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Oscenità del Giudizio

Lo sguardo di Le Dritte di Simo

Con il termine Giudizio nel linguaggio comune si intende un’affermazione verbale o scritta che non ha il fine della sola constatazione di fatto ma che esprime una valutazione sulle qualità o il merito di una persona o di una cosa. La scuola insegna che i giudizi finali si basano su un rendimento dell’alunno, non certo sul carattere dell’alunno o su come lui stesso vive la vita o come vorrebbe viverla. Dare un giudizio sullo stile di una persona, sul suo vivere la vita, sui comportamenti che assume o sugli atteggiamenti che mostra, ha una derivazione religiosa. Si giudica spesse volte le scelte altrui che non seguono una direzione ‘devota’ e rispettosa della parola di Dio. Tutto ciò che contrasta viene addirittura definito peccaminoso. Quindi chi ammette l’adulterio, il divorzio, l’aborto, oppure chi fa scelte che si distanziano da quelle comune, viene accusato e diventa un bersaglio, facile, da disprezzare e condannare. Ognuno si erge a protettore di una legge sacra. Ma chi sono questi giudici? Perché il loro giudizio viene inteso come verità assoluta? L’importanza che si dona al giudizio supera qualsiasi coscienza e incatena il libero arbitrio. Gli uomini sono portati al giudizio continuo e sono anche timorosi di ricevere giudizio. La severità con cui si giudica travalica ogni limite. L’ansia da giudizio porta l’essere umano a vivere con la sensazione che l’altro lo criticherà e giudicherà qualsiasi cosa faccia, quindi evita di essere sotto il mirino di osservazione sopprimendo purtroppo la sua spontaneità e la sua libertà. Il giudizio è una lama sottile che taglia la comunicazione quotidiana di una persona piano piano e che lacera fino in profondità. Fa sanguinare e paradossalmente quel dolore che si sente lo si trasforma non in forza per migliorarsi ma in remissione e compiacimento verso chi giudica. Il senso di inadeguatezza deriva dalla persona stessa che non si sente all’altezza di una situazione o di un dire. Parte da una sfiducia in se stessi dando l’arma direttamente agli altri. Pone figuratamente e non solo la persona su un gradino inferiore, innalzando ad un livello spudoratamente superiore il cosiddetto giudice. Pensare a quanto si dà importanza a questo o a quel giudizio sulla propria persona potrebbe far reagire, oppure sottomettere. Si è così concentrati a vedere le sottomissioni in altri ambiti e biasimarle, che non ci si accorge di porre se stessi in una condizione di schiavitù nei confronti degli altri. Riflettere e agire sono le uniche azioni da compiere.

Lo sguardo di Spore Poetiche

https://sporepoetiche.wordpress.com/

Denudarsi: un’azione semplice ma, al contempo, carica di emozioni. Un gesto che, nel momento in cui lo si compie, si ammanta di pensieri contrastanti capaci di soffocare la libertà di cui il gesto è portatore. La nostra società si basa sul giudizio. A prima acchito ciò è positivo. È lo stimolo che ci permette di progredire, di evolvere. Purtroppo però, il giudizio, è usato non per misurare i miglioramenti personali atti all’auto miglioramento, ma bensì per stilare classifiche in cui l’altro è un competitore. Il giudizio diviene, per cui, il metro di misura di una società competitiva. E quando la vita quotidiana si trasforma in una continua gara per surclassare l’altro, il giudizio ha vita facile nell’insinuarsi nella nostra realtà, trasformando intaccando ogni nostra sfera esistenziale. Credo sia capitato a chiunque, almeno una volta nella vita, di essersi sentito/a a disagio nell’istante in cui si apprestava a entrare in intimità con una persona capace di destabilizzargli/le i sensi. Chissà se sarò all’altezza delle sue aspettative, speriamo non noti quel brutto neo che ho sulla schiena, le mie forme/misure lo/la deluderanno? Nell’istante in cui decidiamo di metterci in gioco, svelandoci all’altra persona, il giudizio figlio di una società competitiva si presenta sull’uscio limitando la nostra libertà, soprattutto durante il sesso. Perché? Semplicemente perché il sesso è la forma più prorompente di libertà. I nostri istinti e desideri si manifestano con più ardore proprio nel momento del coito, e nella vertigine dell’amplesso, diveniamo esseri incontrollabili. Può una società in cui controllo e giudizio sono sinonimi, permettere che il caos generatore di libertà, si manifesti nella sua naturale semplicità? Credo di no, e proprio attraverso la condanna di certi atti e pratiche attraverso giudizi netti e taglienti, instilla in noi la paura. Una paura figlia del giudizio perché ci sarà sempre qualcuno/a pronta a criticare il fatto di non essere all’altezza del compito assegnato; di non conformarsi alle regole; di essere troppo alto o troppo basso; di essere gentile nei momenti sbagliati, e cattivo nei momenti meno opportuni; di sentirsi libero/a di godere della propria sessualità; e di qualsiasi altra cosa. Il giudizio è un’arma a doppio taglio perché, da un lato ci impedisce di vivere a pieno la vita seguendo il proprio istinto; e dall’altro la possiamo rivolgere verso gli altri come è stata puntata verso di noi. E se nel momento in cui mi denudo, con l’intento di spogliarmi di ogni inibizione, mi sento giudicato/a da colui a cui mi do, il rapporto che andrà a crearsi in quel momento non sarà un’unione di intenti, ma bensì uno scontro per ottenere una medaglia. La prima faccia della medaglia sarà caratterizzata dal bisogno spasmodico di essere riconosciuto/a – e per ottenerla sarò costretto/a a snaturare il mio essere. La seconda faccia rappresenterà la pura ricerca del piacere personale – un atto egoistico in cui l’altra persona si tramuta in mezzo per raggiungere l’obiettivo. Credo che il giudizio ci privi di quella naturale libertà di cui il sesso è portavoce. Con un continuo bisogno di catalogare ogni nostro gesto e pensiero, il giudizio costruisce attorno a noi gabbie da cui poi facciamo fatica a evadere. E nel mentre ci denudiamo, convinti/e di svelarci all’altro, inconsciamente indossiamo strati su strati di paure e castrazioni.

Un articolo a quattro mani, che pone l’osservazione di due blogger con stili diversi e di sesso diverso, ma con un comune denominatore: la voglia di denunciare e di far riflettere!! Andate a dare uno sguardo anche al blog di Alessandro, merita.

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Il pudore si spoglia!

Il pudore è silenzioso, non si sente e non si ascolta. Il pudore non è rumoroso ma a volte porta dei tumulti interni che limitano e frenano quella libertà che scalpita. Nel sesso e nella sessualità avere un eccessivo pudore non fa altro che creare una fissazione verso la ‘purezza’ e porta a colpevolizzare la ricerca del piacere. Demonizzare pratiche o fantasie, disdegnare lingerie sexy, rincorrere una cultura ed una educazione troppo chiusa, tutto questo può far trasformare in ansia qualcosa che dovrebbe essere vissuto con leggerezza e con la massima libertà. Quando qualcosa di nuovo incontra la nostra strada o situazioni diverse si affacciano alla nostra finestra si può rispondere con disagio, paura, timore, insicurezza, magari anche in modo goffo, ma se quella vergogna lascia il posto ad una sana audacia allora ne gioverà anche la propria autostima e la propria sicurezza, soprattutto in ambito sessuale. Il troppo pudore frena la praticità di ogni essere umano. Vergognarsi di indossare un abbigliamento ‘osé’, limitarsi di vestire in modo provocante o provocatorio, con il tempo inibisce ogni libertà di essere. Siamo talmente tante tonalità di schizzi di colore che non ci si può frenare perché l’essere pudici è la nostra catena alla cultura ricevuta. Il pudore nasce dall’adolescenza, il nostro corpo avverte un essere più consapevole e su quella sensazione bisognerebbe lavorare. Le troppe inibizioni, il vedere le cose sempre bianche o nere senza alcuna sfumatura soprattutto nella sfera erotica e sessuale, possono dare origine a rapporti o relazioni con reti di confine invalicabili, e con il tempo vivere la propria sessualità o la propria vita in modo incompleto. A volte mi chiedo se nascere in un paese come l’Italia abbia contribuito a vedere tutto con un velo di vergogna, di eccessiva castità. Mi guardo intorno e vedo tanti freni, scorgo lo sguardo oltre il confine e percepisco libertà di vivere, libertà di essere, voglia di essere liberi. La vita è come una palestra, ogni attrezzo diventa facile e comprensibile se lo si usa nella maniera giusta, ogni movimento diventa più fluido se lo si sente e se il corpo diventa amico e complice appropriandosene. Quindi perché non esercitarsi e sudare scostando quel velo pudico che diverse volte è imposto dalla società? Nei rapporti intimi l’essere pudico può essere da ostacolo. In questi rapporti si condivide la parte più interiore ed emozionale con l’altra persona, si porta alla luce la propria natura autentica senza filtri e senza orpelli. Se si soffoca, se si reprime per senso di inadeguatezza si rischia di non riuscire ad essere naturali, e magari far nascere delle frustrazioni che possono recare sofferenza alla comunicazione o alla relazione stessa. Non riuscire a mostrarsi, non giocare con il proprio corpo, non dedicarsi al benessere sessuale personale, può nascondere un non accettarsi, essere ancorati a tabù può aumentare il proprio essere pudico. Uno spauracchio continuo che non dovrebbe essere trascurato perché può insorgere anche in altri momenti di vita e minare la qualità della stessa. Spesse volte ci si vergogna di un proprio difetto, o si ha paura di perdere la propria integrità o dignità, ma nascondersi dietro il sipario della pudicizia non aiuta, anzi non fa altro che affossare più in profondità parte della propria persona. Non vergognarsi, non essere pudici, essere disinibiti e sfacciati non vuol dire mancare di eleganza o di amor proprio, non è sinonimo di essere scandalosi o indecenti, ma è solo essere disinvolti e spontanei con il proprio corpo e con il contesto in cui si vuole denudare la propria libertà.

Raccontarsi senza pudore è come farsi accarezzare dai raggi del sole, è come giocare a piedi nudi sulla sabbia, è come farsi sfiorare l’anima.

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La vacanza a misura di sensi!

Fare una vacanza vuol dire staccare dalla routine, spezzare quel flusso abitudinario prendendosi del tempo e gestendolo come meglio aggrada. Si sceglie il modo di fare vacanza secondo le proprie preferenze, secondo il proprio modo di vivere, quindi come si fa vacanza risulta essere soggettivo. La vacanza non è solo un periodo di riposo ma può aiutare a cambiare punto di vista sulle cose e sul da farsi. La vacanza può innescare un pensiero creativo, può essere spunto di nuove idee. Un periodo vissuto senza il ritmo quotidiano ma con il solo intendo di divorare il tempo per non farlo scivolare via permette di assaporare le cose in modo diverso, non con frenesia e superficialità ma con calma e scrupolosità. Oggi la vacanza è diventata talmente un’abitudine che a volte non le si dà il giusto valore. E’ come se fosse quasi un dovere che si deve rispettare in un periodo prestabilito e a seconda della stagione. Ma se le si desse un’importanza maggiore? Se essa stessa fosse in grado, indipendentemente dalla sua durata, di far sentire un benessere fisico e mentale non comune e duraturo nel tempo? Allora non solo avremmo azzeccato il luogo ma anche la tipologia e la libertà di viverla come si desidera.

Dopo due anni di momento storico particolare, ho scelto di andare in vacanza. Mi sentivo pronta di interrompere quel trantran che la pandemia aveva creato. Mi sentivo preparata di godermi ogni singolo momento del luogo che avrei scelto. Avrei assaggiato ogni minima sensazione che la vacanza mi avrebbe regalato. Mi sarei dissetata di emozioni. Avrei dato sfogo alla mia voglia di libertà da ogni vincolo quotidiano. Sarei ritornata con un background inedito. La scelta della località era finalizzata a cosa volevo fare in vacanza, e se per me ogni vacanza deve arricchire allora dovevo provare qualcosa che non avevo mai saggiato.

I comfort dovevano essere reali e concreti oltre ad essere tutti a portata di mano. Il tutto doveva essere immerso nella natura. Sentieri alberati, aria pulita, mare cristallino, spiaggia attrezzata. Volevo servizi di ogni genere, dai campi da tennis al noleggio bici, dal locale in cui avrei iniziato la serata con un aperitivo accompagnato da un sottofondo musicale, a ristoranti in cui avrei deliziato il palato. Non desideravo altro che immergermi in un’altra dimensione dai colori cangianti e dall’aria fresca con il vento che scompiglia i pensieri. La mia vacanza doveva essere piena di paesaggi suggestivi da osservare e contemplare. Vedute che sarebbero state impresse nella mente pronte ad essere rammentate quando, una volta rientrata dalla vacanza, me ne sarei voluta cibare. Volevo una vacanza a misura di sensi. Volevo che qualsiasi cosa intorno a me allietasse e coccolasse ogni mio senso.

Ogni vacanza ha un suo rumore e si porta dietro una sua melodia. La mia melodia doveva essere il sussurro del mare, lo sguardo del tramonto, il sapore del mai visto, il profumo dell’esperienza, la premura del tocco.

Cosi è stato. Proprio così è stata la mia vacanza a https://www.rivadelsole.it/it/

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I sensi: esperienze ed emozioni!

I sensi permettono all’uomo di interagire con l’ambiente che lo circonda. Potremo affermare che i sensi sono la forma di comunicazione maggiore che possa esistere. Aristotele diceva appunto che “se non si percepisse nulla coi sensi, non si apprenderebbe, né si comprenderebbe nulla neppure con la ragione”. Fu lui a parlare dei sensi e ad elencarli. Fu lui a dire che la conoscenza ha origine dai sensi, che sono potenza e diventano atto quando si avverte una sensazione. Sono i sensi che ci danno informazioni dall’esterno, detti in gergo informazioni di entrata. Ogni senso può influenzare l’altro e ognuno di essi preso da solo può amplificarsi nascondendo gli altri. La scelta di un cibo può essere influenzata dalla vista, mentre se quello stesso cibo lo si cela agli occhi allora il senso del gusto accresce. Usare i sensi vuol dire conoscere alla perfezione cosa esiste intorno a noi e comprendere ogni immagine della realtà.

Siamo sicuri di essere padroni delle esperienze sensoriali che viviamo? Fare esperienza sensoriale è ancestrale. La si fa sin da quando siamo bambini, la si fa quasi in modo automatico dato che non prestiamo attenzione agli organi di senso e alla loro esplorazione. Un’ esperienza sensoriale sembra essere banale ma è tutt’altro che scontata. Ci siamo mai soffermati sulle mille sfumature che può avere una scelta di un abito? Abbiamo mai fatto attenzione ai tantissimi colori e ai profumi che un paesaggio può avere al suo interno? Ci siamo mai dedicati al suono della natura, al fruscio che fa una foglia se la si calpesta? Tutto sembra così assodato. Conservare una parte del nostro esser stati bambini può servire a vivere ogni cosa come un’ esperienza sensoriale. I bambini usano i sensi come mezzo per conoscere il mondo, per osservare ciò che li circonda. I bambini sperimentano le emozioni, accrescono il loro bagaglio di ricordi con le esperienze. I bambini costruiscono la loro personalità. Allora perché non imparare da quella parte fanciullesca che si nasconde in un angolo di ognuno di noi? Tutto ormai sembra proiettato verso un vivere superficiale e poco attento. Si vive da protagonisti ma ci si accorge solo della metà di ciò che è intorno a noi. Ad opporsi a questo modo di vivere c’è la proposta di immergersi in emozioni, sensazioni, momenti sensoriali. In altre parole, un vivere attraverso i cinque sensi. Diverse aziende specializzate in vari ambiti offrono esperienze che coinvolgono i cinque sensi. Come le Spa o le terme che puntano al loro ambiente rilassante, o come i ristoranti e bar sensoriali che cercano di soddisfare il gusto insieme alla vista, seguiti poi dal resto dei sensi. Insomma l’offerta di marketing si sta indirizzando verso un consumo sensoriale, un vero e proprio distributore di esperienze.

Dei cinque sensi quello che viene stimolato per primo è la vista, è essa che tiene conto dello stato d’animo. Non a caso si dice che “un’immagine vale più di mille parole”. Poi subentra il tatto, toccare rende reale. L’ udito, che contribuisce a rilassare la mente. L’ olfatto, che migliora la percezione rendendola memorabile. Il gusto, che è la prova diretta di quello che stiamo provando. Non resta altro che saggiare i sensi facendoci trasportare da ciò che a volte reputiamo sottinteso.

“Nulla è nella mente che prima non sia stato nei sensi” (San Tommaso D’Acquino)

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La mia pelle in seta rossa e pizzo nero!

Un capo di lingerie che veniva usato dalle donne per separare la pelle dal contatto diretto di alcuni materiali di abiti non sempre gradevoli al tatto era la sottoveste. La sua fluidità non solo accarezzava la pelle ma faceva scivolare qualsiasi abbigliamento in modo perfetto, senza grinze, mettendo in risalto le linee dell’abito stesso.

Negli anni ’50 la sottoveste fu il capo protagonista indiscusso del grande cinema dell’epoca. Indossata da Liz Taylor ne ‘La gatta sul tetto che scotta’. Portata in modo malizioso da Marylin Monroe, o dall’iconica Sofia Loren. Nel film ‘Malena’ fece scalpore grazie alla sensualissima Monica Bellucci. Fino ad arrivare alla sottoveste lucida bianca di Kim Basinger in ‘9 settimane e mezzo’. Insomma un vero e proprio capo di lingerie sempre in vista come strumento di seduzione e capace di esaltare la femminilità di chi la indossava.

Dopo gli anni ’50 per un pò la sottoveste venne abbandonata, lasciata in un angolino. Solo con i grandi stilisti come Roberto Cavalli, Versace, Valentino, si ha la rinascita di questo prezioso capo. In seta, in raso, in pizzo, ricamata, liscia, bicolore, strutturata con coppe che reggono il seno detta anche ‘parigina’, la sottoveste diventa un indumento a cui non si rinuncia più, una mise complice nell’arte della seduzione. Con il tempo la sottoveste diventa sempre più corta per adeguarsi ai dettami della Moda. Risulta essere un modo di vestire che risponde alle tante esigenze femminili. Chi la vuole lunga, chi corta, chi predilige un tessuto rispetto ad un altro, chi preferisce un colore scuro, chi uno chiaro. E anche l’uso riflette i bisogni di chi sceglie di indossarla. C’è chi la usa solo per dormire, chi per stare comoda nel proprio ambiente, chi la fa intravedere sotto i vestiti e chi invece la considera una vera e propria arma attrattiva.

Proprio per il suo essere così versatile l’ho ardentemente voluta nella mia linea di lingerie.

La sottoveste per me è una commistione di stili e generi. Per questo la sottoveste realizzata per me è di seta rossa, che richiama il colore della passione, con dettagli in pizzo nero che rievocano l’idea del vedo e non vedo mantenendo sempre una nota di eleganza e classe. Il rosso passione unito alla seta narra di una Donna che in modo consapevole mette fervore in tutto quello che pensa e che fa senza mai dimenticare la delicatezza e la raffinatezza nell’agire. Una Donna che segue i propri desideri, che li modella a seconda di come rispondono e ne crea di nuovi. E’ così che la seta rossa diventa l’emblema del fuoco che tiene viva la sete di vivere. Il tutto rifinito dal pizzo nero, che delinea il volere essere accurata e unica. La lunghezza della sottoveste che arriva un pò sotto il ginocchio rammenta l’essere anticonformista. La scollatura generosa sottolinea la libertà mentale. Ogni particolare ha la sua spiegazione. Questo capo disegna il mio essere, aggiunge brio alla mia natura erotica e sensuale ed evidenzia ogni venatura della mia femminilità.

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Seta e pizzo: due volti di una Donna!

La seta è morbida come le forme di una Donna. Il pizzo è un ricamo semplice e complesso come il carattere di una Donna. Insieme i due tessuti possono rappresentare i volti di una Donna. Entrambi mixandosi richiamano una miscela di colori dell’essere Donna. Possono sembrare a prima vista stoffe lineari ed essenziali, ma hanno una caratteristica predominante, quella dell’unicità. Ogni trama è a sè. Ogni intreccio di filato ha una sua forma. All’apparenza tutto è uguale, tutto sembra simile, ma scavando ogni ordito è singolare, cosi come lo è ogni Donna. La seta e il pizzo possiedono lucentezza e prerogativa di pregio.

Il pizzo è lussuoso, sexy, romantico. Il pizzo delinea una forma, un disegno, un rilievo della cucitura che si sente al tatto. Allo stesso modo il carattere di una Donna può risaltare in tutta la sua sostanza. Il pizzo risulta un tessuto che mostra e non mostra, che mette in evidenza ma velando. Il pizzo stimola fantasie che anticipano il piacere. Un Donna come il pizzo può alludere senza dire, può dire senza scoprirsi, può sedurre mostrando il suo stile.

La seta per la sua produzione naturale ricorda la natura della Donna, una natura accogliente e avvolgente. La seta è un tessuto che riflette la luce in modo inimitabile tanto che riesce ad assorbire le tinture offrendo tante sfumature. Così è una Donna che con la sua consapevolezza riesce a vestirsi di tante nuance. La seta è liscia e delicata, come la pelle di una Donna. La seta sembra sfuggire al tatto, è scivolosa ma fa bramare il tocco stesso. Anche la Donna a volte è inafferrabile ma porta a desiderarla ancor di più.

Capi di abbigliamento che fanno incontrare sia il pizzo che la seta diventano sciccheria, eleganza e incanto. La Donna ha in sè tutti questi requisiti. L’abbinamento e l’accoppiata di questi due tessuti rendono il capo raffinato e apprezzato. Anche solo un dettaglio di una delle due stoffe accostato all’altra firma il capo come abbigliamento di classe. Entrambi i tessuti sono capricciosi così come la Donna, con quel pizzico di stravaganza che la rende originale. Le linee scivolose della seta si intrecciano con le onde increspate del pizzo e creano la combo perfetta per capi ricercati e sofisticati, mantenendo essenzialità. Proprio come la Donna che è un cocktail di ingredienti chic, accurati, fini e distinti. La seta e il pizzo sono due facce, due nature che insieme danno vita a ciò che è la Donna. Indossando un capo in cui entrambi fanno da padrone, la Donna mostra il suo essere impalpabile e malleabile, ma anche rigoroso e prezioso. Entrambi i tessuti raccontano la storia di ogni Donna ogni volta che toccano la sua pelle.

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Vestire è sinonimo di desiderare!

Vestirsi è un’esigenza, una necessità. Ci si veste per coprirsi o ci si veste per mostrarsi o per essere desiderati? Ci sono tante domande dietro il comportamento del vestirsi. Perché si sceglie un tipo di capo, perché si indossa un colore, o un abbinamento di colori? Perché scegliamo di vestirci in base al contesto o all’occasione? Allora è vero che il vestito fa il monaco? E se il vestito fosse un’arma? Se vedessimo i vestiti che indossiamo come mezzi per raggiungere un fine? E’ possibile che indossare un capo mostri i nostri desideri. E’ possibile che quel vestito sia capace di mettere in luce il nostro io nascosto. La consapevolezza della scelta di un abito è essa stessa espressione palese dei nostri desideri. Il vestirci non è solo uno stato d’animo ma è anche uno svelare i nostri desideri. Ognuno di noi raffigura il proprio io come meglio crede ma senza considerare che quell’io è ricco di desideri. Il desiderio di apparire, il desiderio di nascondersi da occhi altrui, il desiderio di piacere, il desiderio di provocare, di immaginare, di giocare. Desiderare di essere qualcuno che di solito si ammira. Il desiderio di far sentire ciò che si pensa o come si vive. Vestire è sinonimo di desiderare. Il vestire influisce non solo su gli altri ma soprattutto e in prima battuta su noi stessi. Siamo noi che desideriamo e siamo sempre noi che indossiamo. Basta avere chiaro i nostri desideri. Quando ci vestiamo non esiste solo l’obiettivo di mandare un messaggio ma siamo noi stessi il messaggio. Vestire un abito, o qualsiasi altro capo, si trasforma in comportamenti, in sfumature di personalità. Ad esempio, una persona che veste senza badare a nulla, dal colore al modello, al capo in sè, ha il desiderio intrinseco di mostrare che non è schiava di cose materiali, questo atteggiamento è esprimere la sua noncuranza verso la parte esteriore. Quindi tutti in modo indistinto vestiamo i nostri desideri. Essere bravi a far emergere i propri desideri attraverso il vestire aumenta l’empatia di chi ci vede. Avere una risposta al nostro messaggio quando ci vestiamo aumenta il nostro ego, oppure può far lavorare su noi stessi o ancora può insegnare ad avere più sicurezza e fiducia in noi. Il vestire si incrocia con i nostri desideri quando elementi come padronanza, consapevolezza e coraggio diventano alleati del nostro apparire. La vera sfida sta nel portare fuori ciò che è dentro, magari celato, magari timoroso, o solo ancora non ascoltato. I desideri vanno manifestati e allora perché non farlo con i mezzi che abbiamo a nostra disposizione? Come un guardaroba è fatto di tanti vestiti anche i nostri desideri sono tanti e variegati. I vestiti non solo interagiscono con il nostro corpo ma soprattutto con ciò che desideriamo essere. Un pensiero libero di desiderare, una mente cosciente di essere e un corpo pronto ad esaudire, tutto questo regala una visione ampia del vestire.

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Gender!

Troppi sono gli articoli che portano a confondere le idee, e quindi spetta a noi informarci su cosa abbraccia questo termine, abbiamo il dovere di interpretare il giusto significato dei termini. A volte l’arroganza nel sapere non dà la visione chiara del concetto che si nasconde dietro ogni vocabolo. La lettura di diverse fonti, il discernere ciò che è fazioso da ciò che è imparziale dovrebbero caratterizzare il punto di partenza per comprendere. Andare in fondo alla questione che porta all’esistenza di varie posizioni dovrebbe essere l’arma da usare per arrivare ad una nostra conclusione. Solo questi step possono dare un quadro specifico e descrittivo.

Gender è una parola inglese che significa Genere. Il termine Genere teoricamente fa una distinzione tra due ambiti che appartengono all’essere umano. Da un lato il sesso che è un dato biologico, naturale, è un fattore o una caratteristica a cui non possiamo opporci, nasciamo con un sesso che è determinato dai geni. Dall’altro lato, il genere che non è dettato dalla nascita ma progredisce e si evolve durante la vita. Il genere stabilisce l’identità sessuale di un individuo. Il genere contempla l’influenza culturale, ambientale, sociale, storica, ideologica del luogo dove l’essere cresce e si sviluppa. Il sesso e il genere sono due realtà che non devono necessariamente coincidere, ognuno deve sentirsi libero di esprimersi. Il perché sia nata la teoria Gender, i movimenti contro la teoria Gender, le posizioni di cattolici, religiosi contro la teoria Gender, non fanno altro che far nascere ogni volta un tornado. Creano discussioni e opinioni che non portano a nulla di oggettivo. A mio avviso danno origine a confusione e a prendere le distanze da chi la pensa diversamente o da chi semplicemente accetta il libero pensiero. Tutto sembra rispondere a teorie complottistiche, tutti pensano ad atteggiamenti di corruzione. Ma perché non accettare chi la pensa diversamente da te? Perché non lasciare vivere i desideri di ognuno? Perché non rispettare il pensiero altrui?

Nel campo della Moda la teoria Gender ha diviso la società. Uomini che si truccano e indossano gonne, donne che vestono abiti dal taglio maschile, erano e sono tutt’ora difficile da accogliere. Nel 1984, Jean-Paul Gaultier scandalizzò le passerelle di Parigi presentando la sua iconica collezione Men in Skirts. I modelli della sfilata maschile indossarono gonne di ogni forma e dimensione, da quelle aderenti per l’ufficio a più elaborati strascichi da sera. Gli integralisti gridarono allo scandalo, ma anche oggi purtroppo è così. E’ contro natura, porta ad un fraintendimento dell’essere umano, quale educazione si può impartire ai bambini se tutto questo si accetta? Queste e tante altre accuse vengono mosse da chi vede la teoria Gender come il male. Questo modo di agire non ha a che fare con i gusti, con le preferenze, con le soggettive inclinazioni. Ha a che fare con i canoni che la norma prevede. Non rientri in quelle ‘regole’ allora sei bandito, sei offeso e bistrattato. Quando in Italia comparve la prima gonna-pantalone dello stilista francese Paul Poiret, la jupe-culotte, i giornali parlarono di donne assalite, molestate e ingiuriate per strada perché colpevoli di vestirsi come i maschi. Fatti accaduti negli anni ’10. Oggi anche se ci troviamo negli anni 2000 non mi sembra che le cose siano cambiate.

Per vari secoli le donne e gli uomini hanno indossato vestiti uguali. Le tuniche, le toghe, le stole e le pelli non avevano genere. Non si tratta di cancellare il sesso di appartenenza ma si tratta solo di sentirsi liberi di vestire come si vuole, di essere come ci si sente. Le emozioni, le sensazioni, i sentimenti, ciò che si prova, non rispondono all’essere maschio o femmina, ma rispondono all’essere vivente. Etichette, cliché e stereotipi sono catene invisibili, sono freni alla propria espressione di individuo, di genere.

Percepire il nostro corpo non riguarda solo ed esclusivamente la nostra dimensione biologica. Bisogna considerare il nostro corpo collegato al nostro volere di essere pensante!

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Cress Line: sinergia tra passione, studio e competenza!

Quante volte mi sono soffermata a parlare della passione che smuove tutto. Quante volte ho detto che essere passionali non solo mostra il nostro interesse verso ciò che ci circonda ma risulta anche essere contagioso. Avere slancio in quello che si intraprende regala prima o poi risultati. Quei risultati in cui si spera. Quel successo a cui si aspira. Ma dietro ci vuole dedizione. Ci vuole impegno, ci vogliono risorse, oltre che sacrifici. Quel pizzico di intuito che aiuta alla realizzazione e alla concretezza di un sogno. Il tutto miscelato ad una buona dose di creatività, senza la quale nulla avrà vita. Proprio su questo si basa https://www.cressline.it/ .

Alfonso, che conosco dai tempi delle scuole, durante i suoi anni Universitari e in particolare nella stesura della sua tesi di Laurea si appassionò allo studio di una pianta medicinale chiamata Crescione d’acqua (il cosiddetto Nasturtium officinale). Il valore e l’importanza di questa pianta in campo medico risale ai tempi dell’antica Roma. Si attribuiva a questa pianta capacità curative. Alfonso si dedicò ad una approfondita ricerca che gli diede la conferma di quanto questa pianta fosse ricca di antiossidanti naturali. Tanto fu il suo entusiasmo verso quello che mano mano scopriva sulla pianta che decise con risoluta maturità di ideare una linea di dermocosmetici naturali. Un linea di cosmetici prodotta in laboratorio, e quindi sottoposta a vari controlli e test da parte di esperti. Alfonso non ha solo dato vita ad un suo sogno ma ha dato la possibilità ai suoi studi di essere divulgati. Ha fatto nascere, con la collaborazione della Macrofarm srl spin-off dell’Università della Calabria, prodotti beauty che hanno come fondamenta studi scientifici, come pilastri portanti ricerche di laboratorio. Una sinergia di ingredienti naturali che ruotano attorno a quello principe, il Crescione d’acqua.

Non si tratta solo di didattica o di professionalità, creare qualcosa di unico riflette l’anima di chi inventa. Diventare padrone della propria idea porta a comunicare se stesso attraverso l’attuazione del sogno o del progetto che si ha in mente. Far nascere un proprio brand vuol dire continuare a dargli linfa per farlo vivere. Con il suo contorno occhi, la crema viso illuminante, la crema anti-macchia, il siero viso, la crema mani e la crema corpo anti-smagliature, Cress Line rigenera la pelle di chi la usa. Insieme a questi dermocosmetici i componenti che caratterizzano Cress Line sono l’amore per la propria terra natia, la devozione al proprio lavoro e la conoscenza scrupolosa di ciò che sono gli ingredienti che si combinano fra loro.

Non ho scelto di parlare di Cress Line solo perché già dal primo utilizzo ha donato compattezza, luminosità, setosità e tonicità alla mia pelle, ma anche perché il suo messaggio mette in rilevanza la caparbietà, la determinazione, la serietà di una passione.

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Ad ogni sport equivale un volere e un fisico!

Qualsiasi sport si pratichi non è frutto solo di passione ma è anche di come si preferisce il proprio fisico. Ci sono sportivi che non vogliono massa muscolare, non vogliono apparire massicci e quindi scelgono sport in cui il peso viene controllato e in cui il corpo risulta senza volume muscolare come i podisti. I cosiddetti runners. Ogni kg perso per loro è un guadagno sul tempo al km. Quindi più si ha un fisico asciutto, con una massa muscolare in grado di sostenere lo sforzo, più si avranno risultati. Nella corsa la parte superiore del corpo risulta molto esile in quanto l’impegno di forza è quasi nullo. Quindi il fisico di un runner è longilineo, molto asciutto con gambe toniche ma sottili e poco muscolose. Sicuramente chi ama questo sport non può con tale fisico eseguire attività sportive in cui le fasce muscolari richiedono un volume maggiore. Ed ecco perché ogni sport ha la propria corporatura. Il sentirsi bene in quella forma fa scegliere lo sport da praticare. Il tennis per i suoi continui scatti, per i colpi alla pallina, per l’utilizzo della racchetta, sviluppa anche in volume i muscoli delle braccia, delle gambe, degli addominali e dei glutei. Se solo si pensa al fisico di Serena Williams si ha l’idea del tennista con il corpo atletico e muscoloso. La sua muscolatura ha contribuito al suo successo. Ma proprio perché ognuno si deve sentire bene nel proprio corpo durante lo sport che pratica, esiste una fazione di atleti tennisti che propendono a mantenere il proprio fisico con poca muscolatura per essere in linea con i canoni degli sponsor. La Sharapova in un’ intervista disse: “Voglio essere sempre più magra e avere sempre meno cellulite. Credo che sia quello che vogliono tutte…Non sollevo più di due chili: è noioso e troppo faticoso.”. Dalle sue parole si evidenzia un vivere il tennis in modo opposto a come lo vive la Williams che invece disse: “Alla fine ho capito che devi imparare ad accettare quello che sei e ad amarti per chi sei. Ora sono davvero contenta del tipo di corpo che ho, e ne sono molto orgogliosa. Ovviamente va bene per me”. Due modi di vedersi completamente diversi pur facendo lo stesso sport. Ci sono diversi tennisti che fanno fatica ad accettare il proprio fisico massiccio, ma il tennis richiede quel fisico. Come essere runner richiede un fisico snello. O come chi pratica nuoto richiede arti molto lunghi, spalle larghe, fianchi stretti e piedi grandi che aumentano la propulsione. O ancora come coloro che si dedicano al sollevamento pesi necessitano di un fisico tozzo con sistema cardiovascolare in grado di sopportare improvvisi aumenti della pressione sanguigna.

Ognuno deve essere consapevole del proprio sentire. Ognuno deve avere la capacità di mettere in equilibrio il proprio corpo con l’attività sportiva che intraprende. Non tutti i fisici sono adatti ai vari sport. Non si può passare da uno sport ad un altro con facilità mantenendo l’idea di un modello di fisico ben preciso. Una Serena Williams non potrà mai diventare una Carla Fracci o viceversa. Tutto ciò che esterniamo deve passare dal nostro essere coscienti di quello che siamo e vogliamo essere fisicamente. E di conseguenza le nostre scelte sportive seguiranno anche il nostro volere strutturale.