Perché giudichiamo subito quello che non capiamo
È una foto. Scattata a Milano. Una donna cammina tenendo un uomo al guinzaglio. Lui è a quattro zampe. La guardi e, nel giro di pochi secondi, hai già deciso cos’è. Succede subito. Ti basta un attimo per sapere già cosa stai vedendo. O meglio, per crederlo. Non c’è quel momento in cui ti fermi e pensi: ‘non so cosa sto guardando’. Eppure è proprio lì che inizierebbe l’osservazione.
Quando scorri i commenti sotto la foto ti accorgi che quella stessa immagine diventa tutto e il contrario di tutto. Per qualcuno è follia, per altri libertà, per altri ancora umiliazione, provocazione, marketing. Non stanno guardando la stessa cosa, stanno riempiendo quella foto con ciò che riescono a sostenere. È come se quella foto fosse solo un contenitore e ognuno ci versasse dentro qualcosa di proprio, qualcosa che gli permette di metterle subito un’etichetta e passare oltre.
Il punto non è capire, è trasformare quella sensazione in qualcosa di gestibile. Sbagliato, giusto, estremo, normale. Non importa quale parola si sceglie, importa sceglierne una. Serve a rimettere tutto al suo posto. Quando il fastidio continua, si va oltre la foto. Si va nei commenti. Si leggono i commenti per trovare dove intervenire. Non per capire, ma per dire la propria, per correggere, per attaccare. A quel punto la scena scompare e rimani tu che difendi la tua posizione.
E a un certo punto arriva quella parola, e arriva quasi subito: scandalo. Basta dirla e tutto sembra sistemato. Come se bastasse nominarla per non dover restare ancora davanti a quello che si è visto. Ma lo scandalo non è dentro la foto. Sta nel fatto che non si riesce a collocarla. Sta in quel momento in cui qualcosa non rientra nei codici che si usano di solito, nei ruoli che si riconoscono, nelle dinamiche che si sono viste mille volte. ‘Scandalo‘ non descrive davvero la scena, descrive la distanza tra noi e quello che si sta guardando. Più quella distanza è grande, più la parola diventa utile.
Lo scandalo cambia continuamente. Cose che in un momento fanno rumore, in un altro smettono di farlo, non perché siano cambiate, ma perché nel frattempo siamo cambiati noi, o meglio, sono cambiati i nostri confini.
Alla fine non è il guinzaglio, non è la foto, non è un modo diverso di vivere la sessualità. Non è quello che si è visto. È quello che fai subito dopo: decidi cos’è, le metti un nome e passi oltre. In quel momento non la stai più guardando, stai solo confermando quello che hai deciso.
