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Un Tabù alla settima

Il nuovo progetto del mio profilo Le dritte di Simo porta il titolo ‘Un Tabù alla settima’. Perchè? Perchè sette saranno i giorni in cui ne parleremo e alla settima potenza sarà il modo come ne parleremo. Ogni giorno della settimana affronterò insieme a Voi un tema Tabù, scelto per quella settimana. Lo guarderemo da ogni angolazione, da prospettive diverse, con post, domande, sondaggi, spunti di riflessione. Sarà uno spazio settimanale, un appuntamento settimanale che ci porterà a scavare dentro il Tabù scelto. I Tabù non si abbattono con un post ma si analizzano a strati giorno dopo giorno.

In Archeologia si scava per portare alla luce i resti di civiltà sepolte. Ogni strato nasconde un’epoca, un pensiero, uno stile di vita. Un Tabù alla settima si prefigge di fare proprio questo: un’operazione archeologica dell’anima e della società. Un viaggio nella stratificazione culturale, dove ogni giorno toglie un velo.

Quando, durante gli anni dell’università, scavai un sito urbano in Sardegna, iniziai a capire quanto ogni strato fosse una rivelazione. Toglievo terra e con essa cadevano certezze. Ogni livello modificava la mia visione. Arricchiva le informazioni. Mi costringeva a riformulare l’idea iniziale. Un Tabù alla settima nasce da questa esperienza. Anche i Tabù sono strati da rimuovere e solo esaminandoli uno per uno possiamo accedere ad una verità più profonda.

Il mio profilo vuole muoversi in tal senso perchè sento che ce n’è bisogno. In un tempo in cui il social sembra oscillare tra due estremi, l’ostentazione (quindi l’apparire) e il puritanesimo (il moralismo rigoroso) manca uno spazio autentico dove parlare, riflettere e scavare nei Tabù con rispetto, ironia e profondità.

Immaginate una persona che guarda centinaia di storie su Instagram o Tik Tok: osserva sorrisi, viaggi, selfie perfetti, vita perfetta… ma non interagisce. Non commenta, non esprime davvero cosa prova. E’ come se guardasse tutto con occhi grandi, con una bocca piccola e una mente taciturna. Proprio come erano i dipinti di Margaret Keane, persone con occhi grandissimi. Persone con occhi che vedono ma non parlano, che sentono ma non vengono ascoltati. Proprio come i Tabù. Le figure di questa pittrice sembrano trattenere tutto ciò che non si può dire, proprio come fanno molte persone quando si trovano davanti ad un argomento scomodo. Dove i personaggi di Keane guardano senza parlare, io parlo di ciò che tutti guardano ma nessuno nomina.

Tra chi esibisce e chi censura, ci sono IO. Parlo perchè il silenzio non cambia niente!

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Ribelle si nasce

Vivere in punta di piedi è sempre stato caratteristica di donne con il fuoco dentro. Quell’avanzare così delicato e mai sopra le righe, quell’andamento felpato, morbido, che contraddistingue la loro arte. Un modo di giocare con le parole o con il pennello che diventa la firma della loro esistenza. Essere donne con acume ed intelletto e per di più con una dote artistica era considerato inappropriato. La donna doveva stare ai margini della società e sempre più dietro alla figura maschile, mai accanto e mai e poi mai in prima fila. La società ti additava, ti bullizzava, ti utilizzava. Una condizione che non fermava la propria natura artistica ma sicuramente la metteva in ombra.

Scrittrice di opere che rompevano alcune restrizioni della società nei confronti delle donne. Giornalista, attrice e critica teatrale, Sidonie-Gabrielle Colette viveva dietro il nome e la figura del marito. Sui suoi scritti non vi era il suo nome bensì quello del marito. Un marito che sapeva come sfruttare il suo ruolo di maschio e uomo. Un marito che prende i meriti e le lodi della società. Un marito che sfrutta e utilizza l’estro della moglie. Un marito che si indigna davanti la ribellione della moglie. Poteva mai una donna la cui fiamma arde dentro di lei starsene al buio? Il fuoco della ribellione lo si ha dentro dalla nascita, non si accende all’improvviso. Lo si riconosce come cenere ma appena ci si lascia andare la cenere prende fuoco e divampa. Colette infuriò nell’essere scandalo. Divenne simbolo della società libertina parigina. Riscattò e rivendicò la propria identità artistica e sessuale.

Pittrice di occhi grandi incastonati su visi piccoli infantili. Occhi che portavano un velo di tristezza. Forse quella stessa tristezza che portò se stessa a nascondersi dietro la figura del marito. I quadri di Margaret Ulbrich in Keane furono spacciati per opere dipinte dal marito. Un marito convinto che una donna artista non poteva mai avere credibilità nella società. Un marito che sfoggia la sua arroganza di finta paternità dei dipinti con gli occhi grandi, quello stesso marito che sfrutta la bellezza delle opere non sue per farne un business. Contrapposto a questa figura maschile una donna, Margaret, che continua a vivere attraverso la sua arte fin quando la ribellione che soffocava dentro non prende voce, una voce che fa eco.

Far conoscere al mondo ciò che è la nostra natura è faticoso, ma se si nasce con quel sentimento di ribellione allora tutto prende la forma del progresso positivo. Ribellarsi per sentirsi liberi di esprimere il proprio essere non deve spaventare. Ciò che deve far paura è vivere la propria vita dietro le quinte.