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To Touch

Termini come hot, hard, erotico hanno sempre accompagnato una natura intima e profonda.Hai presente quando ti trovi davanti una leccornia e non vedi altro che quella?….Il corpo si muoverebbe per averla. Quasi come fosse una trasgressione a cui non si può e non si vuole rinunciare. Ed era proprio così che mi sentivo….

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To Touch

Con To Touch apro il sipario ad una serie di articoli che avranno l’obiettivo di trattare la sensualità, la passione, l’erotismo, la sessualità, la lussuria, il desiderio, i vizi, in modo audace, disinibito, svincolato da qualsiasi pregiudizio. La mia penna Toccherà la mente, i sensi, le emozioni. Toccherò i turbamenti, le sensazioni. To Touch non solo viaggerà negli angoli più eccitanti ma toglierà il velo ai pensieri inaccessibili.

Famelica può essere la bocca. Bramosa può essere la vista. Smanioso può essere il tocco. Avido può essere l’udito. Ingordo può essere l’olfatto. Tutti i sensi sono guidati dalla mente e avranno appagamento se anche i più celati desideri potranno essere espressi. Con il verbo To Touch io voglio toccare ogni parte di corpo. Ogni peccato taciuto. Ogni voglia nascosta.

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Voi ed Io: Amicizia tra uomo e donna, esiste?

Per questo tema non potevo che colloquiare con un ragazzo così da vedere in modo netto il pensiero maschile (il suo) e quello femminile (il mio). Lui è Salvio con la sua pagina instagram https://www.instagram.com/salviographicdesigner/

L’argomento che abbiamo affrontato è alquanto complesso. Un concetto quello dell’amicizia tra uomo e donna studiato dalla scienza, trattato in film e telefilm in maniera esplicita. Insomma un dilemma a cui ancora oggi non si ha chiara la risposta. Io e Salvio abbiamo cercato di giungere almeno ad una conclusione scandagliando e riflettendo sul Si e sul No.

Contro il parere di alcuni alla domanda se esiste amicizia tra uomo e donna, la scienza ha risposto in modo categorico dicendo No. L’ Università del Wisconsin con il suo studio è arrivata a dire che ‘gli uomini erano più facilmente attratti dalle amicizie femminili che non viceversa, ma erano anche più propensi a credere che le amiche ricambiassero. Le donne, invece, erano molto più propense a sottovalutare il livello di attrazione che gli amici maschi provavano nei loro confronti, così come risultavano meno propense a provare sentimenti romantici.‘ Questo studio ha messo in evidenza che entrambi i sessi vedono l’attrazione all’interno della loro amicizia come un costo e non come un beneficio, entrambi sono consapevoli che un eventuale risvolto romantico o sessuale potrebbe causare problemi.

Salvio si sofferma sul fatto che l’amicizia è comunque un tipo di legame affettivo ed ha più stadi e più strati. La risposta non è così facile proprio perché bisogna tenere conto di diversi fattori, di varie variabili. Una cosa da non sottovalutare è che il più delle volte non è tanto il provare attrazione fisica o sentimenti passionali, ma è il non accettarli e non ammetterli per paura di rovinare qualcosa che sta per chiamarsi amicizia o che si chiama già amicizia. Può succedere che quel timore di non ammettere un desiderio fisico o romantico possa essere guidato dall’angoscia di non essere ricambiato. La cosa migliore è una totale onestà intellettuale. La differenza di sesso cammina di pari passo con il dare valore all’amicizia o alle relazioni in genere. Uomini e donne hanno una propria visione di quali sono i criteri in un’amicizia o in una relazione amorosa. Quindi anche per questo l’amicizia tra sessi opposti è difficile che esista. Per Salvio un’ amicizia onesta e vera tra uomo e donna non esiste per una questione evolutiva. Dal un punto di vista di evoluzione di genere l’uomo e la donna non sono fatti per essere amici. “Saremmo tutti ipocriti a pensare il contrario, sfido chiunque di noi in tutta onestà ad ammettere che se vediamo una bella ragazza o un bel ragazzo per strada stiamo a pensare: eh si quasi quasi ci divento amico o amica”.

Bisogni, desideri, obiettivi, spesse volte per non dire sempre non coincidono tra i due sessi e creano così una situazione di squilibrio nel rapporto ‘amichevole’. Ecco perché alla base ci deve essere una comunicazione chiara e sincera. Il gesto non verbale di un semplice bacio sulla guancia o di uno sfioramento di mani innesca nell’uomo pensieri di natura sessuale, così dice la scienza, mentre nella donna questi gesti risultano avere poco conto o essere innocui. Ma può capitare il contrario. Oppure quel gesto fatto in maniera così innocente può anche essere la scintilla che accende il desiderio ad entrambi. E se ci fosse una certa antipatia fisica tra uomo e donna tanto da far pensare che potrebbe esserci un rapporto di amicizia? Si, può esistere un’antipatia del genere ma nulla toglie che mentalmente si abbia simpatia e complicità e quindi anche in questo caso dobbiamo rispondere che l’amicizia tra uomo e donna non esiste!

Fra uomo e donna non può esserci amicizia. Vi può essere passione, ostilità, adorazione, amore, ma non amicizia. (Oscar Wilde)

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C’era una volta!

C’era una volta… Le favole iniziano sempre così. Quasi come se ti prendessero per mano e ti portassero all’interno della storia. Più si entra nel vivo del racconto più ci si sente immersi in essa. Ogni cosa diventa storia di se stessa e in questo risiede il valore che si deve dare alla storia. Un vestito che si indossa ha una sua storia. Un’esperienza accaduta ha una sua storia. Noi persone umane abbiamo una nostra storia e ogni giorno ne creiamo una nuova o una che si allaccia al giorno precedente. Raccontare con immagini, foto, parole ciò che ci accade, ciò che attraversiamo, ciò che sono le nostre preferenze, non fa altro che scrivere capitoli della nostra storia. La storia a cui diamo vita può essere breve e completa, lunga e non conclusa, superficiale oppure profonda. Si possono avere più storie da raccontare, Noi stessi siamo più storie. Le storie hanno un’importanza a volte sottovalutata. Qualunque storia, in qualsiasi ambito nasca, deve rivestire un ruolo considerevole. Se solo pensassimo alle storie di un Social come veicolo per raccontare, si porrebbe maggiore attenzione nel narrare. Quasi come se fossero dei cortometraggi di vita.

Le storie potrebbero essere paragonate alla scelta dei capi che indossiamo. Passiamo dai capi casual a quelli raffinati, da abiti sportivi ad eleganti, da vestiti leggeri a quelli pesanti, insomma diamo vita ogni giorno ad abbinamenti che mostrano il nostro umore o voglia del momento. Le storie fanno la stessa cosa. Passano dall’essere frivole a serie, da comuni ad uniche, dall’essere scherzose all’essere divulgative. Ognuno di Noi dà origine ad una storia meritevole di essere raccontata e mostrata. Siamo la storia che mettiamo in scena. La scenografia può cambiare e può essere sistemata a seconda di come ci sentiamo ma Noi rimaniamo attori e in alcuni casi spettatori.

La storia è una successione di eventi che accadono ai personaggi e nello specifico a Noi stessi, ma risultiamo anche Noi i registi che mettono in atto questo racconto. Esprimendo, apparendo, mostrando, non si fa altro che scrivere o girare una storia che riguarda Noi e il nostro modo di essere, di vedere e di vivere. Nessuno può o deve intervenire nella storia altrui. La narrazione è nostra ed anche se può sembrare discutibile, è comunque la somma di quello che siamo Noi. Nessuno deve stilare la nostra storia, ognuno deve mettere la firma sulla propria. Il canale sul quale scriverla siamo Noi a sceglierlo ma senza dimenticare che storia vuol dire fatti, esposizione, realtà. La storia è la metafora della vita, è l’espressione figurata della vita. Dare una trama al nostro stile di vita vuol dire creare storia. Ogni cosa che immaginiamo o ideiamo, che sia un accostamento di accessori, la scelta di un capo di abbigliamento, uno scatto per la nostra galleria Social, un programma di allenamento, qualsiasi cosa sia, diventa un pezzo di storia di Noi. E dato che ne facciamo parte allora perché non darle voce?

La storia è il racconto dei fatti, e i racconti sono la storia dei sentimenti” Claude Adrien Helvetius.

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Voi ed Io: Il Social, potenzialità e negatività!

Questa volta chi si è seduto sulla poltrona per colloquiare con me è https://www.instagram.com/ant0___.0/ la sincera Antonella, portando con se come argomento il Social, potenzialità e danni che una piattaforma web può creare.

Il Social è un mondo fatto di uomini che con diverse finalità convivono tra di loro. Una realtà che è entrata in maniera predominante nella vita di ognuno. Una realtà che a volte giudica, altre volte influenza, il più delle volte mette a conoscenza. Ad Antonella sta molto a cuore vivere una sana vita Social, se ovviamente questo non apporti negatività. Il lato negativo di cui parla Antonella è quello dato dall’ imitazione, dall’ emulazione da parte di adolescenti verso noti personaggi. Si chiede il perché è così difficile esporre il proprio pensiero, il perché invece è così facile arrivare a fare gesti estremi per essere identici agli altri che ‘spopolano’ sul Social. Antonella si chiede, perché imporsi di cambiare il proprio stile di vita e la propria immagine, perdendo ad esempio peso corporeo con la speranza di sponsorizzare qualche brand di abbigliamento che ti apprezza per un corpo longilineo? In altre parole perché rincorrere il soggettivo pensiero di perfezione dato che qualcuno è diventato ‘popolare’ raggiungendo una effimera ‘fama’ tracciando il percorso? Un percorso spesso finto e poco veritiero. Seguendo prototipi del genere si può giungere ad annullare ed annientare la propria personalità. Antonella racconta che qualcuno sul Social le aveva fatto notare il suo accento napoletano tanto da farle venire i complessi nel parlare. L’importanza di una persona è data dal seguito espresso in K, questo è ciò che il Social insegna alla maggior parte delle persone. Quindi se non sei abbastanza seguito qualsiasi tua caratteristica può risultare un difetto. Qualsiasi cosa che posti o pubblichi, se non sei una persona relativamente conosciuta, può essere vista in modo difettoso tanto da essere rimarcata da coloro che consciamente o inconsciamente apportano danno a chi è già di carattere insicuro. Il Social è un’arma che può distruggere menti fragili che trovano il coraggio cmq di viverlo, e può cancellare il senno per essere qualcuno noto. Antonella insiste su un aspetto fondamentale:“Nessuno è perfetto, mi piacerebbe che le persone dessero più valore alle loro potenzialità concentrandosi su se stessi, invece che copiare la vita di qualcun altro per essere accettati”. Il giudizio verso quelle persone che si palesano per come sono di solito arriva sempre da coloro che si reputano perfetti e si mostrano perfetti. Tutto questo può far avere dei canoni di perfezione completamente errati, perché non seguono la moltitudine. Ciò che dovrebbe fare un Social è sicuramente essere il più realistico possibile, facendoci accostare alla realtà di ognuno e diventare fonte di passioni. Indurre a seguire profili che collimano con i nostri interessi, portandoci ad interagire, senza imitare o copiare, con persone che catturano la nostra attenzione. A volte si vive un mondo web come se non fosse reale, quasi come se si stesse giocando ad un videogioco virtuale, e ci si dimentica che dietro ad ogni profilo non c’è un ‘avatar’ ma c’è un essere umano con difetti, pregi, interessi e stili di vita.

Un pò di attenzione, riguardo e rispetto farebbe del Social una dimensione comunicativa ideale.

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Il Mondo Parallelo

In vari articoli vi ho parlato del mondo Social e in particolare del mondo di Instagram. Ho puntato i riflettori su diversi personaggi, su varie tipologie di profilo, sul mondo chiamato Sottobosco. Ho delineato un pò i contorni di quello che ho visto con i miei occhi e di quello che ho toccato con essi. Ora, in questo articolo voglio farvi viaggiare in un Mondo Parallelo. Il Mondo Parallelo si differenzia per il suo essere separato e distinto dal principale pur coesistente con esso. Le stesse persone che vivono in un Mondo vivono anche in quello Parallelo. Se rapportiamo il Mondo Parallelo al Social e nello specifico ad Instagram domande come: Cosa si intende per Mondo Parallelo? Come si vive un Mondo Parallelo? Cosa succede nel Mondo Parallelo? nascono in modo del tutto naturale. Quando fai parte del Mondo Parallelo e decidi di abbandonarlo, perché non rientra più nel tuo modo di essere, vedi tutto con gli occhi da spettatore e ora lo mostro a Voi.

Instagram è un mondo fatto di tante stanze. Ci sono profili che mostrano la loro stanza così come realmente è, altri che la decorano a tal punto da farla diventare finta e a volte pacchiana. Conobbi il Mondo Parallelo di Instagram dopo qualche mese che ero sul Social. E’ un Mondo fatto di nick, di persone unite a caso pronte a ‘supportare’, ma il più delle volte a ‘sopportare’ i post che ognuno di loro pubblica nella propria galleria Instagram. Entrata a far parte di questo Mondo mi adeguai alle regole della ‘sopportazione’, mettere un like e mettere un commento ad ogni post che i membri del Mondo pubblicavano. Ma come in ogni mondo fatto da persone che non si conoscono, come in ogni mondo fatto da persone che calpesterebbero il proprio vicino, il rispetto e l’uguaglianza non dimorano più, anche in questo Mondo Parallelo tutto si capovolse a favore dei cosiddetti ‘furbi’. Dato che mi piace mettere in pratica alcuni detti allora abbracciai il detto ‘quando vuoi una cosa fatta bene, fattela da solo’. Creai io un Mondo Parallelo fatto di rispetto reciproco e di regole da seguire. Chi voleva far parte di quel Mondo doveva prendersi cura del rispetto nei confronti degli altri, senza sotterfugi. Il Mondo Parallelo aveva due volti. Il primo volto era quello dell’aiuto ai post che ogni membro pubblicava ma la modalità con cui si dava l’aiuto doveva essere sentita e non dovuta. Il secondo volto era la possibilità di far nascere una vera e propria Community. Facile a dirsi molto faticoso a far si che tutto questo potesse succedere. Quando si crede in qualcosa lo si fa con passione ma non tutti la usano e non tutti la usano allo stesso modo. Il tempo risulta sempre il migliore alleato. E’ con il tempo che tutto prende forma distinta e netta e così il tempo mi regalò i connotati degli esseri del Mondo Parallelo, mi donò la mappa di quello che intendono per Mondo Parallelo chi veramente è parte integrante di esso. Devo ringraziare il tempo per avermi fatto prendere la decisione di non far parte di quel Mondo, perché è così lontano dalla mia natura ed è così distante da quello che un mondo di esseri, che usano lo stesso mare per navigare, dovrebbe essere.

La consapevolezza che si acquista quando si chiude un capitolo non fa altro che arricchire di nozioni in più, e dare la conferma di quello che vogliamo e siamo.

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L’ arte della provocazione

La provocazione è un’arte. L’arte si ciba di provocazione e ne offre a chi è digiuno. E’ proprio nell’arte contemporanea che la provocazione trova il suo riflesso, trova la sua massima espressione. Fonte della provocazione sono immagini che nella vita reale scandalizzerebbero ma esposte in una galleria d’arte prendono tutto un altro valore. Il pittore Andy Warhol provocò non poco, basti ricordare il disegno che creò per la copertina di un album musicale, una banana sullo sfondo bianco. Non da meno e più recente è l’artista Maurizio Cattelan che con una delle sue opere provoca rendendo tutto memorabile, il dito medio eretto di fronte alla sede della Borsa di Milano. Come si impara dall’arte la provocazione non è fine a se stessa ma ha un obiettivo, quello di suscitare riflessione. La provocazione, che sia essa usata come un atto seduttivo o che sia adoperata per avere una reazione da parte dello spettatore o interlocutore, ha insito in sè il compito di accendere pareri o repliche. La provocazione nell’arte si basa sul concetto della denuncia di un pensiero, di una idea, ed è proprio per questo che è più protesa al concettualismo invece che alla classica bellezza d’arte. L’arte ha la capacità di provocare effetti diversi a seconda di cosa viene interpretato dal proprio punto di vista. Anche una foto o una immagine scattata può provocare meraviglia, stupore, ma anche indignazione. Può sedurre, mandare messaggi accattivanti e avere come risposte espressioni di desideri sessuali. Oppure può provocare stimoli intellettivi. Chi si avvale dell’arte della provocazione può portare allo scoperto colui che interagisce con la provocazione stessa. Non tutti hanno la capacità di provocare reazioni in coloro che in condizioni normali non mettono in mostra il loro punto di vista o la loro opinione. E’ più facile lasciar perdere che accogliere una provocazione. E’ più facile rimanere passivi che essere coraggiosi di rispondere a colui che provoca. Chi provoca in modo intelligente, con sottigliezza e finezza apre le strade a dibattiti appassionati, ospita posizioni soggettive che portano alla conoscenza di chi si trova in quel virtuale salotto. La provocazione ha un ruolo predominante anche nella Moda. La Moda ama lanciare nuove tendenze provocando stupore. Provoca a livello sessuale, sociologico, politico, religioso, insomma sa provocare in ogni ambito e lo fa facendo parlare di sè, e facendo sfilare l’arte della provocazione. L’ arte della provocazione ha caratteristiche proprie che rispondono a termini come sconvolgente, disorientante, indipendente. Essere artisti nella provocazione vuol dire puntare su se stessi i riflettori, vuol dire essere sagace nell’attirare l’attenzione su se stessi, ed essere bravi maestri nello spingere chi è all’ ascolto o chi guarda ad intervenire dando la propria interpretazione o facendo uscire allo scoperto il proprio pensiero. L’arte della provocazione invia messaggi di vari gradi di importanza affinché questi messaggi stessi siano recepiti e valutati, e su cui ognuno venga stimolato.

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Parte emotiva e parte razionale: due fili di una stessa trama!

Mai avremmo pensato di vivere un periodo cosi altalenante. Mai ci saremmo proiettati a vivere un momento così complesso e a tratti anche incomprensibile. Non avremmo mai creduto che la nostra libertà potesse essere messa così a dura prova. Eppure ci troviamo a vivere un mese cosi magico, dicembre, con uno stato d’animo che oscilla tra l’essere emotivo e l’essere razionale. La nostra mente emotiva combatte con quella razionale, si scontra, e a seconda delle occasioni, l’una prevale sull’altra e viceversa in modo netto. Quando usiamo la parte emotiva e quando quella razionale? Cosa usare e in quali circostanze usare l’una rispetto all’altra? Si passa dall’usarle durante la semplice scelta di indossare un abito, all’usarle per affrontare problemi, passando nell’usarle per la quotidianità. Ma nell’utilizzare una piuttosto che un’altra abbiamo chiaro il perché? Essere mossi dall’emotività o dalla razionalità porta a seguire diverse scelte, porta a percorrere diverse direzioni. L’esser consapevole di aver fatto vincere una parte invece che un’ altra ci pone nella condizione di chiederci sempre se è stata la giusta decisione oppure no, e sia nell’uno che nell’altro caso il pentirsi non deve essere una scusante. L’emotività comprende l’esser istintivo, la razionalità include l’esser riflessivo. Entrambe fanno parte dell’essere umano, ed entrambe devono essere parti attive di Noi. Ogni cosa che ci si pone davanti, ogni situazione o periodo, dovrebbero essere osservati in maniera meticolosa e affrontati conoscendo la natura emotiva e razionale che comanda. Metterci nei panni di spettatore della nostra mente non fa altro che mettere una lente d’ingrandimento su Noi stessi e valutare il nostro agire in qualsiasi occasione. Riuscire a vedere la nostra parte dominante fa comprendere ancora di più ciò che siamo. Comunicare con se stessi per mostrare ed esprimere Noi anche solo banalmente con un look dovrebbe essere alla base di un viaggio nell’interiorità. Il proprio stile viaggia attraverso l’esteriorità passando dalla nostra mente e da ciò che essa produce, per questo quando il cervello emotivo e il cervello razionale trovano un punto d’incontro allora si è conquistata l’armonia con il sorriso. Un sorriso che non coinvolge solo le labbra ma che trascina anche i muscoli degli occhi, un sorriso che prende il nome di sorridere con gli occhi. L’ emotività di solito predomina in varie occasioni, anche la sua etimologia, muovere verso, conferma un primato sulla razionalità che invece delinea la destinazione, ovvero la conoscenza e l’analisi di determinate situazioni. La razionalità ci porta alla conoscenza, l’emotività ci porta all’azione. Per avere il giusto modello di equilibrio dovrebbero entrare in gioco entrambe. La parte emotiva dovrebbe intrecciarsi con quella razionale dando forma e figura a ciò che siamo nel bene e nel male. Se dovessimo raffigurare questo intreccio allora potremo dire che l’abito che si indossa è la parte emotiva e chi lo indossa è la parte razionale. Un contenuto emotivo per un contenitore razionale. Il legame è talmente stretto che uno non può esistere senza l’altro, ed entrambi rispondono alle caratteristiche e alle informazioni che ogni essere possiede.

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E se l’odio che alberga sul web ci influenza?

Se indosso quel capo potrò piacere? Se mi atteggio a far la dura o sfoggio il mio sorriso migliore piacerò a chi mi vedrà? E se anche con una semplice frase o riflessione e con un naturale scatto mi attaccheranno? Se il popolo che naviga e vive i social mi scrive parole dure e offensive, sarò in grado di difendermi o di lasciar perdere e non farmi influenzare? Quante domande ci si pone a volte prima di pubblicare una foto o prima di trattare un argomento su cui vorremo far riflettere o semplicemente condividere. Dietro i nickname che gravitano in rete ci possono essere persone di qualsiasi tipo. Persone che non si curano dei sentimenti altrui, persone che si definiscono i disturbatori, che per principio odiano tutto e tutti. I cosiddetti internet haters. Gli haters non hanno distinzione di genere e neanche di età, e provengono da qualsiasi estrazione sociale. Gli haters sfogano nel linguaggio il loro odio, il loro disappunto, il loro essere diverso dagli altri. Chi abita il mondo social è più che consapevole che dall’altra parte del display esiste una gran fetta di individui pronti a denigrare, a calunniare ed offendere in modo anche molto volgare. Oltre agli haters, il mondo virtuale è costellato da diverse figure come i troll, in altre parole sono utenti aggressivi e provocatori, utenti che provocano senza alcun motivo solo per dar fastidio. La realtà del web non solo conta i suddetti personaggi ma include due fenomeni. Il primo è il conosciutissimo cyberbullismo, che è una forma di prevaricazione volontaria e ripetuta attraverso la rete. Il secondo è il meno conosciuto ma pur sempre presente shitstorm (letteralmente ‘tempesta di cacca’), il fenomeno in cui un numero consistente di persone esprime il proprio dissenso. Tutte queste realtà aumentano a dismisura e noi sappiamo fronteggiarle? E’ possibile che ci sentiamo intimiditi tanto da mutare la nostra immagine? Quali sono le misure difensive che prendiamo in considerazione? E soprattutto, ne prendiamo? Questi fenomeni non sono simili alle banali critiche che possono giungere più o meno da chi ci vede, ma sono intrisi di odio feroce e di voglia di ferire, ecco perché ogni parola scritta punterà in particolare ai possibili difetti di ogni loro vittima. Si dice ‘bene o male purché se ne parli‘, ma siamo sicuri che questa frase non è solo uno scudo a ciò che veramente si prova quando si viene attaccati? Qualsiasi parola può metterci in crisi. Anche la persona più razionale possibile può sentire vacillare la propria sicurezza. E’ possibile che una volta stati attaccati ci possiamo sentire fragili e influenzati dall’attacco tanto da chiuderci in noi stessi e mostrare ciò che si aspettano e non ciò che siamo realmente. Addirittura c’è chi scompare dai social proprio per la paura di essere di nuovo ‘sotto attacco’. Farci intimorire, annullarci e portarci a fare mille domande su come dobbiamo essere per piacere non credo sia la strada giusta da intraprendere. Penso che ognuno di noi dovrebbe trovare la chiave giusta per affrontare e superare. Penso che ognuno di noi sa bene se voler essere una vittima o un combattente.

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Far vivere anche la parte più dark

Quando si indossa qualcosa che esalta una delle tante sfumature di cui si è fatti ci si immerge in una dimensione diversa dal solito e a volte segreta. A volte ciò che è segreto dovrebbe rimanere nell’ombra, dovrebbe avere il colore del buio, dovrebbe anche spaventare, ma l’oscuro ha il suo fascino. L’ inconfessato ha sempre un sapore seducente. Per questo si cerca di dargli luce e di far risplendere la sua tonalità. Sono tante le armi e gli strumenti che hanno questa capacità, che portano a galla la misteriosa parte nascosta. A volte siamo noi stessi a darle vita, altre volte sono gli altri ad accarezzarla e farla vivere. Chi di noi non custodisce in maniera attenta quell’essere segreto, quella parte profonda che si intravede a volte in capi di abbigliamento, in look sfoggiati per determinate occasioni, o solo percepita da tenui atteggiamenti? Ciò che è segreto risulta essere un territorio inesplorato e quando si intuisce non sempre lo si vuole percorrere per timore di non approvare o di non essere approvati. Ma quando esce fuori è perché ci si sente spinti dal voler essere se stessi e dal volersi apprezzare lontano dagli standard imposti. La medaglia ha sempre due facce, quando si mostra una l’altra resta a riparo da occhi. Entrambe però, che sia in contesti diversi o in momenti precisi, devono vivere. Può succedere che non si riesca a riconoscere alcuna sfumatura segreta, ma forse perché non si riesce ad individuarla o ammetterla, oppure non le si dà importanza o valore. Quando invece le si vuole dare libero sfogo ecco che la si lascia libera di vagare. Una differenza sostanziale che esiste quando si mostra una faccia della medaglia rispetto ad un’altra sta tra il volere attrarre l’attenzione a tutti i costi e l’ avere il reale desiderio di vivere tutto, di essere autentici anche nel vivere tutto. Ciò che si palesa, ciò che esce dall’oscurità si mette in vetrina e narra ciò che fino ad allora era rimasto inespresso. Quando quella faccia celata viene alla luce lo fa in ambienti non visibili a tutti e ne trae appagamento. Cosa comporta svelare una parte segreta di noi a persone scelte? Cosa crea in noi il pensiero di regalare luminosità a ciò che era al buio? Siamo sicuri che la nostra parte più oscura ha il coraggio di mostrarsi o vuole solo rimanere nel suo protetto habitat? Se ci si riflette la risposta è racchiusa in una parola, ‘libertà’. Quanto è importante sentirsi liberi di agire, di essere, di volere, di desiderare, semplicemente di vivere! Basta riuscire a guardare dentro il segreto, lasciarlo specchiare e farlo riflettere affinché possa vivere in un altro mondo. Ma se lo si fa vivere non è più segreto? Certo che rimane segreto, perché si limita a vivere come merita solo in un ambito ristretto. Diventa esclusivo per se stessi e per chi ne è lodevole di nota. Come quando vogliamo farci vestire da un abito nero che sappiamo ci farà brillare perché solo modellato al nostro corpo crea quel mix perfetto per prendere parte ad una serata irripetibile.