. Non sono fuori dal meccanismo che descrivo. Anch’io interpreto, anch’io riempio i vuoti, anch’io reagisco in modo automatico. La differenza è che ho iniziato a restare un secondo in più dentro quel passaggio. Un secondo è poco, ma è lì che si vede il comportamento.
Nove anni sono questo: diventare più precisa. Non sono solo ciò che mostro, ma anche ciò che si attiva quando mi guardano. Non era il rumore a dover cambiare. Era il centro.
Oggi il rumore c’è ancora: commenti veloci, interpretazioni rapide, sguardi che cercano conferme. La differenza è che non è più il centro. Il centro è la messa a fuoco, è la scelta di cosa mettere in luce e di cosa lasciare sullo sfondo. Non posso decidere cosa vedete, ma posso decidere dove far cadere l’attenzione. E quando cambia il centro, cambia anche ciò che diventa visibile.
Non è una questione di immagine. Non lo è mai stata. È una questione di comportamento.
Non siamo ciò che guardiamo.
Siamo ciò che facciamo mentre guardiamo.
