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BDSM: si sa veramente cos’è?

Il più delle volte con i miei articoli sdogano il comune pensiero. Con ciò che scrivo e tratto di solito cerco di immergermi sia nella parte di spettatore che nel ruolo di protagonista. Credo che ponendosi da entrambi i lati si riesce ad osservare in modo totale qualsiasi argomento preso in considerazione. I paraocchi di solito li usano i cavalli perché avendo gli occhi di lato riescono a guardare a 360 gradi, ma con essi si riduce il loro campo visivo. Noi umani non siamo cavalli, non dovremmo coprire la nostra vista. Dovremmo guardare e scegliere, dovremmo osservare e rispettare, dovremmo conoscere e preferire. Il contrario di quello che dovrebbe essere purtroppo aumenta quando al centro dell’osservazione ci sono temi che trattano di sessualità, che parlano di sesso e di mondi sessuali, di erotismo e di immaginario erotico. Una realtà che viene subito additata come perversa e manipolatrice, disequilibrata e fatta di dolore è quella del BDSM. La colpa di questo pensiero non è solo e sempre da attribuire a chi guarda ma anche a chi ne parla. Se si prendono ad esempio storie come 50 sfumature di grigio l’additare che quel mondo sia fatto di disturbi mentali e psichici risulta facile, senza considerare che ciò che si sviluppa come storia è presa dalla fantasia e non dalla realtà. Se si resettassero le informazioni che provengono da fonti non del tutto reali allora si avrebbe la capacità di arrivare ad una conoscenza migliore delle cose.

BDSM è un acronimo che raccoglie pratiche sessuali estreme. Con il termine estremo non si intende strano bensì non comune, caratteristico. B sta per Bondage, pratica sessuale che consiste nel legare. Il termine legare in questa realtà non si riferisce solo all’uso di corde o altri strumenti ma richiama il legame che si crea tra le persone che vivono questa dimensione. D sta per Dominazione ma anche per Disciplina. Nelle varie pratiche seguire una disciplina è molto importante al fine di non essere punito. S sta per Sado, sadismo, la sua caratterizzazione è legata a chi comanda, quindi al dominatore, ma S sta anche per Slave, ovvero schiavo, e anche per Sottomissione. Quindi una sola lettera che raggruppa più significati e più ruoli. M sta per Masochismo. Se si avesse più conoscenza ci si accorgerebbe che tutti noi in un modo o in un altro pratichiamo un pò di dominazione o di sottomissione. Ma già il sentire questa sigla ci fa dire ‘io? mai e poi mai’ quasi a tenersi alla larga. La sigla BDSM è in realtà una sigla che difende la dimensione sessuale consenziente da quella dissenziente. Protegge il sesso dalle offese sessuali o dal vedere il sesso come abuso. Si tende sempre a vedere la sessualità con colori netti e ben precisi, con una forma distinta, ma tutto ciò che è piacere rientra nella sessualità. Non esiste un bisogna o non bisogna, esiste un mi piace o non mi piace. La libertà di espressione dovrebbe essere riconosciuta ma purtroppo non è cosi.

Esiste il BDSM puro e rigoroso. Ed esiste il BDSM “soft“. Chi non ha mai dato una sculacciata per aumentare il piacere? Chi non ha mai coperto un senso per amplificarne un altro? Chi non ha mai dato un morsetto o un pizzicotto per prolungare lo stato di eccitazione? Tutti questi atti sono forme che provengono dal mondo BDSM. Questo mondo non è una sola cosa ma ha tante azioni a diversa intensità e gradazione. E’ come dire che il bacio è uno e solo, il bacio ha diverse forme. C’è a chi piace in un modo a chi in un altro ma si provano tutti i modi partendo dal proprio gusto. Come in ogni dimensione sessuale anche nel BDSM, io aggiungerei maggiormente, la mente è il motore trainante, la mente è la guida. Desiderare in modo del tutto libero ciò che il dominatore desidera rende la sottomessa a livello mentale sullo stesso gradino del dominatore. Si parla di desiderio mentale. Il BDSM non è un contratto scritto, una scheda dove si dà il consenso a determinate pratiche e ad altre no, non è un foglio asettico. Acconsentire a determinate pratiche sessuali è dato dall’eccitazione a farle, il tutto è guidato dal desiderio e dai gusti. In questo mondo la complicità si amplifica, la fiducia accresce. C’è tanta attenzione alla comunicazione. Se una cosa non piace si smette di farla, nessuno giudicherà, nessuno punterà il dito o imporrà qualcosa. Quando non si conoscono i mondi ma si considerano solo perché sono ‘atipici’, sembra che tutto non debba rispondere al rispetto. Ma è sbagliato, è sbagliato l’immaginario sessuale che ognuno suppone di quella realtà. Nella realtà BDSM il godere, il piacere visto come orgasmo non risponde sempre all’atto penetrativo, proprio perché la mente gode di un qualcosa che non è tipicamente del sesso comune. Molti identificano questo modo di fare sesso come doloroso. Se solo si sapesse che a livello neurologico i canali che portano al piacere sono identici a quelli che fanno sentire il dolore, si capirebbe che il dolore non è una cosa negativa nelle pratiche sessuali. Ciò che si sente gradevole e piacevole arriva in modo neurologico attraverso gli stessi canali da cui arriva un qualcosa più intenso e forte e magari doloroso. Quindi non fermiamoci a ciò che è opinione comune ma andiamo in fondo ai mondi. Nel BDSM tutti gli strumenti che si utilizzano hanno un grado di forte e meno forte e ciò è dato anche da come viene utilizzato, dalla forza che si imprime sullo stesso strumento. Chi non ha mai usato una sciarpa o un foulard per legare o bendare? Chi non ha mai provato un pò di calore sul proprio corpo? Nel comune mondo sessuale sembrano cose naturali eppure non si pensa mai che sono pratiche che ricordano il BDSM, fatte solo con espedienti più comuni e con meno vigore.

Dopo tutto questo quadro si è ancora convinti che questo mondo sessuale è così strano, perverso, trasgressivo, e lontano dal sesso?

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To Touch

Quando il corpo prova una eccitazione tale da essere fragorosa come lo scroscio di una cascata di acqua. Quando il corpo prova desiderio da essere travolto in modo impetuoso come il boato di un tuono. Quando il corpo viene attraversato da tremolii che spingono la mente a voler stringere e ingabbiare quelle sensazioni per godere anche del minimo sussulto e farlo durare in eterno. Quando tutto questo accade non si ha la capacità e la lucidità di rimanere impassibili, di avere il controllo di tutto e su tutto. Per questo il mio corpo si trovò ad essere guidato dall’istinto…

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Gender!

Troppi sono gli articoli che portano a confondere le idee, e quindi spetta a noi informarci su cosa abbraccia questo termine, abbiamo il dovere di interpretare il giusto significato dei termini. A volte l’arroganza nel sapere non dà la visione chiara del concetto che si nasconde dietro ogni vocabolo. La lettura di diverse fonti, il discernere ciò che è fazioso da ciò che è imparziale dovrebbero caratterizzare il punto di partenza per comprendere. Andare in fondo alla questione che porta all’esistenza di varie posizioni dovrebbe essere l’arma da usare per arrivare ad una nostra conclusione. Solo questi step possono dare un quadro specifico e descrittivo.

Gender è una parola inglese che significa Genere. Il termine Genere teoricamente fa una distinzione tra due ambiti che appartengono all’essere umano. Da un lato il sesso che è un dato biologico, naturale, è un fattore o una caratteristica a cui non possiamo opporci, nasciamo con un sesso che è determinato dai geni. Dall’altro lato, il genere che non è dettato dalla nascita ma progredisce e si evolve durante la vita. Il genere stabilisce l’identità sessuale di un individuo. Il genere contempla l’influenza culturale, ambientale, sociale, storica, ideologica del luogo dove l’essere cresce e si sviluppa. Il sesso e il genere sono due realtà che non devono necessariamente coincidere, ognuno deve sentirsi libero di esprimersi. Il perché sia nata la teoria Gender, i movimenti contro la teoria Gender, le posizioni di cattolici, religiosi contro la teoria Gender, non fanno altro che far nascere ogni volta un tornado. Creano discussioni e opinioni che non portano a nulla di oggettivo. A mio avviso danno origine a confusione e a prendere le distanze da chi la pensa diversamente o da chi semplicemente accetta il libero pensiero. Tutto sembra rispondere a teorie complottistiche, tutti pensano ad atteggiamenti di corruzione. Ma perché non accettare chi la pensa diversamente da te? Perché non lasciare vivere i desideri di ognuno? Perché non rispettare il pensiero altrui?

Nel campo della Moda la teoria Gender ha diviso la società. Uomini che si truccano e indossano gonne, donne che vestono abiti dal taglio maschile, erano e sono tutt’ora difficile da accogliere. Nel 1984, Jean-Paul Gaultier scandalizzò le passerelle di Parigi presentando la sua iconica collezione Men in Skirts. I modelli della sfilata maschile indossarono gonne di ogni forma e dimensione, da quelle aderenti per l’ufficio a più elaborati strascichi da sera. Gli integralisti gridarono allo scandalo, ma anche oggi purtroppo è così. E’ contro natura, porta ad un fraintendimento dell’essere umano, quale educazione si può impartire ai bambini se tutto questo si accetta? Queste e tante altre accuse vengono mosse da chi vede la teoria Gender come il male. Questo modo di agire non ha a che fare con i gusti, con le preferenze, con le soggettive inclinazioni. Ha a che fare con i canoni che la norma prevede. Non rientri in quelle ‘regole’ allora sei bandito, sei offeso e bistrattato. Quando in Italia comparve la prima gonna-pantalone dello stilista francese Paul Poiret, la jupe-culotte, i giornali parlarono di donne assalite, molestate e ingiuriate per strada perché colpevoli di vestirsi come i maschi. Fatti accaduti negli anni ’10. Oggi anche se ci troviamo negli anni 2000 non mi sembra che le cose siano cambiate.

Per vari secoli le donne e gli uomini hanno indossato vestiti uguali. Le tuniche, le toghe, le stole e le pelli non avevano genere. Non si tratta di cancellare il sesso di appartenenza ma si tratta solo di sentirsi liberi di vestire come si vuole, di essere come ci si sente. Le emozioni, le sensazioni, i sentimenti, ciò che si prova, non rispondono all’essere maschio o femmina, ma rispondono all’essere vivente. Etichette, cliché e stereotipi sono catene invisibili, sono freni alla propria espressione di individuo, di genere.

Percepire il nostro corpo non riguarda solo ed esclusivamente la nostra dimensione biologica. Bisogna considerare il nostro corpo collegato al nostro volere di essere pensante!

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To Touch

Un uomo sicuro di sè e consapevole del suo essere è un uomo che non si fa scappare le occasioni. Un uomo che ha sex appeal, fascino e carisma sa come far capitolare una donna. La Sua mano non solo sottolineava chi era colui che guidava le sensazioni, che comandava i sensi, ma dava la misura di quanto Lui fosse sicuro di ciò che desiderava. Aveva lasciato la strada libera per farmi esprimere. Come un bravo cavallerizzo non aveva mai ceduto le briglia, le aveva tirate e le aveva allentate da bravo maestro. Aveva equilibrato la pressione…

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Collaborazione dal punto di vista dell’azienda

Più volte ho parlato nei miei articoli delle collaborazioni che le aziende intraprendono con profili Instagram più o meno noti, più o meno conosciuti, più o meno seguiti. Io stessa sono stata contatta più volte da diverse aziende e non ho detto Si a tutte quelle che mi hanno contattata, ma ho scelto a seconda della loro storia, della loro professionalità e dei loro prodotti. Quindi sono io in prima persona a scegliere con chi collaborare, sono io che dò importanza a determinate caratteristiche. Sono io a dare valore a precise qualità, e l’importanza che do io sicuramente è dissimile da quella che può dare un altro profilo.

E se le cose le vedessimo da un’altra angolazione? Se sapessimo cosa smuove un’azienda ad avviare una collaborazione con un profilo Instagram? Se facessi una domanda precisa alle aziende che gravitano sui social, cosa mi risponderebbero?

Cosa vi attira tanto di un profilo fino a prendere la decisione di farvi sponsorizzare da esso? Questa è stata la domanda che ho sottoposto a diverse aziende e devo dire che non tutte hanno risposto. Alcune hanno scelto la strada del silenzio, altre non sapevano cosa e come rispondere e si sono defilate dicendo che erano delle ‘giovani realtà’. Poche hanno dato una risposta chiara, competente e sincera.

La prima azienda che ha risposto alla mia domanda è stata https://bagly.it/ un marchio Made in Italy che crea borse ed accessori. “Appena Bagly è sbarcato su instagram siamo stati letteralmente aggrediti da moltissime richieste di queste ragazze influencer, le quali chiedevano un nostro prodotto in cambio di una recensione. Essendo il nostro prodotto di un determinato valore monetario ed essendo un nuovo brand abbiamo pensato di investire poco e bene, ma purtroppo così non è stato. Ciò che abbiamo guardato inizialmente era il rapporto dei followers ed i loro like e commenti, insomma abbiamo pensato che l’engagement potesse essere l’unico parametro giusto. Grazie a questa prima esperienza è stato facile capire che non tutto ciò che luccica è oro perché la maggior parte di queste ragazze non erano competenti, non avevano dei veri followers e dei veri like, e dal nostro investimento abbiamo guadagnato una valanga di influencer che ci hanno intasato la mail per effettuare la medesima collaborazione. Ora il nostro punto di vista è cambiato e con sè anche i parametri attraverso i quali faremo i futuri investimenti: non conta il numero di followers, né il numero di like. Ci baseremo sulla qualità del profilo e delle foto, sulla qualità dei contenuti e le capacità comunicative, se in grado di suscitare o meno l’ interesse riguardo al marchio. E soprattutto andremo a studiare quelli che sono i commenti, quanti di questi sono realmente inerenti, diretti ed interessati al prodotto in questione.

La seconda azienda che ha risposto alla mia domanda è https://www.mirtabijoux.com/it/ un marchio Made in Italy che crea accessori bijoux. “Le nostre scelte non sono fatte in base alla quantità di followers o like che il profilo può avere, ma scegliamo le persone e i loro contenuti. Le nostre collaborazioni più importanti, anche se in alcuni casi non sono collaborazioni vere e proprie, sono nate proprio da una sintonia: che può manifestarsi tramite condivisione di valori, visione di vita o più semplicemente avere passioni comuni. Prendiamo per esempio la signora Theresa May, ex primo ministro inglese, che è una nostra affezionata cliente (e non vi è alcun tipo di rapporto commerciale ovviamente). Ci piace condividere le sue foto perché rispecchia per noi una delle nostre DONNECONLEBALLS: elegante, con un proprio stile e un tocco di creatività (e colore) negli accessori che sottolinea femminilità. La collaborazione con le Karma b, le due meravigliose Drag Queen italiane, è nata spontaneamente: ci piace la loro ironia, e condividiamo con loro alcuni importanti valori nei confronti della vita, come anche l’importanza di essere ciò che si è. Questa una citazione di Carmelo e Mauro, i due artisti straordinari: “Siamo uomini che amano talmente tanto le donne da metterci letteralmente nei loro panni… e nelle loro scarpe!”. Questi i motivi che ci hanno portato a scegliere il duo artistico per una pubblicità sulla rivista Donna Moderna nel 2019 : sono state le prime Drag Queen a sponsorizzare un brand di bijoux femminile. Da qualche mese collaboriamo con Ilaria Samya di Donato, Color Coach e con una lunga esperienza nel settore dei colori e moda . Abbiamo chiesto di scrivere articoli sulla simbologia dei colori e soprattutto cosa apportano alla nostra vita. Perché indossare una collana rossa o blu fa differenza? Il nostro brand Ballsmania propone più di 150 varianti colori e vogliamo offrire alle nostre clienti anche la conoscenza, oltre che l’allegria di indossare i colori. Mi sono forse dilungata nella mia risposta, come avrà capito il mio lavoro è per me entusiasmo e gioia: proprio quelle componenti che cerchiamo nelle persone che collaborano con noi. Non ci interessa che siano famose o che abbiano migliaia di seguaci (nome orribile a mio parere personale), ma che amino ciò che indossano – nello specifico i colorati bijoux Ballsmania – e riescano a trasmetterlo alle persone.”

Queste due testimonianze mostrano due punti di vista ma hanno un unico comune denominatore, quello di puntare alla qualità e a credere in ciò che si sponsorizza. Tra le altre poche risposte ricevute ho capito che ogni azienda ha avuto una partenza accelerata tanto da farle sbandare fino a riprendersi scegliendo di ingranare la marcia giusta per continuare la propria ‘ascesa’.

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Il potere della Condivisione

Secondo il vocabolario Treccani il verbo condividere vuol dire “dividere, spartire insieme con altri, ma anche, avere in comune con altri”. Da quando siamo sul web e quindi sui social la condivisione è arrivata a livelli straordinari tanto da dargli un potere che si sottovaluta. Condividere non riguarda solo la propria ‘roba’, ma vuol dire che quello che vediamo, quello con cui veniamo a contatto, sia esso un pensiero, un concetto, un oggetto, una filosofia o uno stile di vita, lo approviamo tanto da scaturire l’esigenza di parlarne. Condividere non vuol dire ‘vomitare’ tutto senza un capo o una coda, non significa dare fiato alle trombe in maniera stonata, e ancora, non vuol dire essere senza filtri, e quindi senza un’accurata analisi di quello che si condivide. Il potere della condivisione risiede nell’investire tempo e risorse, vuol dire scegliere il modo più idoneo per donare una parte di noi, per regalare il nostro punto di vista su qualcosa. Condividere è stimolare ad affidarsi e quindi far nascere fiducia. Condividere non vuol dire copiare le idee altrui, non è sinonimo di arrogarsi il primato di parlare di argomenti come se fossero il frutto del proprio pensiero. Condividere è una moneta che ha due facce. Un lato consiste nel divulgare qualcosa che riguarda noi, l’altro lato è dare importanza alla ‘roba’ degli altri con il dovuto rispetto e l’opportuna considerazione. Tutto questo perché crediamo nella forza della condivisione. La condivisione eseguita in modo pertinente non fa altro che aumentare la qualità dei propri canali social senza scadere nel grottesco o nell’eccesso. Pubblicare o mostrare un contenuto dopo aver pensato, dopo aver elaborato il modo migliore, non solo dona valore a chi lo diffonde ma rende meritevole d’interesse ciò che si sta divulgando. Il potere che una condivisione possiede deve essere misurato a quanto si è capaci di arrivare a chi ascolta o guarda. Condividere non solo porta a mettersi in gioco, ma anche a farsi conoscere. La conoscenza è un altro elemento distintivo del potere della condivisione. Siamo noi in prima persona a venire a conoscenza e siamo sempre noi a diffondere questa conoscenza, insomma è un prendere e un dare. La condivisione di argomenti diversi ci differenzia e su questa differenza e distinzione bisogna lavorare con quel pizzico di competizione sana e naturale. Ricercare un vantaggio rispetto ad altri con le nostre stesse capacità e i nostri stessi strumenti pone le basi per dare importanza a ciò che si condivide e alla forma con cui si condivide. La condivisione deve essere misurata, il detto poco ma buono potrebbe servire. Come si può mai pensare che contenuti, idee, consigli, pensieri e altro possano essere apprezzati e conosciuti se si tengono per sè? Il potere della condivisione sta in quello che avviene con essa, come il confronto, il dialogo. Altri benefici della condivisione sono l’aiuto a capire come la si pensa, l’accesso alle idee degli altri, lo stimolo alla ricerca di nuove idee.

In conclusione per una perfetta ed efficace condivisione bisogna avere frequenza ma riuscire a dosarla. Consistenza cercando di non condividere il nulla. Dare un valore aggiunto a quello che si vuole comunicare. Per ultimo ma non ultimo d’importanza, dare merito e credito menzionando, linkando, citando chi ha fatto venire in mente idee, spunti e contenuti.

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Indossare il proprio corpo

Noi siamo corpo, siamo fisicità, siamo forma, siamo conformazione e siamo materia, una materia capace di veicolare lo stile. Se dovessimo scindere il nostro corpo dall’essere anima e dall’essere pensante, se dovessimo porre l’attenzione solo ed esclusivamente alla nostra corporatura, alla nostra struttura su cosa baseremmo l’interesse? Quando osserviamo il corpo e la fisicità altrui su cosa ci soffermiamo? Cosa ci piace tanto da ispirarci? A quale forma aspiriamo?

Il corpo, la silhouette, è un chiodo fisso. Se si è rotondi si vuole diventare magri, se si è esili si vuole essere robusti, se si ha un fisico atletico allora si rincorre ad avere un fisico asciutto. Insomma non si è mai sicuri di quello che si ha. Si dà sempre più importanza a ciò che vogliamo diventare, a chi vogliamo somigliare. Conoscere il proprio corpo è già un punto di partenza. Porre il giusto apprezzamento a ciò che si possiede apporterebbe maggiore fiducia. Modellare e non deformare la fisicità che si ha regalerebbe maggiore sicurezza in se stessi. Se fossimo davanti alla scelta di un corpo piuttosto che di un altro quale sarebbe il motivo che guiderebbe la nostra decisione? Un fattore predominante è come vogliamo noi il corpo. Siamo attratti da una corporatura longilinea dato che la nostra aspirazione è essere o mantenerci longilinei, quindi non faremmo altro che scegliere sempre una figura sottile. Se diamo più valore alla formosità di un fisico allora la scelta sicuramente cadrà su una figura più sinuosa e morbida. A volte non ci si rende conto che si allena il proprio corpo cercando di modificarlo per assomigliare al proprio ideale. A volte non si considera che si veste la propria corporatura con abiti che non rispondono al proprio fisico, bensì a quello ideale. Spesse volte non si valuta un capo per come dovrebbe far risaltare i punti di forza di una silhouette, ma lo si sceglie perché il corpo a cui ci si ispira lo indossa. Per questo motivo bisogna ispirarsi a fisici che si avvicinano al nostro altrimenti risulteremmo ridicoli. Rivoluzionare il corpo che possediamo dipende molto da quanta autostima si ha. Più è elevata meno si andrà alla ricerca di un corpo teorizzato, meno autostima si avrà, meno sicurezza si avrà, più si lavorerà per trasformare il proprio aspetto fisico.

Essere consapevoli della propria forma esterna non fa altro che liberarsi di tanti preconcetti, non fa altro che allontanare da una eventuale dipendenza. “Il vostro corpo non è altro che il vostro pensiero, una forma del vostro pensiero, visibile, concreta. Spezzate le catene che imprigionano il pensiero, e anche il vostro corpo sarà libero” (Richard Bach)

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Cambiare vita: passare dal sentirci nudi a vestirci di ‘nuovo’

Uno tsunami avrebbe fatto meno rumore, avrebbe travolto in una sola ondata e si sarebbero contati i danni per un bel pò, ma non avrebbe cambiato il modo di vivere. Un tornado sarebbe stato meno violento, avrebbe distrutto tutto ciò che gli veniva davanti, ma non avrebbe annientato il nostro modo di vedere le cose e di sentirle. Non avevamo la minima idea di vivere una Pandemia. Abbiamo studiato e letto di Pandemie, ma Noi non l’avevamo ancora vissuta in prima persona. Di solito vediamo le cose con il binocolo tanto risultano lontano dalla nostra vita. Di solito osserviamo le cose con la lente di ingrandimento tanto possano rivelarsi piccole da non scorgerle. Ma non ora, ora tutto è davanti a noi, tutto ha una forma ben delineata, i suoi contorni sono precisi e netti e non possiamo fingere di non vedere, perché ciò che vediamo ha cambiato il nostro modo di vivere, di sentire, di muoverci, di rapportarci. La Pandemia ci ha strappato i vestiti di dosso e ci ha fatto sentire nudi ed indifesi. Ci siamo sentiti fragili e piccoli. Vulnerabili e toccati da mani sconosciute. Questo stato d’animo ci ha segnato e ci ha fatto provare sensazioni particolari. E ora siamo qui a guardare le cose con occhi diversi, a viverle in maniera differente.

Cosa è cambiato oltre a noi e alla nostra percezione? Cosa ci attende da oggi in poi nel nostro quotidiano? Quale sarà il nostro comportamento e atteggiamento nei confronti dei bisogni di prima necessità?

Un punto su cui voglio riflettere e far riflettere è lo shopping. Una volta che i negozi di abbigliamento riapriranno, come cambieranno le cose sui nostri acquisti? Potremo sempre avere la libertà di sentirci al sicuro nel provare un capo o un accessorio se mai ci fosse la possibilità di farlo? E se ci viene, come giusto che sia, limitata la libertà nel provare e data solo la possibilità di guardare, quali criteri dovremo attuare nell’acquisto? Cosa dovremo far privilegiare quando andremo ad acquistare? La razionalità o l’istinto? Non sarà più l’ osservarci allo specchio del camerino di un negozio che ci farà portare a casa quel determinato capo. Il negozio stesso, le grandi catene di abbigliamento, si adopereranno in modo del tutto differente per far acquistare i propri capi. Predominerà sicuramente l’acquisto online, in cui l’acquirente stesso si sentirà più al sicuro. E là dove un negozio ne fosse sprovvisto dovrà creare un canale online, almeno per rendere il suo negozio fruibile ai tanti che non vorranno frequentarlo dal vivo. Dovrà essere creativo nel mettere a disposizione la propria merce ed essere disponibile e paziente. Ma anche la nostra filosofia di acquisto dovrà cambiare, considerare che non potremo avere tutto e subito.

Sicuramente questa presa di coscienza non fa altro che porci nella condizione di vestirci di ‘Nuovo’. Ci porta ad indossare il nostro miglior abito, quell’abito che porta il nome di adattamento. Ci abitueremo e ci adatteremo a vestirci di consapevolezza. Quella consapevolezza che la nostra vita è cambiata e che dobbiamo trovare il modo di rendere il cambiamento un incontro e non uno scontro.

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Il potere dei colori!

Mai come in questo periodo i colori sono ciò che ci aiutano a comprendere il nostro umore e il nostro stato d’animo. I colori per i pittori rivestivano e rivestono un ruolo di elevata importanza. Si hanno colori che si prediligono, colori che abbinati ad altri fanno percepire qualcosa in modo diverso così da toccare alcune emozioni o sensazioni. Vincent Van Gogh vedeva nel colore giallo il simbolo del sole, della vita e della serenità. Edvard Munch prediligeva il colore verde e quello rosso perché per lui costituivano polarità emotive, positiva e negativa. Gustave Klimt raramente faceva a meno del colore oro, proprio perché rappresentava per lui sacralità, preziosismo, eleganza e luminosità. I colori sottolineano un messaggio che il pittore stesso ha cura di inviare. Ogni colore aveva e ha un valore espressivo e spirituale e la percezione cromatica non fa altro che raffigurare una realtà intima prescindendo da qualsiasi allusione oggettiva. Il colore tocca per primo il senso della vista e da esso poi si elaborano informazioni psicologiche, fisiologiche ed estetiche. Oggi come non mai riprendere il contatto con i colori è di primaria rilevanza. I colori che indossiamo, i colori con cui entriamo in contatto, i colori che scegliamo di usare ci portano in profonda connessione con quello che ci circonda, e proprio per questo risultano avere un ruolo significativo. Ogni colore ha un proprio significato e questo significato interagisce direttamente con le nostre emozioni e impressioni. Le popolazioni e le loro tradizioni danno significati diversi ai colori, per esempio nell’Occidente il colore del lutto è il nero, mentre in Cina è il bianco. In Oriente il giallo è il colore del sole, della regalità e della fertilità, mentre nella Grecia antica era il colore dei pazzi che per essere riconosciuti dovevano indossarlo. Qualsiasi studio di cromoterapia stabilisce che ogni colore possiede una informazione, regala una sensazione, come il colore rosso che scalda il corpo ed è indicato contro la depressione, il colore verde che è rilassante e favorisce la riflessione e la calma, il colore nero che snellisce ed indica solitudine. Ogni colore viene associato ad uno stato d’animo, simboleggia un sentimento, come il rosa che è simbolo di grande ammirazione, il viola è modestia e umiltà, il turchese è gratificazione. Insomma i colori sono fondamentali in ogni campo, come nella moda e come nella vita di tutti i giorni. Oggi come non mai i colori sono luce e quella luce disegna il nostro essere. I colori hanno il potere di delineare il variopinto aspetto della realtà delle cose in tutta la loro bellezza, e a noi non spetta altro che andare incontro a questo potere usando con misurata consapevolezza la nostra tavolozza.

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Quando il comunicare in maniera efficace diventa un’arte!

L’arte del comunicare non è un qualcosa che compri al mercato, non è qualcosa che si vende attraverso i libri o attraverso gli studi sulla comunicazione, non è una materia che impari a memoria e subito dopo diventi abile nell’arte del comunicare. L’arte di comunicare raggruppa diversi campi. Si comunica attraverso la parola, attraverso i gesti, attraverso i comportamenti, si comunica attraverso ciò che si indossa, si comunica attraverso suoni, sguardi, insomma si comunica sempre e comunque. Ma siamo sicuri di comunicare in maniera efficace sempre? Siamo certi che quello che vogliamo dire o vogliamo comunicare arriva in maniera comprensibile ed esatta? Per questo bisognerebbe considerare il comunicare un’arte, per questo bisognerebbe sapere che qualsiasi espressione che sia essa digitale, visiva, sensoriale, scritta, ha un peso e che quel peso si traduce in conoscenza. Quando ci vestiamo o anche solo quando scegliamo cosa indossare diamo importanza ai dettagli, diamo un occhio di riguardo al colore delle scarpe, all’abbinamento di un capo su un altro, ci concentriamo su quale gioiello deve firmare il nostro look, insomma nulla è lasciato al caso. Tutto quello che andremo ad indossare comunicherà la nostra persona o il nostro messaggio. La stessa meticolosità con cui scegliamo come vestirci e cosa portare dovrebbe essere usata anche quando utilizziamo la parola o la scrittura. Non è ammissibile dichiarare che quello che volevamo dire non era quello che pensavamo. L’arte della comunicazione dovrebbe essere un’arma sempre precisa senza sbavature, dovrebbe essere scrupolosa quando la si sfoggia e dovrebbe rivelare la persona che la sta usando. Ciò che si comunica dovrebbe prima essere assimilato da chi deve comunicare il messaggio e poi essere compreso dal destinatario grazie alla concretezza della comunicazione. A volte ci si dimentica quando sia importante il saper comunicare nel mondo virtuale o digitale, non solo perché ci sono fraintendimenti ma perché chi comunica potrebbe lanciare messaggi che lo ‘marchiano’. Come al mondo ci sono diverse lingue anche nella comunicazione ci sono diversi modi e quei modi dovremmo prima impararli a conoscere e poi utilizzarli per diffondere ciò che vogliamo. La natura della comunicazione efficace si avvale di qualcosa che va oltre la mera trasmissione del messaggio, ha in se un supplemento di anima. Ed è proprio il sentimento che deve essere contemplato all’interno del comunicare, perché altrimenti il messaggio rischia di non essere considerato.

I vestiti sono degli artifici semiotici, cioè delle macchine di comunicazione” Umberto Eco.