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Viviamo nell’assurdo. E lo chiamiamo normalità.

Succedono cose nel mondo che, solo dieci o quindici anni fa, avremmo definito inquietanti, fuori tempo, fuori misura. Oggi invece le leggiamo distrattamente, mentre scorriamo un feed, beviamo un caffè, rispondiamo a un messaggio. Non ci fermano più. Non ci interrogano davvero. Sono diventate sfondo o musica di sottofondo. E questa è forse la vera anomalia del nostro tempo: non l’assurdo in sé, ma la sua normalizzazione.

L’assurdo come la nuova quotidianità.

Relazioni con Intelligenza Artificiale. Persone che instaurano legami emotivi, affettivi e anche romantici con chatbot o modelli di intelligenza artificiale, compresi matrimoni simbolici o fidanzamenti digitali.

Mariti in affitto. Uomini o donne che vengono pagati per fare da compagnia su misura, come se la relazione fosse un servizio da noleggiare e non una storia da costruire.

Cosmetici da bambini. Esistono bambini che utilizzano cosmetici pensati per adulti. Rimpolpanti labbra. Skincare anti-age. Routine estetiche che parlano di correzione, miglioramento, prevenzione. Non stiamo parlando di gioco simbolico. Non di travestimento. Non di sperimentazione innocente. Stiamo interiorizzando uno sguardo adulto su un corpo che non è ancora pronto a sostenerlo.

Genitorialità simulata…con bambole. Persone adulte che vivono una quotidianità con bambole. Le vestono, le fanno mangiare, le portano in giro, parlano con loro, narrano storie di routine famigliari. Le bambole non crescono e non contraddicono e non esigono responsabilità.

Bambini che ballano canzoni da adulti senza educazione affettiva. Accettiamo video di bambine che mimano canzoni e comportamenti erotizzati, ma nella stessa società respingiamo educazione sessuale e affettiva nelle scuole.

La stima diventa una classifica. Non conta chi sei, ma dove arrivi. Il corpo diventa trofeo. Il successo diventa identità, la visibilità diventa valore morale. Se vinci vali, se performi esisti, se raccogli consenso sei legittimato.

Celebrazione di fenomeni social…effimeri. Fenomeni che raccontano un tempo in cui si può avere visibilità senza dire nulla. Essere riconosciuti senza aver creato qualcosa. Funzionare senza un perchè, e scambiarlo per valore.

Tutti questi paradossi non parlano di stranezze isolate. Parlano della stessa difficoltà di fondo: facciamo sempre più fatica a reggere l’esperienza umana reale. Quando non sappiamo reggerla, cerchiamo scorciatoie.

Scegliamo relazioni senza rischio perché l’altro reale contraddice, delude, chiede presenza.
-Affittiamo ruoli perché l’intimità espone.
-Simuliamo legami perché amare davvero implica perdita e trasformazione.
-Anticipiamo il corpo prima dell’identità perché l’attesa ci mette a disagio.
-Mostriamo tutto senza spiegare perché spiegare significa assumersi responsabilità.
-Stimiamo chi vince perché il fallimento ci spaventa.
-Contiamo i like perché il confronto diretto è più difficile da sostenere.
-Celebriamo fenomeni vuoti perché non chiedono coinvolgimento emotivo.
-Funzioniamo senza un perché perché sentire costa.

Ogni paradosso è una difesa emotiva.

Reggere l’esperienza umana significa restare anche quando non conviene, quando non c’è premio immediato, quando non c’è consenso, quando non c’è podio.

Tutti questi paradossi raccontano una cosa sola: non viviamo in un mondo strano, ma in un mondo che fatica a stare dentro lesperienza umana.

Forse quello che dovremmo fare non è funzionare meglio, ma imparare di nuovo a restare dentro ciò che sentiamo.

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Un Tabù alla settima

Il nuovo progetto del mio profilo Le dritte di Simo porta il titolo ‘Un Tabù alla settima’. Perchè? Perchè sette saranno i giorni in cui ne parleremo e alla settima potenza sarà il modo come ne parleremo. Ogni giorno della settimana affronterò insieme a Voi un tema Tabù, scelto per quella settimana. Lo guarderemo da ogni angolazione, da prospettive diverse, con post, domande, sondaggi, spunti di riflessione. Sarà uno spazio settimanale, un appuntamento settimanale che ci porterà a scavare dentro il Tabù scelto. I Tabù non si abbattono con un post ma si analizzano a strati giorno dopo giorno.

In Archeologia si scava per portare alla luce i resti di civiltà sepolte. Ogni strato nasconde un’epoca, un pensiero, uno stile di vita. Un Tabù alla settima si prefigge di fare proprio questo: un’operazione archeologica dell’anima e della società. Un viaggio nella stratificazione culturale, dove ogni giorno toglie un velo.

Quando, durante gli anni dell’università, scavai un sito urbano in Sardegna, iniziai a capire quanto ogni strato fosse una rivelazione. Toglievo terra e con essa cadevano certezze. Ogni livello modificava la mia visione. Arricchiva le informazioni. Mi costringeva a riformulare l’idea iniziale. Un Tabù alla settima nasce da questa esperienza. Anche i Tabù sono strati da rimuovere e solo esaminandoli uno per uno possiamo accedere ad una verità più profonda.

Il mio profilo vuole muoversi in tal senso perchè sento che ce n’è bisogno. In un tempo in cui il social sembra oscillare tra due estremi, l’ostentazione (quindi l’apparire) e il puritanesimo (il moralismo rigoroso) manca uno spazio autentico dove parlare, riflettere e scavare nei Tabù con rispetto, ironia e profondità.

Immaginate una persona che guarda centinaia di storie su Instagram o Tik Tok: osserva sorrisi, viaggi, selfie perfetti, vita perfetta… ma non interagisce. Non commenta, non esprime davvero cosa prova. E’ come se guardasse tutto con occhi grandi, con una bocca piccola e una mente taciturna. Proprio come erano i dipinti di Margaret Keane, persone con occhi grandissimi. Persone con occhi che vedono ma non parlano, che sentono ma non vengono ascoltati. Proprio come i Tabù. Le figure di questa pittrice sembrano trattenere tutto ciò che non si può dire, proprio come fanno molte persone quando si trovano davanti ad un argomento scomodo. Dove i personaggi di Keane guardano senza parlare, io parlo di ciò che tutti guardano ma nessuno nomina.

Tra chi esibisce e chi censura, ci sono IO. Parlo perchè il silenzio non cambia niente!

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Intimità e Erotismo Digitale nell’Era dell’Intelligenza Artificiale

L’ Intelligenza Artificiale (IA) sta avvolgendo nelle sue braccia ogni aspetto della nostra vita, inclusa la sfera intima, l‘Erotismo. Stiamo assistendo ad un’ascesa dell’erotismo digitale. Chatbot romantici e partner virtuali sono l’espressione dell’ intimità nell’era della IA. Piattaforme come Replika consentono a chi si iscrive di instaurare relazioni affettive con chatbot personalizzati, offrendo compagnia, interazioni emotive, erotiche e sessuali. Per chatbot si intendono programmi informatici che simulano una conversazione con un essere umano, sia attraverso la voce che tramite testo scritto. L’applicazione Replika, nello specifico, apprende dalle conversazioni le preferenze degli utenti, tanto che questi sviluppano relazioni profonde con il proprio Replika, arrivando a considerarlo un partner romantico. Un’altra applicazione è CarynAI. Caryn Marjorie è una influencer che ha creato un avatar digitale di se stessa, così gli utenti interagiscono con la sua controparte digitale, pagando. Se queste applicazioni registrano migliaia di utenti ogni giorno è evidente che l’interesse verso le relazioni virtuali e l’erotismo digitale è in aumento esponenziale.

Se da un lato tutta questa ridefinizione del modo in cui percepiamo il desiderio, in cui esploriamo le fantasie e costruiamo connessioni emotive, offre una esperienza intima fuori dal comune. Dall’altro lato c’è una maggiore idealizzazione di queste interazioni tra umani e chatbot, attribuendo loro caratteristiche umane e desiderabili. Quindi si arriva ad un allontamento dalla realtà digitale o virtuale. In altre parole, ci si dimentica che si sta esplorando una realtà virtuale/digitale, illudendosi di creare una intimità che non si basa su una empatia reciproca, su una vulnerabilità condivisa e su una crescita attraverso il confronto. Bensì si sta instaurando una interazione unidirezionale, priva di reale reciprocità. Tutto ciò porta l’essere umano a sentirsi compreso da qualcosa di meccanico e preprogrammato.

L’innovazione ha le sue implicazioni psicologiche e culturali. Se su un piatto della bilancia l’erotismo digitale offre uno spazio sicuro per esplorare desideri e fantasie. Sull’altro piatto tutto ciò può influenzare le aspettative nelle relazioni reali. Si possono avere avvisaglie di dissociazione tra fantasia e realtà, creando delle aspettative irrealistiche nei confronti dei partner umani, fuggendo quindi da questi ultimi e rifugiandosi in ciò che è l’interazione con un‘IA. Consapevolezza, critica delle limitazioni, conoscenza delle differenze tra connessioni autentiche e simulazioni, sono i punti cardini che ogni essere umano deve possedere ogni volta che interagiste con un’IA. Ma siamo sicuri che si hanno?

Una domanda che è d’obbligo chiedersi: la tecnologia nell’erotismo nasce per integrare e arricchire le esperienze intime, allora perchè si tende a sostituirle? Guardare ad una tecnologia al servizio delle relazioni potrebbe migliorare la propria realtà intima. Ad esempio, dispositivi come sex toys intelligenti, realtà virtuale e teledildonica consentono alle coppie di mantenere l’intimità anche a distanza. Arricchendo la vita sessuale con nuove esperienze, rafforzando i legami affettivi e esplorando insieme la sessualità. Ma sappiamo che l’essere umano tende a sostituire il vecchio con il nuovo quando si approccia alla tecnologia, vuoi perchè gli fa fatica l’integrazione o vuoi perchè è la via più semplice con meno sforzo. Ed ecco il motivo di alcune previsioni. Entro il 2050 il sesso con robot potrebbe diventare più comune di quello tra esseri umani. Si fuggirà dalla complessità delle relazioni tradizionali, preferendo i sexbot. Visto che essi sono progettati per simulare emozioni e risposte umane, offrendo compagnia e piacere senza altre implicazioni, si assisterà ad un isolamento emotivo e ad una riduzione delle interazioni umane autentiche.

Il vero problema secondo me non è la tecnologia o il futuro dell’erotismo virtuale. Quando il dialogo diventa un rischio, quando l’intimità è giudicata e la vulnerabilità derisa, quando mancano il rispetto, l’ascolto e l’empatia nelle relazioni reali, ecco che il virtuale diventa casa. Milioni di utenti scelgono l’interazione con l’Intelligenza Artificiale non per alienazione ma per difesa. Si preferisce avere una relazione con i robot perchè i robot non tradiscono, non giudicano, non impongono.

La vera domanda è: siamo ancora in grado di incontrarci davvero, da esseri umani?

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Innamorarsi dell’amore: il dilemma tra affettività e desiderio

All’inizio, in ogni coppia l’innamoramento è rivolto verso la passione che si prova nei confronti dell’altra persona. Più si va avanti più questo si trasforma in amore verso il sentimento amore. Quasi come se si perdesse di vista la passione per la persona fisica e si rivolgesse il proprio sguardo solo all’affettività, alla compagnia, al legame, al sentimento intimo che si prova, al prendersi cura dell’altra persona. Indicativo di questo passaggio è anche l’uso dell’espressione fare l’amore invece che fare sesso. Sembra che la scissione sia automatica e il più delle volte anche definitiva.

Il prima è contraddistinto dalla ricerca del gioco sessuale, ma il dopo, una volta consolidatasi la relazione e aggiunti i progetti e i sentimenti più personali e intimi, è proteso all’amare l’amore. Sembrerebbe una evoluzione ma a mio avviso è una involuzione verso il piacere e il desiderio. A questo punto cambierei il detto: “il matrimonio è la tomba dell ‘amore” con “il matrimonio è la tomba del sesso”. Innamorarsi dell’amore non porta con se l’ innamoramento anche del desiderio, del piacere, del sesso. Far coesistere entrambi è una sfida. E sfido chiunque a rischiare. Scegliere di amare l’amore a discapito di amare il piacere non sembra essere una scelta vincente ma piuttosto rinunciataria che propende verso una relazione sempre meno audace e più abituale e fatta di routine.

Ma se l’eros è sempre più definito l’elisir di lunga vita delle relazioni, il pepe della vita, perchè si abbandona di amare il piacere? E se invece che del partner ci si sentisse innamorati dell’idea dell’amore data la scarsa attrazione verso il gioco del piacere? Due domande a cui è difficile dare risposte oggettive, ma forse se si analizzasse persona dopo persona o ogni situazione e condizione di vita, si avrebbe un barlume di riscontro.

La sessualità, il desiderio, il piacere, l’erotismo, si fanno noia, scontentezza e scontatezza. Si smarrisce la dimensione ludica, di scambio e di nutrimento del legame amoroso. Amare il piacere porta ad amare l’amore. Amore e piacere si intersecano, si influenzano, si fondono. Questa è evoluzione. Un’evoluzione che non cambia le persone ma l’approccio ad amare ciò che è l’amore e la sessualità.

Nessun matrimonio o legame longevo deve essere definito come tomba dell’amore o del sesso e ciò avviene se rimane presente la cura dell’amore e dell’eros in ogni fase di vita di coppia. Se nell’amare l’amore si introducesse il dialogo tra i corpi. Se nell’amare il piacere si introducessero fantasia e trasgressione. Tutto questo arricchimento porterebbe ad esplorare paesaggi emotivi mai visti e mai provati.

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Giugno, il mese dell’orgoglio sessuale.

Libertà Sessuale nell’Antica Grecia: Mito e Storia

L’antica Grecia insegna che non tutto segue una direzione ma che al mondo le varianti sono tante. Che i miti danno il loro contributo nel capire sempre meglio come vivevano e pensavano gli esseri umani. Ed è proprio dal mito dell’androgino di Platone che voglio partire. Conosciuto anche come mito della mela (forse ecco perchè si parla della ricerca dell’altra metà della mela).

La figura dell’essere umano era rotonda. Possedeva due volti, quattro braccia, quattro gambe, due sessi. Per questo motivo a quei tempi i sessi non erano due ma tre. Vi erano le forme maschio-maschio, femmina-femmina e quelli androgini, composti da una metà maschile e una femminile. In questa forma sferica gli esseri umani si spostavano rotolando. La loro vigoria e grandezza d’animo sfidava gli Dei nello scalare l’Olimpo. Ma questo comportamento portò gli Dei a punirli, maledicendoli. Decisero di dividerli in due con lo scopo di indebolirli. La conseguenza fu che le metà iniziarono a bramare un ricongiungimento per ritornare alla loro forma d’origine. Spendevano le loro giornate a tentare di avvinghiarsi e tornare al loro essere di partenza, ma con zero risultati. Non mangiavano, non dormivano, non lavoravano. Il mondo si fermò. Zeus si impietosì e decise di dare loro la sazietà attraverso l’unione dei genitali. Quindi femmine e femmine, maschi e maschi, femmine e maschi, si ritrovarono e la ricongiunzione dei loro genitali li portarono alla soddisfazione. Le metà ritornarono a lavorare, a sfamarsi e a dedicarsi alla loro sopravvivenza. Ed è proprio così che nasce Eros, una forza antica, un potere che ci costringe alla vita tramite il desiderio.

Il mito offre una spiegazione dei diversi orientamenti sessuali. Una esistenza di omosessualità che è naturale. I sessi avevano la loro metà con cui ricomponendosi riconquistavano un appagamento e un piacere fisico tali da essere il motore trainante della loro vita.

Nell’antica Grecia la sessualità non veniva definita a seconda dei sessi, bensì a seconda dell’essere attivo o passivo. Gli antichi greci oggi farebbero difficoltà a capire le parole che siamo soliti usare per definire l’inclinazione sessuale. Termini come etero, omo e bi sessualità, non verrebbero compresi. Gli antichi greci erano pagani. E’ con il cristianesimo che si sono introdotti concetti e precetti, che la società moderna considera universali. Ma in realtà sono solo culturali. Quindi nella storia greca non vi era una distinzione netta come oggi la intendiamo. Tutto era molto più semplice e si basava sull’attività penetrante e non penetrante, attiva e passiva. I greci erano liberi sessualmente seguendo le loro regole.

Nell’antica Grecia la parola sessualità non era contemplata. Tutto ruotava intorno alla figura di Eros. Il sesso non era territorio di indagine medica, di orientamento pedagogico, di introspezione morale. Non vi erano domande, incertezze, riflessioni. E’ la modernità che ha portato la sessualità a come la si conosce con i suoi dubbi o con le sue idee psicologiche.

La conoscenza insegna!!

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Atto di Libertà

Un atto di libertà è muovere la propria mente verso una dimensione in cui tutto è lecito, in cui tutto è proiettato alla soddisfazione completa, psichica e fisica. Sentirsi gratificati da quell’atto di libertà è sinonimo di ricompensa del cervello, che rilascia dopamina e altri neurotrasmettitori associati al piacere e al benessere. In quell’atto di libertà ci si abbandona completamente per arrivare ad un gradino superiore di espressione di se stessi. Questo è successo a due pornodivi, Rocco Tano in arte Siffredi e Anna Moana Rosa Pozzi in arte Moana Pozzi. Si è cercato di ‘studiare’ entrambi in due docu- serie mettendo sotto i riflettori il loro mondo, il loro essere umano e il loro essere sessuale. Due mondi sessualmente attivi in modo differente, non solo perchè sono di genere opposto ma perchè concepivano il sesso in due modi diversi e in altrettanto modo lo vivevano. Li accomunava però un unico denominatore: il loro atto di libertà. Si sentivano liberi di essere se stessi, senza sovrastrutture o ornamenti inutili.

Per Rocco Tano il faro fu dato, come per ogni bambino, dal mito di sentirsi un eroe ma non dall’armatura scintillante di un cavaliere di altri tempi, ma da quella di maschio che non frenava le sue voglie sessuali. Un eroe del sesso. “La dinamite fra le gambe” aveva un’unica miccia, la libertà del suo essere carnale e maschio. Il potere indiscusso di Rocco Tano che lo portò a trasformarsi in Rocco Siffredi fu l’essere reale in ogni sua forma sessuale. Rocco fu la raffigurazione del sesso reale. Glielo si leggeva negli occhi e glielo si vedeva nei movimenti. La sua fame era carnale, non la nascose ma ne fece il suo superpotere. Il suo essere pornografico venne alimentato non dall’amore o da una sensibilità all’amore, ma dalla bramosia carnale che lo dominava. La sua popolarità la si deve al suo atto di libertà nell’essere esattamente ciò che sentiva di essere.

L’atto di libertà di Moana Pozzi è mosso dall’amore per gli uomini. Questo è il punto di vista della docu-serie. Se con Rocco Siffredi si può avere una rispondenza concreta, con lei, che non c’è più, manca il riscontro reale. Quindi rimane il punto interrogativo sul realismo della serie. Il proiettore su Moana riflette il suo essere donna immagine con la voglia di essere qualcos’altro oltre che pornodiva. Il suo fare sesso, la sua pornografia, erano edulcorati dall’erotismo e dalla sensualità che la contraddistinguevano. Moana faceva sesso con chi la guardava, ovvero con l’obiettivo della telecamera. La sua libertà era dettata dalla voglia di piacere ed essere terrena. Sentirsi terrena era la sua forza, perchè godeva del desiderio che leggeva negli occhi di chi la osservava. La sua fama sicuramente venne dal suo essere vera e reale.

Questi atti di libertà fanno paura alla gente. Questi due personaggi facevano e fanno paura alla gente. Esprimere i propri desideri sessuali e reali fa paura alla gente. Le loro docu-serie, la loro rappresentazione reale, sconvolgono il senso del pudore del paese. Ecco perchè difficilmente si accetta un atto di libertà!

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Scoperta di se stessi

Più volte nei miei articoli ho parlato di sessualità, di pratiche sessuali, di educazione alla sessualità, di sdoganare tabù perchè ci limitano, e ci tengono legati ad una realtà piena di condizionamenti, ma ci siamo mai chiesti se conosciamo veramente noi stessi e il nostro corpo? Abbiamo mai fatto un percorso alla scoperta di noi stessi? Abbiamo viaggiato tra i meandri del nostro corpo ed esplorato ogni insenatura? Sembriamo essere padroni del nostro corpo, lo alleniamo in palestra, lo portiamo a dedicarsi alle passioni anche più estreme, lo sottoponiamo a regimi alimentari considerevoli, eppure ci siamo mai dedicati a conoscerlo veramente? Ci siamo presi del tempo per ‘studiarlo’, per capire come reagisce ad uno stimolo o ad una vibrazione? Abbiamo mai messo impegno per arrivare alla conoscenza di ciò che desidera? L’ assurdità risiede nell’ investire tempo e voglia a creare legami sociali, a gestire relazioni più o meno intime, ma senza avere la comprensione di se stessi, dei propri bisogni, dei propri desideri. Avere la consapevolezza di se stessi attraverso l’arte dello scoprirsi è il primo passo da fare. Ma come succede di solito l’essere sociale è portato alla ricerca di un nuovo amico, di un nuovo amore, di nuove persone con cui comunicare per non sentirsi solo. Perchè la strada più facile è quella più percorsa? Correre una maratona senza allenamento fisico, emotivo e mentale, è possibile? E allora perchè avvicinarsi agli altri senza l’esplorazione personale risulta essere la rotta che si segue? Un passo da fare, forse il primo passo, è quello di uscire dal bigottismo fatto di non insegnamento e non conoscenza. Il bigottismo deriva da una mancanza di comprensione, apertura mentale o consapevolezza delle proprie convinzioni. Palpare se stessi consente di sviluppare una mentalità più aperta e tollerante verso punti di vista diversi.

Avete mai pensato che la scoperta del nostro corpo è frenata dalle paure? La paura del giudizio. La preoccupazione su come gli altri (o anche noi stessi) possono percepire il nostro corpo. La paura dell’insicurezza. Sentirsi insicuri riguardo al proprio aspetto e alle proprie imperfezioni. La paura dell’intimità. La paura di non accettarsi o essere accettati durante esperienze intime. La paura del dolore o del disagio. Apprensione sulle sensazioni fisiche sgradevoli durante l’esplorazione del proprio corpo. La paura dell’ignoto. Il timore di ciò che si potrebbe scoprire. Ma la domanda che ci si pone davanti a questa lista di paure è: “vuoi superarle?”

E quali sono i diversi modi per esplorare e scoprire il proprio corpo? La masturbazione consapevole che aiuta a conoscere le preferenze e i desideri. L’esplorazione tattile, grazie alla quale si toccano le diverse parti del corpo in modo consapevole, carpendo sensazioni e reazioni. Lo Specchiarsi e l’osservarsi, comprendendo e accettando il proprio corpo. Tutto questo rispettando i propri confini personali, che sono le linee guida che ci fanno sentire a proprio agio.

Trascurare e sottovalutare la scoperta e l’esplorazione del proprio corpo blocca la comprensione approfondita di se stessi. Limita il benessere individuale.

Siete sicuri di avere conoscenza e padronanza del vostro corpo o vi state solo nascondendo rifugiandosi in una bell’ involucro modellato come argilla?

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Ribelle si nasce

Vivere in punta di piedi è sempre stato caratteristica di donne con il fuoco dentro. Quell’avanzare così delicato e mai sopra le righe, quell’andamento felpato, morbido, che contraddistingue la loro arte. Un modo di giocare con le parole o con il pennello che diventa la firma della loro esistenza. Essere donne con acume ed intelletto e per di più con una dote artistica era considerato inappropriato. La donna doveva stare ai margini della società e sempre più dietro alla figura maschile, mai accanto e mai e poi mai in prima fila. La società ti additava, ti bullizzava, ti utilizzava. Una condizione che non fermava la propria natura artistica ma sicuramente la metteva in ombra.

Scrittrice di opere che rompevano alcune restrizioni della società nei confronti delle donne. Giornalista, attrice e critica teatrale, Sidonie-Gabrielle Colette viveva dietro il nome e la figura del marito. Sui suoi scritti non vi era il suo nome bensì quello del marito. Un marito che sapeva come sfruttare il suo ruolo di maschio e uomo. Un marito che prende i meriti e le lodi della società. Un marito che sfrutta e utilizza l’estro della moglie. Un marito che si indigna davanti la ribellione della moglie. Poteva mai una donna la cui fiamma arde dentro di lei starsene al buio? Il fuoco della ribellione lo si ha dentro dalla nascita, non si accende all’improvviso. Lo si riconosce come cenere ma appena ci si lascia andare la cenere prende fuoco e divampa. Colette infuriò nell’essere scandalo. Divenne simbolo della società libertina parigina. Riscattò e rivendicò la propria identità artistica e sessuale.

Pittrice di occhi grandi incastonati su visi piccoli infantili. Occhi che portavano un velo di tristezza. Forse quella stessa tristezza che portò se stessa a nascondersi dietro la figura del marito. I quadri di Margaret Ulbrich in Keane furono spacciati per opere dipinte dal marito. Un marito convinto che una donna artista non poteva mai avere credibilità nella società. Un marito che sfoggia la sua arroganza di finta paternità dei dipinti con gli occhi grandi, quello stesso marito che sfrutta la bellezza delle opere non sue per farne un business. Contrapposto a questa figura maschile una donna, Margaret, che continua a vivere attraverso la sua arte fin quando la ribellione che soffocava dentro non prende voce, una voce che fa eco.

Far conoscere al mondo ciò che è la nostra natura è faticoso, ma se si nasce con quel sentimento di ribellione allora tutto prende la forma del progresso positivo. Ribellarsi per sentirsi liberi di esprimere il proprio essere non deve spaventare. Ciò che deve far paura è vivere la propria vita dietro le quinte.

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Fluidità sessuale: la scelta del non definirsi!

La sessualità è stata sempre ingabbiata in schemi rigidi e inflessibili. Tutto doveva rispondere ad un preciso ordine schematico. Tutto doveva percorrere un iter ben preciso. Eppure il piacere non ha un orientamento rigoroso. Tutto ciò che esce fuori dagli standard prefissati della società viene guardato con distanza o addirittura viene censurato. La disapprovazione è dietro l’angolo soprattutto quando si parla del mondo sessuale. Oggi sembra esserci più tolleranza o accettazione, ma siamo sicuri di questo?

Se vi dicessi che la scoperta del piacere e del modo di viverlo dovrebbe essere libero da qualsiasi restrizione, cosa mi rispondereste? Il piacere non è un dovere o un obbligo e deve indirizzarsi verso un modello conosciuto. Il piacere si fonda su un termine che al momento viene usato per qualsiasi desiderio non tipico, il vocabolo è fluido, in altre parole mutevole.

Di fluidità ne parlò negli anni ’50 il sessuologo statunitense Kinsey, dicendo che non tutto si deve ridurre a due fazioni, quella dell’eterosessuale e quella dell’omosessuale, ma ‘l’orientamento sessuale umano non è binario ma fluido e soggetto a molte variazioni nel corso della vita’. Kinsey all’epoca con i suoi studi sradicò il pensiero conservatore e bigotto che condannava quelle pratiche sessuali soggettive e personali che si allontanavano dal sesso coniugale finalizzato alla procreazione. Purtroppo il pensiero di oggi, nel 2023, sembra essere ancora tradizionalista anche se si è consapevoli che il mondo sta andando verso una fluidità. A volte è più forte di ogni essere umano convivere con questa evoluzione o meglio realtà di fatto. Con Kinsey si parlò di legittimare la bisessualità, la masturbazione, il sesso extraconiugale e altre pratiche sessuali ritenute vergognose. Siamo sicuri che oggi tutto questo sia ammissibile? Siamo certi che oggi dogmi religiosi, pregiudizi, scarsa informazione e scarsa conoscenza del proprio corpo si sono superati? Se per Kinsey all’epoca ci furono condanne perchè accusato di istigazione al libertinaggio e all’adulterio, nonostante il suo dire era basato su ricerche e studi, oggi come oggi non c’è nessuno che metterebbe in dubbio l’acconsentire di questi orientamenti e comportamenti sessuali?

Il concetto di fluido mette in evidenza diverse sfumature. Come i colori sono fatti da tonalità diverse che si distanziano dal colore preciso, anche nel mondo sessuale tutto risiede in sfumature più o meno sganciate dalle etichette. Termini che fanno parte del linguaggio fluido sono evoluzioni del concetto gender come cisgender, transgender, transessuale, genere non binario, genderqueer, genderfluid, agender. Esiste anche il termine eteroflessibilità, in altre parole una persona che pur essendo eterosessuale si sente attratta da persone del suo stesso sesso senza essere contemplata come bisessuale o omosessuale.

In conclusione, a quanto detto io rispondo nel seguente modo: “già si fa fatica a leggere un libro erotico e a discuterne, figuriamoci a comprendere la fluidità sessuale”.

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L’ arte erotica: le Tre Grazie di Peter Paul Rubens

Nel Sei e nel Settecento l’arte subisce dei cambiamenti. L’arte erotica diventa attenta a ciò che è naturale e a ciò che è vero. Sia la pittura che la scultura non raccontano più storie ma comunicano emozioni e sensazioni di tipo mondano, legate alla frivola vita dei nobili del tempo. Tutto sembra respirare di nuovo. La sensualità si apre ad una libertà che non aveva mai provato prima.

Uno dei massimi esponenti di quest’arte libera da ogni preconcetto fu Peter Paul Rubens.

La sua arte venne considerata la quintessenza della carnalità e dell’erotismo. I suoi dipinti mostrano ritmo, energia, movimento e impeto. Lui prediligeva le figure femminili e dava loro una inconsueta sensuale fisicità. Dipingeva una bellezza femminile diversa dai canoni precedenti. Le forme delle donne diventano prosperose, le carni rosate e floride, il tutto sottolineato da una nudità gioiosa e piena di vita. Le donne delle sue tele avevano e hanno tutt’ora un valore reale perchè reale era la loro fisicità. Rappresentava la pelle ora con gonfiori e pieghe, ora tesa o compressa, proprio come nella realtà. Assecondando i sensi, Rubens amplificava la sensazione del tatto.

L’opera di Rubens che voglio prendere in considerazione ha come titolo le Tre Grazie. Tre donne grate alla vita e felici per essere protette dalla natura ma non del tutto consapevoli. L’erotismo che si evidenzia in questo dipinto non è dato solo dalla nudità florida ma anche dal tatto. Le tre donne usano le mani e la posa dei corpi in modo naturale tanto da sembrare realistiche. Le donne presentano segni evidenti di cellulite, pieghe e rotondità, tutto finalizzato a celebrare una bellezza fisica reale, genuina e non virtuale. Le Tre Grazie raffigurano una danza, simile alla danza della vita. Disegnare in modo sinuoso il corpo della donna per Rubens era alla base del suo concetto di bellezza femminile. Il trionfo della carne e della sensualità dei corpi delle donne era l’eco della felicità e della vitalità che l’artista possedeva. Il dipinto mostra una morbidezza che porta ad avere la voglia di toccare. L’opera è così reale che sembra scatenare degli impulsi erotici in chi osserva.

Le Tre Grazie sono state dipinte da vari artisti in diversi periodi, ma quello che rende ancora più significativa la raffigurazione di Rubens è il modo di interpretare il libertinaggio che in quel periodo faceva da padrone.