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Il Mondo Parallelo

In vari articoli vi ho parlato del mondo Social e in particolare del mondo di Instagram. Ho puntato i riflettori su diversi personaggi, su varie tipologie di profilo, sul mondo chiamato Sottobosco. Ho delineato un pò i contorni di quello che ho visto con i miei occhi e di quello che ho toccato con essi. Ora, in questo articolo voglio farvi viaggiare in un Mondo Parallelo. Il Mondo Parallelo si differenzia per il suo essere separato e distinto dal principale pur coesistente con esso. Le stesse persone che vivono in un Mondo vivono anche in quello Parallelo. Se rapportiamo il Mondo Parallelo al Social e nello specifico ad Instagram domande come: Cosa si intende per Mondo Parallelo? Come si vive un Mondo Parallelo? Cosa succede nel Mondo Parallelo? nascono in modo del tutto naturale. Quando fai parte del Mondo Parallelo e decidi di abbandonarlo, perché non rientra più nel tuo modo di essere, vedi tutto con gli occhi da spettatore e ora lo mostro a Voi.

Instagram è un mondo fatto di tante stanze. Ci sono profili che mostrano la loro stanza così come realmente è, altri che la decorano a tal punto da farla diventare finta e a volte pacchiana. Conobbi il Mondo Parallelo di Instagram dopo qualche mese che ero sul Social. E’ un Mondo fatto di nick, di persone unite a caso pronte a ‘supportare’, ma il più delle volte a ‘sopportare’ i post che ognuno di loro pubblica nella propria galleria Instagram. Entrata a far parte di questo Mondo mi adeguai alle regole della ‘sopportazione’, mettere un like e mettere un commento ad ogni post che i membri del Mondo pubblicavano. Ma come in ogni mondo fatto da persone che non si conoscono, come in ogni mondo fatto da persone che calpesterebbero il proprio vicino, il rispetto e l’uguaglianza non dimorano più, anche in questo Mondo Parallelo tutto si capovolse a favore dei cosiddetti ‘furbi’. Dato che mi piace mettere in pratica alcuni detti allora abbracciai il detto ‘quando vuoi una cosa fatta bene, fattela da solo’. Creai io un Mondo Parallelo fatto di rispetto reciproco e di regole da seguire. Chi voleva far parte di quel Mondo doveva prendersi cura del rispetto nei confronti degli altri, senza sotterfugi. Il Mondo Parallelo aveva due volti. Il primo volto era quello dell’aiuto ai post che ogni membro pubblicava ma la modalità con cui si dava l’aiuto doveva essere sentita e non dovuta. Il secondo volto era la possibilità di far nascere una vera e propria Community. Facile a dirsi molto faticoso a far si che tutto questo potesse succedere. Quando si crede in qualcosa lo si fa con passione ma non tutti la usano e non tutti la usano allo stesso modo. Il tempo risulta sempre il migliore alleato. E’ con il tempo che tutto prende forma distinta e netta e così il tempo mi regalò i connotati degli esseri del Mondo Parallelo, mi donò la mappa di quello che intendono per Mondo Parallelo chi veramente è parte integrante di esso. Devo ringraziare il tempo per avermi fatto prendere la decisione di non far parte di quel Mondo, perché è così lontano dalla mia natura ed è così distante da quello che un mondo di esseri, che usano lo stesso mare per navigare, dovrebbe essere.

La consapevolezza che si acquista quando si chiude un capitolo non fa altro che arricchire di nozioni in più, e dare la conferma di quello che vogliamo e siamo.

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L’ arte della provocazione

La provocazione è un’arte. L’arte si ciba di provocazione e ne offre a chi è digiuno. E’ proprio nell’arte contemporanea che la provocazione trova il suo riflesso, trova la sua massima espressione. Fonte della provocazione sono immagini che nella vita reale scandalizzerebbero ma esposte in una galleria d’arte prendono tutto un altro valore. Il pittore Andy Warhol provocò non poco, basti ricordare il disegno che creò per la copertina di un album musicale, una banana sullo sfondo bianco. Non da meno e più recente è l’artista Maurizio Cattelan che con una delle sue opere provoca rendendo tutto memorabile, il dito medio eretto di fronte alla sede della Borsa di Milano. Come si impara dall’arte la provocazione non è fine a se stessa ma ha un obiettivo, quello di suscitare riflessione. La provocazione, che sia essa usata come un atto seduttivo o che sia adoperata per avere una reazione da parte dello spettatore o interlocutore, ha insito in sè il compito di accendere pareri o repliche. La provocazione nell’arte si basa sul concetto della denuncia di un pensiero, di una idea, ed è proprio per questo che è più protesa al concettualismo invece che alla classica bellezza d’arte. L’arte ha la capacità di provocare effetti diversi a seconda di cosa viene interpretato dal proprio punto di vista. Anche una foto o una immagine scattata può provocare meraviglia, stupore, ma anche indignazione. Può sedurre, mandare messaggi accattivanti e avere come risposte espressioni di desideri sessuali. Oppure può provocare stimoli intellettivi. Chi si avvale dell’arte della provocazione può portare allo scoperto colui che interagisce con la provocazione stessa. Non tutti hanno la capacità di provocare reazioni in coloro che in condizioni normali non mettono in mostra il loro punto di vista o la loro opinione. E’ più facile lasciar perdere che accogliere una provocazione. E’ più facile rimanere passivi che essere coraggiosi di rispondere a colui che provoca. Chi provoca in modo intelligente, con sottigliezza e finezza apre le strade a dibattiti appassionati, ospita posizioni soggettive che portano alla conoscenza di chi si trova in quel virtuale salotto. La provocazione ha un ruolo predominante anche nella Moda. La Moda ama lanciare nuove tendenze provocando stupore. Provoca a livello sessuale, sociologico, politico, religioso, insomma sa provocare in ogni ambito e lo fa facendo parlare di sè, e facendo sfilare l’arte della provocazione. L’ arte della provocazione ha caratteristiche proprie che rispondono a termini come sconvolgente, disorientante, indipendente. Essere artisti nella provocazione vuol dire puntare su se stessi i riflettori, vuol dire essere sagace nell’attirare l’attenzione su se stessi, ed essere bravi maestri nello spingere chi è all’ ascolto o chi guarda ad intervenire dando la propria interpretazione o facendo uscire allo scoperto il proprio pensiero. L’arte della provocazione invia messaggi di vari gradi di importanza affinché questi messaggi stessi siano recepiti e valutati, e su cui ognuno venga stimolato.

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Parte emotiva e parte razionale: due fili di una stessa trama!

Mai avremmo pensato di vivere un periodo cosi altalenante. Mai ci saremmo proiettati a vivere un momento così complesso e a tratti anche incomprensibile. Non avremmo mai creduto che la nostra libertà potesse essere messa così a dura prova. Eppure ci troviamo a vivere un mese cosi magico, dicembre, con uno stato d’animo che oscilla tra l’essere emotivo e l’essere razionale. La nostra mente emotiva combatte con quella razionale, si scontra, e a seconda delle occasioni, l’una prevale sull’altra e viceversa in modo netto. Quando usiamo la parte emotiva e quando quella razionale? Cosa usare e in quali circostanze usare l’una rispetto all’altra? Si passa dall’usarle durante la semplice scelta di indossare un abito, all’usarle per affrontare problemi, passando nell’usarle per la quotidianità. Ma nell’utilizzare una piuttosto che un’altra abbiamo chiaro il perché? Essere mossi dall’emotività o dalla razionalità porta a seguire diverse scelte, porta a percorrere diverse direzioni. L’esser consapevole di aver fatto vincere una parte invece che un’ altra ci pone nella condizione di chiederci sempre se è stata la giusta decisione oppure no, e sia nell’uno che nell’altro caso il pentirsi non deve essere una scusante. L’emotività comprende l’esser istintivo, la razionalità include l’esser riflessivo. Entrambe fanno parte dell’essere umano, ed entrambe devono essere parti attive di Noi. Ogni cosa che ci si pone davanti, ogni situazione o periodo, dovrebbero essere osservati in maniera meticolosa e affrontati conoscendo la natura emotiva e razionale che comanda. Metterci nei panni di spettatore della nostra mente non fa altro che mettere una lente d’ingrandimento su Noi stessi e valutare il nostro agire in qualsiasi occasione. Riuscire a vedere la nostra parte dominante fa comprendere ancora di più ciò che siamo. Comunicare con se stessi per mostrare ed esprimere Noi anche solo banalmente con un look dovrebbe essere alla base di un viaggio nell’interiorità. Il proprio stile viaggia attraverso l’esteriorità passando dalla nostra mente e da ciò che essa produce, per questo quando il cervello emotivo e il cervello razionale trovano un punto d’incontro allora si è conquistata l’armonia con il sorriso. Un sorriso che non coinvolge solo le labbra ma che trascina anche i muscoli degli occhi, un sorriso che prende il nome di sorridere con gli occhi. L’ emotività di solito predomina in varie occasioni, anche la sua etimologia, muovere verso, conferma un primato sulla razionalità che invece delinea la destinazione, ovvero la conoscenza e l’analisi di determinate situazioni. La razionalità ci porta alla conoscenza, l’emotività ci porta all’azione. Per avere il giusto modello di equilibrio dovrebbero entrare in gioco entrambe. La parte emotiva dovrebbe intrecciarsi con quella razionale dando forma e figura a ciò che siamo nel bene e nel male. Se dovessimo raffigurare questo intreccio allora potremo dire che l’abito che si indossa è la parte emotiva e chi lo indossa è la parte razionale. Un contenuto emotivo per un contenitore razionale. Il legame è talmente stretto che uno non può esistere senza l’altro, ed entrambi rispondono alle caratteristiche e alle informazioni che ogni essere possiede.

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E se l’odio che alberga sul web ci influenza?

Se indosso quel capo potrò piacere? Se mi atteggio a far la dura o sfoggio il mio sorriso migliore piacerò a chi mi vedrà? E se anche con una semplice frase o riflessione e con un naturale scatto mi attaccheranno? Se il popolo che naviga e vive i social mi scrive parole dure e offensive, sarò in grado di difendermi o di lasciar perdere e non farmi influenzare? Quante domande ci si pone a volte prima di pubblicare una foto o prima di trattare un argomento su cui vorremo far riflettere o semplicemente condividere. Dietro i nickname che gravitano in rete ci possono essere persone di qualsiasi tipo. Persone che non si curano dei sentimenti altrui, persone che si definiscono i disturbatori, che per principio odiano tutto e tutti. I cosiddetti internet haters. Gli haters non hanno distinzione di genere e neanche di età, e provengono da qualsiasi estrazione sociale. Gli haters sfogano nel linguaggio il loro odio, il loro disappunto, il loro essere diverso dagli altri. Chi abita il mondo social è più che consapevole che dall’altra parte del display esiste una gran fetta di individui pronti a denigrare, a calunniare ed offendere in modo anche molto volgare. Oltre agli haters, il mondo virtuale è costellato da diverse figure come i troll, in altre parole sono utenti aggressivi e provocatori, utenti che provocano senza alcun motivo solo per dar fastidio. La realtà del web non solo conta i suddetti personaggi ma include due fenomeni. Il primo è il conosciutissimo cyberbullismo, che è una forma di prevaricazione volontaria e ripetuta attraverso la rete. Il secondo è il meno conosciuto ma pur sempre presente shitstorm (letteralmente ‘tempesta di cacca’), il fenomeno in cui un numero consistente di persone esprime il proprio dissenso. Tutte queste realtà aumentano a dismisura e noi sappiamo fronteggiarle? E’ possibile che ci sentiamo intimiditi tanto da mutare la nostra immagine? Quali sono le misure difensive che prendiamo in considerazione? E soprattutto, ne prendiamo? Questi fenomeni non sono simili alle banali critiche che possono giungere più o meno da chi ci vede, ma sono intrisi di odio feroce e di voglia di ferire, ecco perché ogni parola scritta punterà in particolare ai possibili difetti di ogni loro vittima. Si dice ‘bene o male purché se ne parli‘, ma siamo sicuri che questa frase non è solo uno scudo a ciò che veramente si prova quando si viene attaccati? Qualsiasi parola può metterci in crisi. Anche la persona più razionale possibile può sentire vacillare la propria sicurezza. E’ possibile che una volta stati attaccati ci possiamo sentire fragili e influenzati dall’attacco tanto da chiuderci in noi stessi e mostrare ciò che si aspettano e non ciò che siamo realmente. Addirittura c’è chi scompare dai social proprio per la paura di essere di nuovo ‘sotto attacco’. Farci intimorire, annullarci e portarci a fare mille domande su come dobbiamo essere per piacere non credo sia la strada giusta da intraprendere. Penso che ognuno di noi dovrebbe trovare la chiave giusta per affrontare e superare. Penso che ognuno di noi sa bene se voler essere una vittima o un combattente.

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Far vivere anche la parte più dark

Quando si indossa qualcosa che esalta una delle tante sfumature di cui si è fatti ci si immerge in una dimensione diversa dal solito e a volte segreta. A volte ciò che è segreto dovrebbe rimanere nell’ombra, dovrebbe avere il colore del buio, dovrebbe anche spaventare, ma l’oscuro ha il suo fascino. L’ inconfessato ha sempre un sapore seducente. Per questo si cerca di dargli luce e di far risplendere la sua tonalità. Sono tante le armi e gli strumenti che hanno questa capacità, che portano a galla la misteriosa parte nascosta. A volte siamo noi stessi a darle vita, altre volte sono gli altri ad accarezzarla e farla vivere. Chi di noi non custodisce in maniera attenta quell’essere segreto, quella parte profonda che si intravede a volte in capi di abbigliamento, in look sfoggiati per determinate occasioni, o solo percepita da tenui atteggiamenti? Ciò che è segreto risulta essere un territorio inesplorato e quando si intuisce non sempre lo si vuole percorrere per timore di non approvare o di non essere approvati. Ma quando esce fuori è perché ci si sente spinti dal voler essere se stessi e dal volersi apprezzare lontano dagli standard imposti. La medaglia ha sempre due facce, quando si mostra una l’altra resta a riparo da occhi. Entrambe però, che sia in contesti diversi o in momenti precisi, devono vivere. Può succedere che non si riesca a riconoscere alcuna sfumatura segreta, ma forse perché non si riesce ad individuarla o ammetterla, oppure non le si dà importanza o valore. Quando invece le si vuole dare libero sfogo ecco che la si lascia libera di vagare. Una differenza sostanziale che esiste quando si mostra una faccia della medaglia rispetto ad un’altra sta tra il volere attrarre l’attenzione a tutti i costi e l’ avere il reale desiderio di vivere tutto, di essere autentici anche nel vivere tutto. Ciò che si palesa, ciò che esce dall’oscurità si mette in vetrina e narra ciò che fino ad allora era rimasto inespresso. Quando quella faccia celata viene alla luce lo fa in ambienti non visibili a tutti e ne trae appagamento. Cosa comporta svelare una parte segreta di noi a persone scelte? Cosa crea in noi il pensiero di regalare luminosità a ciò che era al buio? Siamo sicuri che la nostra parte più oscura ha il coraggio di mostrarsi o vuole solo rimanere nel suo protetto habitat? Se ci si riflette la risposta è racchiusa in una parola, ‘libertà’. Quanto è importante sentirsi liberi di agire, di essere, di volere, di desiderare, semplicemente di vivere! Basta riuscire a guardare dentro il segreto, lasciarlo specchiare e farlo riflettere affinché possa vivere in un altro mondo. Ma se lo si fa vivere non è più segreto? Certo che rimane segreto, perché si limita a vivere come merita solo in un ambito ristretto. Diventa esclusivo per se stessi e per chi ne è lodevole di nota. Come quando vogliamo farci vestire da un abito nero che sappiamo ci farà brillare perché solo modellato al nostro corpo crea quel mix perfetto per prendere parte ad una serata irripetibile.

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Ispirarsi o copiare? Questo è il dilemma

Persuadere e sedurre chi ci segue o chi ci ascolta attraverso il nostro modo di pensare e di agire è la stessa cosa di quando cerchiamo attraverso un abito o un look di rendere attraente la nostra figura. Siamo noi, in prima persona, con il nostro essere ad attirare o a respingere. Siamo noi che dobbiamo lavorare su noi stessi per vestire al meglio la nostra natura e affascinare chi ci vede. Ma siamo sicuri di farlo nella maniera giusta? Siamo certi che presentiamo noi stessi e non la brutta copia di qualcun altro? Quando apprezziamo o ammiriamo un look di una persona cerchiamo di prenderne spunto e di adattarlo a noi distinguendoci comunque da chi ci ha influenzato. Copiare invece il look o il modo di essere di quella persona rischia di ricalcare un film già visto, di essere il copia e incolla di ciò che esiste già. Siamo capaci di capire il senso delle due azioni? Prendere spunto vuol dire prendere ispirazione, partire da qualcosa, avere un punto di partenza e creare ciò che è più consono alla nostra persona. Si coglie quell’occasione che si presenta per realizzare qualcosa. Risulta un suggerimento, dal quale suggerimento si delinea la nostra idea e non l’idea della fonte, si elabora quell’idea. Prendere spunto vuol dire offrire un motivo di riflessione e fare propria quella riflessione sulla base del proprio background, a sostegno della propria formazione di individuo, di persona unica. Presentare noi attraverso la parola o attraverso l’immagine vuol dire esibire ciò di cui siamo capaci, spingere gli altri a percepire le nostre attitudini. Ognuno di noi è unico nel suo genere per questo ciascuno stimola per ciò che regala di sè. Donare la copia di un’altra persona, emulare qualcuno che si ammira non porta a niente se non ad essere dei cloni. Perché si copia? Perché forse non si è creativi, perché forse si ha timore di non allettare, perché forse si vuole ricevere gli stessi consensi di chi si copia. Essere copia vuol dire essere imitazione nel modo più omogeneo possibile. Un aspetto del copiare può essere il subire l’elevata influenza delle persone che si seguono e inconsciamente rischiare di proporre concetti o idee simili. Copiare non fa altro che danneggiare la propria immagine, o che lo si faccia in maniera inconscia o consapevole il copiare non porta altro che ad una mancanza di personalità. Qualsiasi sia il campo, qualsiasi sia l’ argomento bisogna sempre avere chiaro il confine tra ispirarsi e copiare, se non si ha una netta visione dell’uno e dell’altro allora tutto è soggetto a mescolarsi e cadere nel dimenticatoio. Nessuno attrae se è un facsimile di un altro, e nessuno invoglia se prende ispirazione senza dare un contributo personale, intimo e soggettivo. Ispirarsi è una forte spinta ad agire, è dare sfogo alla propria creatività attraverso chi seguiamo. Ispirarsi è risvegliare ciò che tace in noi. Copiare è assomigliare a qualcun altro e non a se stessi. Oscar Wilde diceva “la maggior parte delle persone sono altre persone. I loro pensieri sono opinioni di qualcun altro, la loro vita un’imitazione, le loro passioni una citazione.”

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L’effetto: si indossa, si sente, si vive!

Che cosa vuol dire effetto? Cosa si intende con il termine effetto associato ad un altro termine? Che cosa si trae dall’effetto di un determinato evento, o capo, o tessuto, o dall’effetto di una sensazione? Di solito con la parola effetto si pensa subito al risultato, a ciò che è conclusione di un qualcosa. Ma effetto è soprattutto un cammino. L’effetto è percezione di quello che stiamo vivendo. L’effetto è un divenire, un percorso, che non è nato finito per essere tale ma che lo si modella affinché sia tale. L’effetto è creare una conoscenza. Quello stesso effetto ci guida alla consapevolezza di ciò che è. Fare effetto, sentire l’effetto, mostrare l’effetto, sono la somma di ciò che si può chiamare un percorso sensoriale. Soffermarci su cosa vuol dire effetto è capire come i nostri sensi vengono stimolati per arrivare ad un quadro completo della comprensione di quello con cui veniamo a contatto. L’effetto come parola unita ad altre parole può mutare significato, ma ciò che rimane invariato è l’emozione che si sente e si prova solo a pensare al senso del termine e a ciò che esso promette.

Nella moda sono tante le terminologie scelte ed usate, a volte sembra tutto lecito, ma mai come questa volta la moda ci ha azzeccato. Effetto Pelle, è l’effetto che in questa stagione autunnale 2020 sta spopolando. L’ Effetto Pelle ricrea la sensazione che si è avuta sin dagli anni ’20 ad oggi. Negli anni venti Salvatore Ferragamo ebbe successo con la pelle di pesce, detta anche cuoio marino. Negli anni ’40/’50 si parlava della pelle di coccodrillo con la borsa Kelly di Hermès. Si passa poi dagli anni ’60 rivoluzionari agli anni ’70 in cui esplose la pelle nera e liscia con il suo chiodo. Negli anni ’80 la pelle divenne un trend a tutti gli effetti. Negli anni ’90 e 2000 la pelle laserata (lavorata con tecnologia a laser) fu il tessuto che predominava. Fino ad arrivare ai giorni nostri in cui la pelle e il suo effetto non fanno altro che rispondere ad attributi come lucentezza, fluidità, leggerezza. Sentirsi in totale equilibrio con il tessuto che indossiamo non fa altro che amplificare la nostra sensibilità, e l’ Effetto Pelle lo fa in modo molto sexy. Sin dal tatto che dall’odore passando dalla vista l’ Effetto Pelle crea un tragitto capace di rendere chiara la direzione di quel determinato capo unito al nostro corpo.

L’ effetto si fonde in ciò che in quel determinato momento rappresenta. Si mescola nella visione di quello che accompagna, ne crea una storia sua personale ed unica. L’effetto è sinonimo di attuazione di ciò che si prefigge. Vivere un effetto, qualsiasi sia il genere, richiama la reale natura di ciò di cui parla creando un’esperienza completamente nuova e irripetibile.

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Alla ricerca delle proporzioni

Quando ci si veste o si sceglie di portare un accessorio, di solito non si dà importanza a ciò che sono le proporzioni del nostro corpo. Ormai ci si sbizzarrisce con capi oversize su corpi minuti e abiti microscopici su corpi generosi. Si portano borse dalle dimensioni esagerate che non risultano in proporzione con la statura di una persona. Non si tratta di coprire difetti o esporre pregi, non seguire le proprie proporzioni e indossare di tutto, senza fare attenzione alla grandezza, non fa altro che ingolfare la figura. Un termine adatto, che sottolinea questa mancanza di attenzione al proprio corpo quando ci si veste, è infagottare. Si imbottisce il corpo di strati di tessuto oppure ci si avvolge in stretti abiti tanto da far uscire quello che non ci entra. Nella vita si cerca sempre l’obiettivo dell’equilibrio, si cerca l’armonia nelle cose, si cerca di vivere rapportando tutto a ciò che abbiamo, che possediamo e che ci circonda, e allora perché non farlo anche nel vestire? Se si pensa ancora all’idea che la moda impone, allora non si ha chiaro cosa voglia dire personalizzare il proprio stile, vivere se stessi mostrandosi attraverso i look che si indossano. Dal senso della vista si percepiscono diverse informazioni come e soprattutto le forme, le consistenze, la persona e le proporzioni. A volte non si pensa che un abito, o un accessorio possano avere un potere indescrivibile a tal punto da influenzare la vista di chi ci guarda, e far nascere un’idea di chi siamo o di chi vogliamo essere. Dare l’immagine giusta di noi stessi non è sempre facile, in particolar modo quando si pensa che le proporzioni non sono importanti. Quando ci si veste con l’idea di alludere a cosa siamo allora è inutile scegliere capi adatti, perché nulla può dare la netta e giusta interpretazione di noi se usiamo i vestiti come accenno. Se invece ci si veste per dare l’esatta spiegazione di noi, puntando all’enfatizzazione del nostro corpo e all’ attenzione del tutto armonioso e proporzionato, allora saremo certi di essere sulla strada appropriata per farci leggere. Non si può mai pensare di vedersi proporzionati con capi che non ci danno valore ma che espongono, come su un manichino, la loro prestanza. Le proporzioni per gli artisti e architetti sono fondamentali, dovremo farci influenzare dalla loro ossessione alcune volte per non inciampare in errori e orrori. Le proporzioni dei vestiti devono baciare la nostra forma di corpo per dare significato alla nostra persona. Come nel corpo umano esistono proporzioni tra le varie parti di esso, così esistono proporzioni tra il corpo umano e i vestiti che si indossano. Le proporzioni non si riferiscono solo al volume del capo o dell’accessorio ma anche alle stampe, ai disegni, ai motivi e alla trama dei tessuti.

Quando ci vestiamo cerchiamo di tenere presente il rapporto tra la nostra figura e ciò che portiamo addosso, puntando a far combaciare tutto, tanto da arrivare alla proporzionalità dei due elementi in gioco.

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Lo stile Romantico

Si possono contare gli stati d’animo, le emozioni? Si possono quantificare gli umori? Cosi come non si può fare il conto di cosa si prova, allo stesso modo non si possono contare i vari stili di ognuno. Lo stile è espressione di ciò che si ha dentro, di ciò che si vive. Una sensibilità nel vestire associata all’essere sognatore può rimandare ad uno stile Romantico. La corrente del Romanticismo esaltava i sentimenti, la fantasia in opposizione alla ragione. Il Romanticismo si basa sulla spontaneità e sulla sincerità. Una chiave di interpretazione dello stile Romantico è sedurre con delicatezza, grazia e semplicità, senza troppi ornamenti. Ammaliare sorprendendo con garbo e tatto. Il Romanticismo fa pensare a favole, fiabe, storie di cavalieri e dame, ad una vita in cui il cuore fa da padrone, ma non solo lui anche l’anima, gli impulsi, gli ardori e le passioni. Il periodo Romantico aveva come protagonista l’attenzione all’ IO, e a tutto ciò che esso sentiva. Anche i vestiti ne risentivano. I vestiti erano e continuano ad essere lo specchio dell’emotività e lo stile Romantico ne è un chiaro esempio. Abiti leggeri, con linee morbide tanto che un flebile venticello li fa svolazzare. Capi che non hanno nulla di volgare e nulla di franchezza o sfacciataggine. I vestiti romantici non superano mai il limite della decenza pur stando attenti a delineare alcuni punti del corpo di chi li indossa. Una loro caratteristica è palesare una sensualità innocente. Uno stile che richiama queste peculiarità è lo stile Regency. Lo stile molto presente nei romanzi dell’ amata Jane Austen. Vestiti lunghi e dritti con maniche leggermente a palloncino, o lunghe e legate con lacci, un pò rigidi e con il punto vita alto subito sotto il seno, ad evidenziarlo anche una scollatura generosa. Questo stile è comunemente conosciuto anche come stile Impero. Uno stile molto lusinghiero per corpi con forme generose. Un modello che aiuta ad allungare l’aspetto del corpo. Questo stile aggrazia la figura, la rende delicata e fine. Lo stile Impero, come tutti gli altri modelli di abiti delle varie epoche, aveva il compito di sottolineare la classe sociale a cui si apparteneva. Più le stoffe o i pochi accessori erano pregiati più il ceto sociale era alto. Quando si indossa un abito di questo stile ci si sente speciali, quasi trasportati ad una serata gala di quel periodo, una serata dove le donne erano desiderate per la loro classe e per la purezza che emanavano. Sono proprio questi modelli di abiti che impersonano il Romanticismo. Romantico è colui che in maniera languida, sognante e appassionata vive la vita e perché allora non mostrarlo anche attraverso un abito!

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Donne con le Balls

Oggi vi narro di una Donna con carattere, creatività e sogni da realizzare, che sin dalla tenera età decise di trascorrere la sua vita nella moda. In quel mondo che sembra patinato ma che riesci a vivere se ti distingui, se hai idee chiare e gli attributi adatti per farti un nome. Mirta Frosini con la sua linea di accessori moda ha dato vita alla sua artigianalità, ha diffuso con le sue creazioni il Made in Italy Garantito. Una Donna caratterizzata da passione e fantasia, una Donna che ha voluto disegnare qualcosa di diverso, di innovativo, che regala la voglia di sentirsi allegri. Indossare una sua creazione vuol dire sentirsi solari per l’uso dei colori, vuol dire distinguersi per il design particolare che ogni modello ha, vuol dire mostrare la propria personalità. I suoi accessori hanno anima e stile, una volta indossati si fondono con la persona che li indossa per le loro forme e per le loro linee uniche. La collezione che descrive l’importanza di essere una Donna con carattere porta il nome di Ballsmania. Sfere in resina colorate che raffigurano le Balls di ogni Donna. Sfere che indossate accentuano lo stile di ogni Donna. Balls che giocano con l’autoironia e la femminilità di ogni Donna. Da questa nuova collezione è stato coniato un hashtag #donneconleballs (rifacendosi al tipico detto ‘donne con le palle’) che sottolinea in maniera spiritosa e colorita le capacità che ogni donna possiede e ora con Ballsmania può sfoggiare. In ogni sfera risiede carattere, carisma, competenza, qualità, abilità, ma anche giovialità, simpatia, divertimento e unicità. La peculiarità di questa collezione è il gioco di colori con cui Mirta si diverte. Come un pittore gioca a creare nuove tonalità sui suoi quadri per esprime la sua anima, così anche Mirta esprime la sua regalandoci ogni volta un colore diverso. Spetta a noi scegliere il colore con cui giocare sui nostri outfit per raccontare il nostro stile.

Con Ballsmania ora io posso mostrare il mio essere vitale, energica e testarda, oltre che elegante e femminile, tutte caratteristiche del mio essere. Con Ballsmania io coloro il mio stile.

https://www.ballsmania.it/it/