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Viviamo nell’assurdo. E lo chiamiamo normalità.

Succedono cose nel mondo che, solo dieci o quindici anni fa, avremmo definito inquietanti, fuori tempo, fuori misura. Oggi invece le leggiamo distrattamente, mentre scorriamo un feed, beviamo un caffè, rispondiamo a un messaggio. Non ci fermano più. Non ci interrogano davvero. Sono diventate sfondo o musica di sottofondo. E questa è forse la vera anomalia del nostro tempo: non l’assurdo in sé, ma la sua normalizzazione.

L’assurdo come la nuova quotidianità.

Relazioni con Intelligenza Artificiale. Persone che instaurano legami emotivi, affettivi e anche romantici con chatbot o modelli di intelligenza artificiale, compresi matrimoni simbolici o fidanzamenti digitali.

Mariti in affitto. Uomini o donne che vengono pagati per fare da compagnia su misura, come se la relazione fosse un servizio da noleggiare e non una storia da costruire.

Cosmetici da bambini. Esistono bambini che utilizzano cosmetici pensati per adulti. Rimpolpanti labbra. Skincare anti-age. Routine estetiche che parlano di correzione, miglioramento, prevenzione. Non stiamo parlando di gioco simbolico. Non di travestimento. Non di sperimentazione innocente. Stiamo interiorizzando uno sguardo adulto su un corpo che non è ancora pronto a sostenerlo.

Genitorialità simulata…con bambole. Persone adulte che vivono una quotidianità con bambole. Le vestono, le fanno mangiare, le portano in giro, parlano con loro, narrano storie di routine famigliari. Le bambole non crescono e non contraddicono e non esigono responsabilità.

Bambini che ballano canzoni da adulti senza educazione affettiva. Accettiamo video di bambine che mimano canzoni e comportamenti erotizzati, ma nella stessa società respingiamo educazione sessuale e affettiva nelle scuole.

La stima diventa una classifica. Non conta chi sei, ma dove arrivi. Il corpo diventa trofeo. Il successo diventa identità, la visibilità diventa valore morale. Se vinci vali, se performi esisti, se raccogli consenso sei legittimato.

Celebrazione di fenomeni social…effimeri. Fenomeni che raccontano un tempo in cui si può avere visibilità senza dire nulla. Essere riconosciuti senza aver creato qualcosa. Funzionare senza un perchè, e scambiarlo per valore.

Tutti questi paradossi non parlano di stranezze isolate. Parlano della stessa difficoltà di fondo: facciamo sempre più fatica a reggere l’esperienza umana reale. Quando non sappiamo reggerla, cerchiamo scorciatoie.

Scegliamo relazioni senza rischio perché l’altro reale contraddice, delude, chiede presenza.
-Affittiamo ruoli perché l’intimità espone.
-Simuliamo legami perché amare davvero implica perdita e trasformazione.
-Anticipiamo il corpo prima dell’identità perché l’attesa ci mette a disagio.
-Mostriamo tutto senza spiegare perché spiegare significa assumersi responsabilità.
-Stimiamo chi vince perché il fallimento ci spaventa.
-Contiamo i like perché il confronto diretto è più difficile da sostenere.
-Celebriamo fenomeni vuoti perché non chiedono coinvolgimento emotivo.
-Funzioniamo senza un perché perché sentire costa.

Ogni paradosso è una difesa emotiva.

Reggere l’esperienza umana significa restare anche quando non conviene, quando non c’è premio immediato, quando non c’è consenso, quando non c’è podio.

Tutti questi paradossi raccontano una cosa sola: non viviamo in un mondo strano, ma in un mondo che fatica a stare dentro lesperienza umana.

Forse quello che dovremmo fare non è funzionare meglio, ma imparare di nuovo a restare dentro ciò che sentiamo.

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Le coppie oggi: un laboratorio filosofico più che romantico

La coppia è uno dei luoghi più antichi dell’umanità, e allo stesso tempo una delle sue invenzioni più moderne. Non è solo una struttura emotiva: è una costruzione culturale, psicologica, simbolica.
Una forma che cambia con la società.

La coppia ideale? Un mito. La coppia ideale è un archetipo, un modello immaginario che non ha corpo.
È la coppia che “dovrebbe essere”. Quella che esiste nelle narrazioni estetiche, nei film, nelle serie, nei social. Ogni epoca ha il suo mito. Noi abbiamo quello della coppia perfettamente sincronizzata.

La coppia Instagram:

  • foto perfetta, dove lui la guarda come se fosse l’unica donna sulla terra,
  • caption emotiva,
  • quotidianità levigata,
  • problemi sospesi nell’ombra dell’estetica.

È un mito seducente perché promette qualcosa che nessuna relazione reale può garantire: continuità emotiva, desiderio costante, assenza di conflitto. Questo mito non è sbagliato.
È semplicemente… irreale.

La coppia del 2025? Pratica. La coppia contemporanea è un luogo dove due identità si incontrano, dialogano, si scontrano.
È una pratica, non un ideale. Un processo, non un risultato. È una relazione che vive tra quotidianità e complessità: messaggi letti e non risposti, toni fraintesi, serate in cui ci si cerca e giornate in cui ci si evita, non per disamore ma per saturazione della vita.

Esempi:

  • coppie che litigano via chat più che dal vivo,
  • coppie che si amano ma hanno bisogno di spazi separati,
  • coppie che attraversano fasi sessuali dissonanti,
  • coppie che si ritrovano in una battuta interna dopo giorni di distanza emotiva,
  • coppie che vivono micro-gelosie sottili, non dichiarate ma reali.

Questa è la coppia come laboratorio: un luogo dove l’esperienza conta più dell’ideale.

Il desiderio? Un fenomeno, non una garanzia Il desiderio non è una linea retta. Non è una garanzia. Non può essere programmato né misurato.
È un fenomeno vivo, un processo ciclico che segue logiche proprie. Ci sono periodi in cui basta che l’altro ti sfiori per smuovere tutto. In cui un gesto quotidiano diventa invito, in cui la pelle risponde prima ancora della mente. Il desiderio si espande, avvolge, trascina. Poi ci sono momenti in cui non accade. Il corpo è stanco, la mente piena, la vita ingombra. Il desiderio sembra ritirarsi, come una marea che lascia scoperta la riva. Non è un segnale d’allarme. È un movimento naturale.
Una trasformazione silenziosa. Il problema nasce quando pretendiamo da esso una continuità artificiale, come se dovesse sempre confermare qualcosa. Quando lo interpretiamo come una mancanza, invece che come una pausa fisiologica.

Il desiderio, quando torna, non torna mai uguale. Rientra da una risata improvvisa, da un gesto gentile, da una complicità risorta senza preavviso, da una fantasia condivisa. Il suo ritorno è un fenomeno che accade, e basta. Accogliere questa fluidità è una forma di maturità emotiva.

La gelosia? Il linguaggio dell’insicurezza. La gelosia non è un peccato emotivo. È una forma di insicurezza che prende voce quando temiamo di non essere più visti, scelti, desiderati. È una sensazione che nasce dentro di noi, non nell’altro.

La gelosia diventa pericolosa solo quando la trasformiamo in controllo. Quando pretendiamo che l’altro risponda alle nostre paure. Quando chiediamo rassicurazioni continue, o confondiamo il bisogno di essere scelti con il diritto di limitare. La gelosia non va repressa, ma nemmeno riversata sull’altro come un’accusa o un vincolo. Va guardata. Va capita. Va trattata come un messaggio interno, non come una colpa esterna. Perché la gelosia, quando viene riconosciuta per ciò che è,non soffoca la coppia: la rende più adulta.

La comunicazione? Il luogo più alto dell’intimità. La comunicazione non è un accessorio della coppia. È il suo terreno sacro. È il luogo dove due persone decidono di incontrarsi senza maschere, senza ruoli, senza coreografie emotive. Parlare davvero non significa “dire tutto”: significa osare rivelarsi. Non è più il corpo a renderti nudo: sono le parole che scegli di pronunciare. Non quelle perfette, ma quelle sincere:

“Questa frase mi ha ferita.” “Non mi sento visto.” “Ho paura che tu ti allontani.” “Mi manchi anche quando sei qui.” “Voglio dirti alcune fantasie”.

Tutto questo richiede molto più coraggio di qualunque gesto fisico. Perché parlare davvero espone l’orgoglio, non la pelle.

La comunicazione è ciò che trasforma la coppia da relazione istintiva a relazione consapevole. Eppure, la comunicazione non è mai facile. È rischiosa, è scomoda, a volte è feroce. Ma è proprio questo rischio che la rende preziosa.

La coppia ideale immagina la comunicazione come armonia. La coppia reale la vive come coraggio. E, forse, è proprio questo il suo punto più alto.

La complicità? Metafisica La complicità è l’elemento meno visibile e più decisivo. Non nasce dal tempo ma dal riconoscimento. È uno spazio condiviso che esiste solo tra quelle due persone. È lo sguardo durante una cena che nessuno vede. La battuta che capite solo voi. Il modo in cui uno anticipa un gesto dell’altro senza che venga chiesto. È un’intelligenza emotiva a due. Una forma di trascendenza quotidiana.

Conclusione…un passo oltre. La coppia ideale vive nel regno dell’immaginario. La coppia del 2025 vive nel regno del possibile. È fatta di oscillazioni, di cicli, di verità scomode e di momenti che non si possono raccontare in una foto, né spiegare in una frase. Eppure è proprio lì, nelle sue imperfezioni, che la coppia respira: nel desiderio che cambia, nella gelosia che insegna, nella comunicazione che espone, nella complicità che trascende. L’amore non è un risultato. Un laboratorio vivo.

Se queste idee ti hanno smosso, se ci hai ritrovato qualcosa di tuo, allora nel nuovo episodio di Breaking Tabù ti porto ancora più a fondo. Lì non analizzo soltanto la coppia: la spoglio. La guardo senza filtri, senza estetica, senza mito. Parlo delle sue parti più intime, quelle che difficilmente si dicono ad alta voce. Se questo articolo è la teoria, il podcast è l’esperienza.

( https://open.spotify.com/show/6rw2RhJ2gC2FvHCjl7SFmR )

E forse, per capire davvero una coppia, servono entrambe.

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La Casa: Rifugio o Gabbia dei Tabù?

‘Casa dolce casa’, si dice. Ma dolce per chi? E quanto di quella dolcezza è autentica? La casa è uno dei simboli più potenti del nostro immaginario. Può essere rifugio, intimità, appartenenza. Ma è anche il primo luogo dove impariamo cosa si può dire e cosa no. E’ il primo spazio del tabù.

Pensiamo alla ‘Casa del Grande Fratello’. Una casa osservata, sorvegliata, spettacolarizzata. Una casa senza pareti reali, dove tutti vedono tutto. Eppure lì, dove tutto apparentemente sembra non nascondere niente, proprio lì, si recita. Lì, si seleziona cosa mostrare. Lì, il teatro prende vita.

Poi c’è la ‘Casa Mulino Bianco’. Perfetta, pulita, rassicurante. Un sogno. O forse un incubo ben confezionato. Un’icona pubblicitaria che ci ha insegnato che una casa felice deve essere ordinata, giocosa, piena e serena.

Ma se passiamo alla ‘Casa di Barbie’. Tutto diventa patinato, impeccabile, quasi asettico. Un ideale di casa femminile stereotipata. Dove non si sporca, non si invecchia, non si discute. Dove tutto sembra giusto e splendente.

E se arriviamo alla ‘Casa della Famiglia Addams’. Ci viene quasi di dire che siamo fuori dagli schemi. Eccentrica, gotica. Qui la stessa quotidianità è un tabù. La morte, il macabro, l’ironia sul normale, l’inquietante vita dei personaggi, tutto ciò non nasconde di certo quello che si è.

Ma la casa che tutti conosciamo, quella che ha rappresentato per anni la casa come teatro quotidiano dei tabù relazionali e culturali, anche se in chiave ironica è…

‘Casa Vianello’. Questa casa rappresenta il palcoscenico di una coppia normale, in cui si scherza, si punzecchia, si ripetono gesti e dialoghi. Tutto sembra leggero, familiare, quotidiano. Eppure in questa tipologia di casa sembra che si rivelino le dinamiche tipiche. Una comunicazione interrotta, il non detto, le abitudini che nascondo la distanza, la donna che esiste solo attraverso il marito, l’uomo che sfugge ma non lascia mai davvero. Una casa che è un set della ripetizione.

La casa può essere un nido ma anche un luogo che plasma ciò che si può o non si può dire. ‘Certe cose non si dicono in casa’. ‘Di certi temi non si può parlare in casa’. La casa è dove impariamo a parlare. Ma è anche dove impariamo a tacere.

Non si parla di sesso. Non si mostra la rabbia. Non si esprime il dolore. Non si mette in discussione l’amore. La casa può essere rifugio ma anche gabbia. Può essere protezione ma anche scena. Può essere nido ma anche copione.

Allora forse oggi serve sapere cosa dovrebbe essere la casa.

Non una che sia ‘Grande’, ‘Mulino’, ‘da Copertina’ o ‘Set’. Ma oggi la casa è quel luogo dove si può sbagliare, dove si può parlare e dire, dove si può ascoltare e sentire. La casa può aprire le porte ai tabù che ci abitano. La casa può diventare un posto dove il tabù non trovi più una stanza in cui nascondersi.

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Le categorie di Le dritte di Simo: dire la verità ridendo

La verità di solito si dice con una battuta.

Vorrei partire da questa frase, da questo concetto. La battuta è spesso il modo migliore e socialmente accettabile per dire la verità.

Perchè?

Perchè la battuta alleggerisce il messaggio e lo rende ascoltabile senza sminuire. Se la stessa cosa la si dice in modo serio, difficilmente potrebbe risuonare piacevole, anzi arriverebbe a mettere a disagio chi ascolta.

Perchè crea distanza emotiva. Ci permette di osservare comportamenti umani o contesti reali senza attaccare o sentirci attaccati.

Perchè una battuta stimola una risata che apre il cervello. Il cervello si accomoda e non si aspetta un assalto, bensì grazie alla risata trova la chiave per disarmare la difesa. Ecco perchè quando affrontiamo argomenti come il sesso, l’amore, il ruolo di coppia, una battuta in merito al mondo che circonda, non solo fa diventare tutto lecito ma riconosce tutto più facilmente, arrivando a quel piccolo atto di consapevolezza.

Vestire di ironia temi che sono tabù, regala non solo la nuda verità ma riduce la distanza dal tabù stesso. Le risate non coprono la verità, la rendono più digeribile. Tutti pensano a temi tabù ma non trovano il coraggio di parlarne seriamente, perchè più il tono è risoluto più aumenta la paura. Ecco perchè in questo zoo variegato che è la società, creare una rubrica sulle categorie, sulle etichette evidenziando il comportamento relazionale/sentimentale, ridere dei ruoli, dei drammi e delle strategie emotive che si recitano senza nemmeno accorgersene, può essere un buon modo per specchiarsi e riflettere.

Ogni volta esplorerò una categoria diversa: uomini, donne, ruoli e comportamenti. Nessun moralismo. Solo osservazione, ironia e una buona dose di verità scomoda. Ogni episodio sarà una piccola radiografia sentimentale.

Perchè una rubrica così serve proprio oggi?

In un mondo che non legge più… ma scrolla, le persone raramente cercano profondità ma pretendono qualcosa d’impatto. E allora se la domanda è questa io rispondo con 40 secondi di verità detta con ironia. Partirò sul social per poi approfondire con qualche articolo qui. Per far piacere a chi ancora considera la lettura un diamante pregiato.

Ci raccontiamo di volere autenticità, ma abbiamo paura di essere davvero visti. Vogliamo qualcuno che capisca, purché non chieda troppo. Sogniamo l’amore vero, ma con consegna Prime e reso gratuito. In questo mondo fatto di egoismo e finto buonismo, cerchiamo connessioni ma non contatto. Ci indigniamo a parole e tradiamo a messaggio. Viviamo nell’epoca del quasi: quasi sinceri, quasi innamorati, quasi felici. Le relazioni si consumano in chat, si misurano in like e si archiviano in silenzioso. In tutto questo caos l’unico modo che ho trovato per dire la verità restando lucida è l’ironia, che guarda da fuori e si riconosce.

Si parte da Lui:

L’Uomo Sposato.

Poi arriveranno la Donna vetrina, l’Uomo Peter Pan, la Fanciulla Eterna, e tanti altri personaggi del grande teatro sentimentale contemporaneo.

Ridere di sè è la forma più chic di consapevolezza.

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Un Tabù alla settima

Il nuovo progetto del mio profilo Le dritte di Simo porta il titolo ‘Un Tabù alla settima’. Perchè? Perchè sette saranno i giorni in cui ne parleremo e alla settima potenza sarà il modo come ne parleremo. Ogni giorno della settimana affronterò insieme a Voi un tema Tabù, scelto per quella settimana. Lo guarderemo da ogni angolazione, da prospettive diverse, con post, domande, sondaggi, spunti di riflessione. Sarà uno spazio settimanale, un appuntamento settimanale che ci porterà a scavare dentro il Tabù scelto. I Tabù non si abbattono con un post ma si analizzano a strati giorno dopo giorno.

In Archeologia si scava per portare alla luce i resti di civiltà sepolte. Ogni strato nasconde un’epoca, un pensiero, uno stile di vita. Un Tabù alla settima si prefigge di fare proprio questo: un’operazione archeologica dell’anima e della società. Un viaggio nella stratificazione culturale, dove ogni giorno toglie un velo.

Quando, durante gli anni dell’università, scavai un sito urbano in Sardegna, iniziai a capire quanto ogni strato fosse una rivelazione. Toglievo terra e con essa cadevano certezze. Ogni livello modificava la mia visione. Arricchiva le informazioni. Mi costringeva a riformulare l’idea iniziale. Un Tabù alla settima nasce da questa esperienza. Anche i Tabù sono strati da rimuovere e solo esaminandoli uno per uno possiamo accedere ad una verità più profonda.

Il mio profilo vuole muoversi in tal senso perchè sento che ce n’è bisogno. In un tempo in cui il social sembra oscillare tra due estremi, l’ostentazione (quindi l’apparire) e il puritanesimo (il moralismo rigoroso) manca uno spazio autentico dove parlare, riflettere e scavare nei Tabù con rispetto, ironia e profondità.

Immaginate una persona che guarda centinaia di storie su Instagram o Tik Tok: osserva sorrisi, viaggi, selfie perfetti, vita perfetta… ma non interagisce. Non commenta, non esprime davvero cosa prova. E’ come se guardasse tutto con occhi grandi, con una bocca piccola e una mente taciturna. Proprio come erano i dipinti di Margaret Keane, persone con occhi grandissimi. Persone con occhi che vedono ma non parlano, che sentono ma non vengono ascoltati. Proprio come i Tabù. Le figure di questa pittrice sembrano trattenere tutto ciò che non si può dire, proprio come fanno molte persone quando si trovano davanti ad un argomento scomodo. Dove i personaggi di Keane guardano senza parlare, io parlo di ciò che tutti guardano ma nessuno nomina.

Tra chi esibisce e chi censura, ci sono IO. Parlo perchè il silenzio non cambia niente!

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Una Mente Libera, un Comportamento Libero

Questa espressione suggerisce una connessione diretta tra i nostri pensieri e le nostre azioni. Nello specifico cosa significa?

I pensieri influenzano le azioni. Se si possiede una mente libera da pregiudizi, si è più propensi ad agire in modo naturale, spontaneo e autentico. La libertà diventa espressione di se stessi. Essere se stessi senza censure o inibizioni porta automaticamente a connettere il proprio livello mentale con quello comportamentale. Si sfidano le convenzioni. Si segue maggiormente il proprio intuito mettendo in discussione le norme sociali.

I nostri pensieri, le nostre emozioni e le nostre percezioni influenzano il nostro comportamento. Tutto sta nel come si usa la nostra mente e su cosa si sofferma. Per fare un esempio, se pensiamo di essere incapaci, tenderemo a comportarci di conseguenza, se la mente segue una apertura positiva si avranno comportamenti creativi ed audaci. Psicologicamente parlando è un pò quello che fa il motivatore o life coach, considerare i pensieri come programmi mentali che guidano le azioni. L’ambiente che ci circonda può incoraggiare o limitare l’esplorazione e la libertà di scelta, di conseguenza promuovere o ostacolare comportamenti più liberi.

Ciò che influisce sul livello di apertura all’esperienza è la personalità, come si interpreta il mondo e si interagisce con esso. Più si possiede una mente libera più si tende ad essere predisposti a provare nuove cose. Il ruoli che assumiamo all’interno di una società influenzano i nostri comportamenti tanto che diventa difficile agire in modo sincero costringendoci a conformarci al ruolo specifico.

La mente è un arma di potere e comanda le nostre azioni. Più essa è libera più essa è creativa. Più è padrone dei suoi valori e desideri meno è conforme alle aspettative degli altri.

‘Una mente libera, un comportamento libero’ a livello sessuale ed erotico cerca di costruire una propria etica sessuale. Non si pensa mai ai benefici di ‘una mente libera, un comportamento libero’ anche a livello sessuale. Non si pensa che tra i giovamenti esiste una maggiore soddisfazione sessuale individuale e di coppia. Esistono relazioni più profonde date da una comunicazione più onesta e aperta. Non si pensa che si sfidano i tabù a vantaggio di un loro superamento e quindi di un atteggiamento più sano e rispettoso verso la sessualità. E ancor più importante non si pensa che ‘una mente libera, un comportamento libero’, offre la possibilità di prendere decisioni consapevoli. Si pensa invece che ‘una mente libera, un comportamento libero’ sia qualcosa di diverso dal tradizionale e quindi si ha paura del diverso. Si ha paura di una minaccia del controllo sociale. Si ha paura che ci si possa allontanare dalle regole di moralità e dalla religione. Si ha paura del caos e del disordine che ne possa derivare. In ultimo ma non per importanza, si ha paura che un comportamento libero si possa associare a stereotipi negativi come l’egoismo o l’irresponsabilità.

“La libertà inizia dove finisce l’ignoranza” (Nelson Mandela)

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Black Night

I miei occhi stavano osservando quella struttura, un edificio un pò datato, ma si sa che le cose obsolete hanno all’interno un fascino senza eguali. Non sapevo minimamente cosa mi sarei aspettata. L’invito a quell’evento era stato un allettante modo per entrare e conoscere un mondo di cui avevo solo letto. Fino ad allora non avevo aspettative, anche se qualcosa mi ero prefigurata. Il dress code richiedeva un abbigliamento consono a quel mondo Black, ed io scelsi un total black. Qualcosa che richiamasse una impronta di quell’evento. La serata sarebbe iniziata alle 22 ma io ero già lì dalle 21, l’ingresso era permesso anche prima. Entrando mi girai a guardare la porta che si richiudeva e pensai che non si poteva più tornare indietro, il mondo ‘abituale’ lo avevo lasciato alle mie spalle.

L’atrio era illuminato di luce tenue, ai lati vi erano delle vetrine con all’interno indumenti ‘di scena’. Luccicavano, tanto da aggiungere un tocco chic. Una donna offriva dietro un bancone un drink di benvenuto e accanto un uomo disteso per terra, con un pantalone e una maschera che gli copriva il volto, invitava a premere con le scarpe il suo busto nudo. Si preannunciava una serata molto Black, ed io ero curiosissima e respiravo già libertà. Un secondo ingresso era diviso da un tenda dove entrando lasciavi il tuo nominativo, il cappotto e ogni forma di tradizionalismo. Ero elettrizzata, ogni passo che facevo i miei occhi cercavano di scorgere tutto. Il corridoio era ampio e accompagnava nella sala principale. La realtà che vidi era surreale per quello che viviamo ogni giorno, ma in quel momento, in quell’evento e per quella sera, tutto era tangibile. Vi erano uomini e donne in latex, in indumenti borchiati e succinti, con parti di pelle esposta, con corpi ornati da corde, da collari o imbracature. Alcuni portavano cinture che avvolgevano la carne arrossata, o calze a rete che rendevano il corpo bianco e nero. La maggior parte indossava scarpe altissime muniti di tacco a spillo, che non servivano solo per camminare. La luce colorata rifletteva questa varietà. Una ricchezza di desideri e voglie che si toccavano con gli occhi, si annusavano con l’udito e si ascoltavano con il tatto. Tutti i sensi avevano un loro tragitto che non era detto seguisse quello ordinario. Di consueto c’erano solo le bevande. La mia mente si immerse in tutte le pratiche del mondo kinky. Un mondo libero di esprimersi nelle sue più variegate sfumature e sfaccettature. Mi sono sentita abbracciare da quel potere ludico. In quel mondo ho appurato che non alberga nessun giudizio e la prima regola è il consenso. Tutto è lecito nel massimo rispetto dei ruoli. Un lunapark dalle fantasie più sfrenate. Una dimensione suddivisa in più stanze. Quella del dolore misto al piacere, quella del fetish, quella dell’esibizionismo, quella dello scambismo, quella del voyeurismo, del cuckoldismo, insomma nulla è lasciato al caso, tutto è permesso, basta solo chiedere.

Scendendo ancora più sotto tutto si trasforma. La luce diventa più penombra, l’aria diventa più fredda, la musica si annulla e si sentono solo i rumori. Sprofondi nelle segrete in cui ogni strumento diventa piacere e orgasmo. Lì la concessione e la dominazione vengono servite come un pasto proibito e peccaminoso, basta solo provare. Nulla di tutto quello che vedi, senti e provi è depravazione o perversione nel senso stretto. Ogni cosa che assaggi, con qualsiasi senso, ti ipnotizza e spetta alla tua mente e al tuo volere chiederne di più.

Perchè fermarsi a vivere un solo mondo, se davanti a te esiste una distesa di paesaggi ancora inesplorati?

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Atto di Libertà

Un atto di libertà è muovere la propria mente verso una dimensione in cui tutto è lecito, in cui tutto è proiettato alla soddisfazione completa, psichica e fisica. Sentirsi gratificati da quell’atto di libertà è sinonimo di ricompensa del cervello, che rilascia dopamina e altri neurotrasmettitori associati al piacere e al benessere. In quell’atto di libertà ci si abbandona completamente per arrivare ad un gradino superiore di espressione di se stessi. Questo è successo a due pornodivi, Rocco Tano in arte Siffredi e Anna Moana Rosa Pozzi in arte Moana Pozzi. Si è cercato di ‘studiare’ entrambi in due docu- serie mettendo sotto i riflettori il loro mondo, il loro essere umano e il loro essere sessuale. Due mondi sessualmente attivi in modo differente, non solo perchè sono di genere opposto ma perchè concepivano il sesso in due modi diversi e in altrettanto modo lo vivevano. Li accomunava però un unico denominatore: il loro atto di libertà. Si sentivano liberi di essere se stessi, senza sovrastrutture o ornamenti inutili.

Per Rocco Tano il faro fu dato, come per ogni bambino, dal mito di sentirsi un eroe ma non dall’armatura scintillante di un cavaliere di altri tempi, ma da quella di maschio che non frenava le sue voglie sessuali. Un eroe del sesso. “La dinamite fra le gambe” aveva un’unica miccia, la libertà del suo essere carnale e maschio. Il potere indiscusso di Rocco Tano che lo portò a trasformarsi in Rocco Siffredi fu l’essere reale in ogni sua forma sessuale. Rocco fu la raffigurazione del sesso reale. Glielo si leggeva negli occhi e glielo si vedeva nei movimenti. La sua fame era carnale, non la nascose ma ne fece il suo superpotere. Il suo essere pornografico venne alimentato non dall’amore o da una sensibilità all’amore, ma dalla bramosia carnale che lo dominava. La sua popolarità la si deve al suo atto di libertà nell’essere esattamente ciò che sentiva di essere.

L’atto di libertà di Moana Pozzi è mosso dall’amore per gli uomini. Questo è il punto di vista della docu-serie. Se con Rocco Siffredi si può avere una rispondenza concreta, con lei, che non c’è più, manca il riscontro reale. Quindi rimane il punto interrogativo sul realismo della serie. Il proiettore su Moana riflette il suo essere donna immagine con la voglia di essere qualcos’altro oltre che pornodiva. Il suo fare sesso, la sua pornografia, erano edulcorati dall’erotismo e dalla sensualità che la contraddistinguevano. Moana faceva sesso con chi la guardava, ovvero con l’obiettivo della telecamera. La sua libertà era dettata dalla voglia di piacere ed essere terrena. Sentirsi terrena era la sua forza, perchè godeva del desiderio che leggeva negli occhi di chi la osservava. La sua fama sicuramente venne dal suo essere vera e reale.

Questi atti di libertà fanno paura alla gente. Questi due personaggi facevano e fanno paura alla gente. Esprimere i propri desideri sessuali e reali fa paura alla gente. Le loro docu-serie, la loro rappresentazione reale, sconvolgono il senso del pudore del paese. Ecco perchè difficilmente si accetta un atto di libertà!

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Lo sguardo maschile

Le immagini e le storie che hanno gravitato e gravitano tutt’ora attorno al tema del sesso e dell’erotismo manifestano una caratteristica che ha sempre accompagnato l’arte occidentale: il punto di vista è prepotentemente maschile. Lo sguardo maschile o ‘male gaze’, come viene definito dalla critica cinematografica Laura Mulvey, è stato linfa attiva con sorprendente continuità. La tradizione pittorica europea ha vissuto la donna nel contesto erotico attraverso stereotipi di origine maschile, che le hanno dato attribuzioni di ruolo come: la seduttrice, l’amante, l’innocente, la strega, ecc.. Da questo dovremmo dedurre tutti quei luoghi comuni sulla donna che si sono tramandati per generazioni. Luoghi comuni che purtroppo detengono il primato anche nel 2024. Lo sguardo maschile è insito in testi biblici, che continua ad avere una influenza non da meno, anzi, alimenta accese discussioni.

Lo sguardo maschile al tempo della pittura di Tiziano leggeva il corpo femminile e la sua esteriorità erotica come il corpo di donne amanti o prostitute, il cinismo era imperante anche se si prospettavano segnali precoci di liberazione femminile, con ipotesi che potessero trattarsi di cortigiane colte. L’unico punto di vista purtroppo era dato dal committente dell’opera, che era maschio, e rispecchiava la sua considerazione deformante e imperfetta della donna, ma era esclusiva visto che si aveva solo quello a disposizione per scrutare la vita delle donne in quel contesto. Lo sguardo maschile addossava quella disinvoltura tipica della donna prostituta alle donne raffigurate nei dipinti. Insomma per lo sguardo maschile la donna era la femme fatale. Con il tempo lo sguardo maschile dirige la sua interpretazione verso una donna sposa e procreatrice. Ma l’occhio malizioso continua a vedere la femme fatale come quella letale. Donna dalla fama avventuriera, senza scrupoli. Se si pensa al dipinto di Lucrezia Borgia di Bartolomeo Veneto, un cronista la definì “la maggior puttana che fusse in Roma”. Sempre più presente nelle opere è la donna con un’inclinazione pericolosa. Un’astuta seduttrice da cui guardarsi, che non ha alcun tabù. Mentre gli uomini vengono rappresentati come vittime di inganni. In altre parole la donna davanti lo sguardo maschile è una trappola per la sua morale.

In definitiva, lo sguardo maschile pone la donna come oggetto sessuale, quasi fosse lecito guardarla in modo sessualizzato. Lo sguardo maschile rende la donna spettacolo del desiderio maschile. Il male gaze non solo lo si trova nell’arte, ma anche nel cinema e nella letteratura, e lo si può rintracciare anche sui social.

Lo sguardo maschile silenzia la donna e modella la donna a proprio piacimento.

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Scoperta di se stessi

Più volte nei miei articoli ho parlato di sessualità, di pratiche sessuali, di educazione alla sessualità, di sdoganare tabù perchè ci limitano, e ci tengono legati ad una realtà piena di condizionamenti, ma ci siamo mai chiesti se conosciamo veramente noi stessi e il nostro corpo? Abbiamo mai fatto un percorso alla scoperta di noi stessi? Abbiamo viaggiato tra i meandri del nostro corpo ed esplorato ogni insenatura? Sembriamo essere padroni del nostro corpo, lo alleniamo in palestra, lo portiamo a dedicarsi alle passioni anche più estreme, lo sottoponiamo a regimi alimentari considerevoli, eppure ci siamo mai dedicati a conoscerlo veramente? Ci siamo presi del tempo per ‘studiarlo’, per capire come reagisce ad uno stimolo o ad una vibrazione? Abbiamo mai messo impegno per arrivare alla conoscenza di ciò che desidera? L’ assurdità risiede nell’ investire tempo e voglia a creare legami sociali, a gestire relazioni più o meno intime, ma senza avere la comprensione di se stessi, dei propri bisogni, dei propri desideri. Avere la consapevolezza di se stessi attraverso l’arte dello scoprirsi è il primo passo da fare. Ma come succede di solito l’essere sociale è portato alla ricerca di un nuovo amico, di un nuovo amore, di nuove persone con cui comunicare per non sentirsi solo. Perchè la strada più facile è quella più percorsa? Correre una maratona senza allenamento fisico, emotivo e mentale, è possibile? E allora perchè avvicinarsi agli altri senza l’esplorazione personale risulta essere la rotta che si segue? Un passo da fare, forse il primo passo, è quello di uscire dal bigottismo fatto di non insegnamento e non conoscenza. Il bigottismo deriva da una mancanza di comprensione, apertura mentale o consapevolezza delle proprie convinzioni. Palpare se stessi consente di sviluppare una mentalità più aperta e tollerante verso punti di vista diversi.

Avete mai pensato che la scoperta del nostro corpo è frenata dalle paure? La paura del giudizio. La preoccupazione su come gli altri (o anche noi stessi) possono percepire il nostro corpo. La paura dell’insicurezza. Sentirsi insicuri riguardo al proprio aspetto e alle proprie imperfezioni. La paura dell’intimità. La paura di non accettarsi o essere accettati durante esperienze intime. La paura del dolore o del disagio. Apprensione sulle sensazioni fisiche sgradevoli durante l’esplorazione del proprio corpo. La paura dell’ignoto. Il timore di ciò che si potrebbe scoprire. Ma la domanda che ci si pone davanti a questa lista di paure è: “vuoi superarle?”

E quali sono i diversi modi per esplorare e scoprire il proprio corpo? La masturbazione consapevole che aiuta a conoscere le preferenze e i desideri. L’esplorazione tattile, grazie alla quale si toccano le diverse parti del corpo in modo consapevole, carpendo sensazioni e reazioni. Lo Specchiarsi e l’osservarsi, comprendendo e accettando il proprio corpo. Tutto questo rispettando i propri confini personali, che sono le linee guida che ci fanno sentire a proprio agio.

Trascurare e sottovalutare la scoperta e l’esplorazione del proprio corpo blocca la comprensione approfondita di se stessi. Limita il benessere individuale.

Siete sicuri di avere conoscenza e padronanza del vostro corpo o vi state solo nascondendo rifugiandosi in una bell’ involucro modellato come argilla?