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La mia linea di lingerie grazie alle mani di LiLy Lingerie!

Avete presente quando sentite dentro la voglia di vivere un’altra sfumatura di voi? Quando tutto quello che volete è arricchirvi del desiderio della vista di quella ombreggiatura? Ecco, per dare linfa vitale a questa traccia dovevo immergermi nel suo chiaroscuro. E così ho fatto. La lingerie per me è stata sempre un richiamo all’essere seducente. I tessuti come la seta, il raso, il pizzo, il tulle, usati per l’intimo hanno avuto su di me sempre un enorme fascino. L’intimo donna con i suoi diversi capi mi ha sempre attratta. Delinea la femminilità e dipinge la sensualità. Incornicia l’essere Donna nella sua unicità. Regala al corpo femminile una consapevolezza audace. Per questo non potevo non dar seguito al bisogno di indossare lingerie fatta apposta su di me. Una linea di abbigliamento intimo creata per me, sul mio corpo e sul mio essere. Capi dai tessuti e dai colori che prediligo. Per fare ciò dovevo cercare le persone giuste. Dovevo cercare chi sa maneggiare la lingerie. Chi sa cosa vuol dire esaltare le peculiarità di una Donna attraverso un capo intimo. Chi sa essere di ampie vedute pur avendo esperienza di anni e anni alle spalle tanto da essere matura nella propria artigianalità. La mia idea era creare una sorta di sinergia tra ciò che la mia mente suggeriva al mio corpo di indossare e chi avrebbe reso concreto il tutto. La ricerca doveva rispondere non solo a trovare un accordo ma soprattutto ad instaurare fiducia tra me e l’artigiano.

Quando scrissi a loro lo feci senza aspettative. Speravo di aver scelto bene ma non pensavo che il loro modo di essere potesse collimare in modo ineccepibile con il mio. Loro sarebbero state le mani, io sarei stata il corpo, ed entrambi saremmo stati una unione di menti. Quando entrai nel laboratorio artigianale a Castelfiorentino di Anna e Lisa ciò che mi accolse fu il sorriso. Entrambe molto ospitali. Laboratorio colmo di tessuti e capi confezionati. Sulle spalle una esperienza di 30 anni, lavorando sempre per conto terzi. Il loro è stato un lavoro da dietro le quinte. I loro prodotti erano da collante con il mondo esterno. Non figuravano loro ma entravano in scena i loro capi presentati da altri. I capi di intimo donna artigianali hanno la caratteristica principale di coccolare l’anima più intima e nascosta. Ogni capo di lingerie risulta come un’emozione intrinseca. E dato che per Anna e Lisa le loro creazioni dovevano entrare in empatia con ogni Donna che le avrebbe indossate, ad ottobre 2020 fecero nascere il loro marchio. Diedero vita al loro logo. Produssero capi di lingerie con il proprio gusto e trasferirono in loro non solo la passione ma anche la loro anima. Tutto ciò che creano passa per diversi step di lavorazione. Anna e Lisa scelgono i tessuti, tutti esclusivamente made in Italy. Stoffe di alta qualità. Ideano il capo e 15 sarte le aiutano a renderlo reale. Ricontrollano e rivedono il prodotto finale ed lo mostrano sul loro sito https://www.lilylingerie.it/

Cura dei dettagli, qualità pregiata, professionalità rara, disponibilità esemplare. Tutto questo mi ha portato a scegliere loro come artigiane della mia linea di lingerie.

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Sexting!

Negli ultimi anni si è diffusa una nuova moda hot in Italia ma anche nel mondo, lo scambio di foto personali senza veli e messaggi erotici e pornografici sui Social Network. Gli adolescenti sono i più assidui frequentatori del Sexting. Tale termine fonde due parole inglesi Sex, sesso, e Texting, l’invio di messaggi elettronici. I motivi che spingono i giovani a praticare Sexting rispondono il più delle volte al sentirsi più sicuri con l’esposizione del proprio, ad attirare l’attenzione che desiderano su di loro, all’esigenza di apparire. Questo fenomeno però avviene anche fra adulti. E se tra adolescenti il Sexting è visto come un ostentare e spesso anche senza considerare i rischi, tra i più grandi tutto diventa più complesso.

Il Sexting tra adulti, che può avere anche una natura extraconiugale, è dettato dalla voglia di trasgredire che prende il sopravvento. Messaggi più o meno piccanti che portano chi partecipa a creare una relazione intima e privata. La facilità di fare Sexting porta a farlo ovunque ci si trovi e tutte le volte che si vuole o si può. Scambi di parole, immagini, foto, fantasie, che si vestono di erotismo e di accessori hard. Leggere, guardare, digitare diventano comportamenti bollenti. I brividi che si sentono, le emozioni che si provano, il desiderio che cresce, la voglia inebriante che travolge, sono tutte sensazioni che fanno galoppare la mente seguita dal corpo. La risposta a tutto ciò è il volerne sempre di più, di non essere mai sazi e di portare il gioco sempre oltre il limite. Amplificando sembra quasi che il cellulare diventi un sex toys a portata di mano. Il Sexting possiede due facce, due volti. Un aspetto rischioso, quello del materiale privato che lo si dona in pasto alla rete, e un aspetto di sicurezza, quasi come fosse una protezione fisica. Il Sexting essendo un ottimo esercizio mentale e a volte anche creativo, è balsamo per l’autostima. Parole e termini che sono carichi di intensità e passione, pensieri che sono mine vaganti di natura sessuale, o micce che infiammano. Il Sexting affina anche la pratica del corteggiamento, quasi come se fosse l’attesa del piacere da cui si trae appagamento. Un vero e proprio flirt senza impegno, un modo di vivere il presente, di cogliere l’attimo, di godersi quel carpe diem dal sapore hard. Questo modo di relazionarsi può a volte sfociare in dipendenza. Come succede in un gioco d’azzardo l’adrenalina che viene rilasciata regala giovamento e quindi può trasformarsi in assuefazione. Ma può anche far scattare un inaspettato innamoramento e coinvolgere a tal punto da travolgere i sentimenti. Il Sexting non è mera conclusione sessuale ma è un gioco di parti che affinano la tecnica del desiderio e del desiderarsi. Nel Sexting esiste l’uso di un italiano curato atto ad usare vocaboli prettamente erotici o frasi che rimandano all’allusione sessuale. E’ presente un gergo stilistico in cui la punteggiatura diventa un’arma potente, come i puntini di sospensione che possono essere sospiri, silenzi e ancora essere associati ad un ‘dico e non dico’. C’è la voglia di porre maggiore importanza all’espressione descrittiva ad impatto erotico, come il racconto di fantasie sessuale.

A volte ciò che appare diverso viene subito tacciato per qualcosa che non va fatto perché può far male, può far soffrire o addirittura può separare. Non si pensa mai che tutto quello che gira intorno al piacere fisico e mentale sia un arricchimento. L’essere audace può portare ad una sicurezza in se stessi. Parlare apertamente e giocare con l’altro sesso o con un partner può annullare le inibizioni. Buttarsi in chat roventi e torride può accrescere la padronanza del proprio atteggiamento nel relazionarsi. Insomma non tutto è il diavolo in persona ma in particolar modo non lo è il Sexting. Esso può anche servire da collante, da fattore che alimenta una relazione a distanza. Può rendere frizzante un rapporto. Non bisogna demonizzare pratiche, fenomeni, atteggiamenti, comportamenti sessuali bensì bisogna rifuggire da un uso improprio.

Conoscere e vivere il sesso in ogni sua forma porta a vivere se stessi in modo profondo e sano.

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Vestire è sinonimo di desiderare!

Vestirsi è un’esigenza, una necessità. Ci si veste per coprirsi o ci si veste per mostrarsi o per essere desiderati? Ci sono tante domande dietro il comportamento del vestirsi. Perché si sceglie un tipo di capo, perché si indossa un colore, o un abbinamento di colori? Perché scegliamo di vestirci in base al contesto o all’occasione? Allora è vero che il vestito fa il monaco? E se il vestito fosse un’arma? Se vedessimo i vestiti che indossiamo come mezzi per raggiungere un fine? E’ possibile che indossare un capo mostri i nostri desideri. E’ possibile che quel vestito sia capace di mettere in luce il nostro io nascosto. La consapevolezza della scelta di un abito è essa stessa espressione palese dei nostri desideri. Il vestirci non è solo uno stato d’animo ma è anche uno svelare i nostri desideri. Ognuno di noi raffigura il proprio io come meglio crede ma senza considerare che quell’io è ricco di desideri. Il desiderio di apparire, il desiderio di nascondersi da occhi altrui, il desiderio di piacere, il desiderio di provocare, di immaginare, di giocare. Desiderare di essere qualcuno che di solito si ammira. Il desiderio di far sentire ciò che si pensa o come si vive. Vestire è sinonimo di desiderare. Il vestire influisce non solo su gli altri ma soprattutto e in prima battuta su noi stessi. Siamo noi che desideriamo e siamo sempre noi che indossiamo. Basta avere chiaro i nostri desideri. Quando ci vestiamo non esiste solo l’obiettivo di mandare un messaggio ma siamo noi stessi il messaggio. Vestire un abito, o qualsiasi altro capo, si trasforma in comportamenti, in sfumature di personalità. Ad esempio, una persona che veste senza badare a nulla, dal colore al modello, al capo in sè, ha il desiderio intrinseco di mostrare che non è schiava di cose materiali, questo atteggiamento è esprimere la sua noncuranza verso la parte esteriore. Quindi tutti in modo indistinto vestiamo i nostri desideri. Essere bravi a far emergere i propri desideri attraverso il vestire aumenta l’empatia di chi ci vede. Avere una risposta al nostro messaggio quando ci vestiamo aumenta il nostro ego, oppure può far lavorare su noi stessi o ancora può insegnare ad avere più sicurezza e fiducia in noi. Il vestire si incrocia con i nostri desideri quando elementi come padronanza, consapevolezza e coraggio diventano alleati del nostro apparire. La vera sfida sta nel portare fuori ciò che è dentro, magari celato, magari timoroso, o solo ancora non ascoltato. I desideri vanno manifestati e allora perché non farlo con i mezzi che abbiamo a nostra disposizione? Come un guardaroba è fatto di tanti vestiti anche i nostri desideri sono tanti e variegati. I vestiti non solo interagiscono con il nostro corpo ma soprattutto con ciò che desideriamo essere. Un pensiero libero di desiderare, una mente cosciente di essere e un corpo pronto ad esaudire, tutto questo regala una visione ampia del vestire.

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Non è solo una ‘Parola’!

La parola ha un ruolo importante nelle relazioni. Qualsiasi sia la relazione, da quella lavorativa, a quella amichevole o sentimentale, passando dalla relazione semplicemente conoscitiva, la parola, il linguaggio verbale risulta essere il primo attore. Non bisogna considerare solo l’uso delle parole adatte affinché gli altri possano capire, ma è importante trovare le parole che personificano quel determinato ambiente in cui ci si trova. E se le parole vengono fraintese, la colpa è nostra o del nostro interlocutore? A volte la comunicazione ha diverse interpretazioni che seguono un personale background. Proprio per difendersi da una comprensione sbagliata si deve cercare di conoscere bene l’ambiente dell’argomento, il momento in cui si comunica, e riuscire a trovare la chiave giusta per comunicare. Il linguaggio verbale riveste un compito importante quando esso non è supportato dal linguaggio paraverbale. Come nella scrittura, in cui non esiste neanche quello non verbale che invece è caratterizzato dai gesti, dalla mimica, dall’espressione, insomma dal corpo. Per questo nelle relazioni virtuali bisogna avere oltre che più pazienza anche maggiore concentrazione nello scegliere le parole calzanti. Un paragone che potrebbe rendere l’idea è proprio dato dalla parola calzante. Una parola è come una scarpa. Quando si sceglie una scarpa essa stessa non può avere difetti, perché nel reggere il corpo deve calzare bene, non deve essere stretta, o piccola, o scomoda, non deve essere larga, o grande, non deve far scivolare il piede. Insomma la scarpa ha il compito di tenere in perfetto equilibrio il corpo, allo stesso modo di come la parola deve mantenere pertinente e ben bilanciata la comunicazione. Un vocabolo può avere diversi significati e dipende dal contesto in cui si usa quel vocabolo. Le parole possono esprimere più significati ma sempre legati fra loro da qualche elemento in comune. La parola si veste a seconda di quale sia l’habitat in cui deve entrare. Siamo noi i burattinai, siamo noi che tiriamo le fila delle marionette ben selezionate. Oltre alla formalità della parola, un elemento distintivo è anche il valore che si dà alla parola stessa in quello sfondo in cui si sta colloquiando. La parola è usata per colpire, per far male, oppure per attrarre, per affascinare. Può essere utilizzata per eccitare, per provocare. La parola può ferire ma anche coccolare. La parola può essere lama che lacera ma può essere piuma che seduce. La parola è come un abito da sera, si indossa in relazione alla serata a cui si partecipa, ma lo stesso abito si può usare a volte in diversi ambienti togliendogli o aggiungendogli decori e ornamenti, come la parola può far immaginare tutto e niente. Se avessimo chiaro quale sia il peso di una parola, detta o scritta, ci accorgeremmo che il suo potere può cambiare l’opinione, può influenzare, può trascinare, può creare tumulti e guerriglie, o solo disapprovazione. Ma quando sei padrone della parola e dei suoi molteplici significati allora sei tu a dare e a togliere autorità alla parola.

La parola è una cosa profonda, in cui per l’uomo d’intelletto son nascoste inesauribili ricchezze.
(Gabriele D’Annunzio)

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BDSM: si sa veramente cos’è?

Il più delle volte con i miei articoli sdogano il comune pensiero. Con ciò che scrivo e tratto di solito cerco di immergermi sia nella parte di spettatore che nel ruolo di protagonista. Credo che ponendosi da entrambi i lati si riesce ad osservare in modo totale qualsiasi argomento preso in considerazione. I paraocchi di solito li usano i cavalli perché avendo gli occhi di lato riescono a guardare a 360 gradi, ma con essi si riduce il loro campo visivo. Noi umani non siamo cavalli, non dovremmo coprire la nostra vista. Dovremmo guardare e scegliere, dovremmo osservare e rispettare, dovremmo conoscere e preferire. Il contrario di quello che dovrebbe essere purtroppo aumenta quando al centro dell’osservazione ci sono temi che trattano di sessualità, che parlano di sesso e di mondi sessuali, di erotismo e di immaginario erotico. Una realtà che viene subito additata come perversa e manipolatrice, disequilibrata e fatta di dolore è quella del BDSM. La colpa di questo pensiero non è solo e sempre da attribuire a chi guarda ma anche a chi ne parla. Se si prendono ad esempio storie come 50 sfumature di grigio l’additare che quel mondo sia fatto di disturbi mentali e psichici risulta facile, senza considerare che ciò che si sviluppa come storia è presa dalla fantasia e non dalla realtà. Se si resettassero le informazioni che provengono da fonti non del tutto reali allora si avrebbe la capacità di arrivare ad una conoscenza migliore delle cose.

BDSM è un acronimo che raccoglie pratiche sessuali estreme. Con il termine estremo non si intende strano bensì non comune, caratteristico. B sta per Bondage, pratica sessuale che consiste nel legare. Il termine legare in questa realtà non si riferisce solo all’uso di corde o altri strumenti ma richiama il legame che si crea tra le persone che vivono questa dimensione. D sta per Dominazione ma anche per Disciplina. Nelle varie pratiche seguire una disciplina è molto importante al fine di non essere punito. S sta per Sado, sadismo, la sua caratterizzazione è legata a chi comanda, quindi al dominatore, ma S sta anche per Slave, ovvero schiavo, e anche per Sottomissione. Quindi una sola lettera che raggruppa più significati e più ruoli. M sta per Masochismo. Se si avesse più conoscenza ci si accorgerebbe che tutti noi in un modo o in un altro pratichiamo un pò di dominazione o di sottomissione. Ma già il sentire questa sigla ci fa dire ‘io? mai e poi mai’ quasi a tenersi alla larga. La sigla BDSM è in realtà una sigla che difende la dimensione sessuale consenziente da quella dissenziente. Protegge il sesso dalle offese sessuali o dal vedere il sesso come abuso. Si tende sempre a vedere la sessualità con colori netti e ben precisi, con una forma distinta, ma tutto ciò che è piacere rientra nella sessualità. Non esiste un bisogna o non bisogna, esiste un mi piace o non mi piace. La libertà di espressione dovrebbe essere riconosciuta ma purtroppo non è cosi.

Esiste il BDSM puro e rigoroso. Ed esiste il BDSM “soft“. Chi non ha mai dato una sculacciata per aumentare il piacere? Chi non ha mai coperto un senso per amplificarne un altro? Chi non ha mai dato un morsetto o un pizzicotto per prolungare lo stato di eccitazione? Tutti questi atti sono forme che provengono dal mondo BDSM. Questo mondo non è una sola cosa ma ha tante azioni a diversa intensità e gradazione. E’ come dire che il bacio è uno e solo, il bacio ha diverse forme. C’è a chi piace in un modo a chi in un altro ma si provano tutti i modi partendo dal proprio gusto. Come in ogni dimensione sessuale anche nel BDSM, io aggiungerei maggiormente, la mente è il motore trainante, la mente è la guida. Desiderare in modo del tutto libero ciò che il dominatore desidera rende la sottomessa a livello mentale sullo stesso gradino del dominatore. Si parla di desiderio mentale. Il BDSM non è un contratto scritto, una scheda dove si dà il consenso a determinate pratiche e ad altre no, non è un foglio asettico. Acconsentire a determinate pratiche sessuali è dato dall’eccitazione a farle, il tutto è guidato dal desiderio e dai gusti. In questo mondo la complicità si amplifica, la fiducia accresce. C’è tanta attenzione alla comunicazione. Se una cosa non piace si smette di farla, nessuno giudicherà, nessuno punterà il dito o imporrà qualcosa. Quando non si conoscono i mondi ma si considerano solo perché sono ‘atipici’, sembra che tutto non debba rispondere al rispetto. Ma è sbagliato, è sbagliato l’immaginario sessuale che ognuno suppone di quella realtà. Nella realtà BDSM il godere, il piacere visto come orgasmo non risponde sempre all’atto penetrativo, proprio perché la mente gode di un qualcosa che non è tipicamente del sesso comune. Molti identificano questo modo di fare sesso come doloroso. Se solo si sapesse che a livello neurologico i canali che portano al piacere sono identici a quelli che fanno sentire il dolore, si capirebbe che il dolore non è una cosa negativa nelle pratiche sessuali. Ciò che si sente gradevole e piacevole arriva in modo neurologico attraverso gli stessi canali da cui arriva un qualcosa più intenso e forte e magari doloroso. Quindi non fermiamoci a ciò che è opinione comune ma andiamo in fondo ai mondi. Nel BDSM tutti gli strumenti che si utilizzano hanno un grado di forte e meno forte e ciò è dato anche da come viene utilizzato, dalla forza che si imprime sullo stesso strumento. Chi non ha mai usato una sciarpa o un foulard per legare o bendare? Chi non ha mai provato un pò di calore sul proprio corpo? Nel comune mondo sessuale sembrano cose naturali eppure non si pensa mai che sono pratiche che ricordano il BDSM, fatte solo con espedienti più comuni e con meno vigore.

Dopo tutto questo quadro si è ancora convinti che questo mondo sessuale è così strano, perverso, trasgressivo, e lontano dal sesso?

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Gender!

Troppi sono gli articoli che portano a confondere le idee, e quindi spetta a noi informarci su cosa abbraccia questo termine, abbiamo il dovere di interpretare il giusto significato dei termini. A volte l’arroganza nel sapere non dà la visione chiara del concetto che si nasconde dietro ogni vocabolo. La lettura di diverse fonti, il discernere ciò che è fazioso da ciò che è imparziale dovrebbero caratterizzare il punto di partenza per comprendere. Andare in fondo alla questione che porta all’esistenza di varie posizioni dovrebbe essere l’arma da usare per arrivare ad una nostra conclusione. Solo questi step possono dare un quadro specifico e descrittivo.

Gender è una parola inglese che significa Genere. Il termine Genere teoricamente fa una distinzione tra due ambiti che appartengono all’essere umano. Da un lato il sesso che è un dato biologico, naturale, è un fattore o una caratteristica a cui non possiamo opporci, nasciamo con un sesso che è determinato dai geni. Dall’altro lato, il genere che non è dettato dalla nascita ma progredisce e si evolve durante la vita. Il genere stabilisce l’identità sessuale di un individuo. Il genere contempla l’influenza culturale, ambientale, sociale, storica, ideologica del luogo dove l’essere cresce e si sviluppa. Il sesso e il genere sono due realtà che non devono necessariamente coincidere, ognuno deve sentirsi libero di esprimersi. Il perché sia nata la teoria Gender, i movimenti contro la teoria Gender, le posizioni di cattolici, religiosi contro la teoria Gender, non fanno altro che far nascere ogni volta un tornado. Creano discussioni e opinioni che non portano a nulla di oggettivo. A mio avviso danno origine a confusione e a prendere le distanze da chi la pensa diversamente o da chi semplicemente accetta il libero pensiero. Tutto sembra rispondere a teorie complottistiche, tutti pensano ad atteggiamenti di corruzione. Ma perché non accettare chi la pensa diversamente da te? Perché non lasciare vivere i desideri di ognuno? Perché non rispettare il pensiero altrui?

Nel campo della Moda la teoria Gender ha diviso la società. Uomini che si truccano e indossano gonne, donne che vestono abiti dal taglio maschile, erano e sono tutt’ora difficile da accogliere. Nel 1984, Jean-Paul Gaultier scandalizzò le passerelle di Parigi presentando la sua iconica collezione Men in Skirts. I modelli della sfilata maschile indossarono gonne di ogni forma e dimensione, da quelle aderenti per l’ufficio a più elaborati strascichi da sera. Gli integralisti gridarono allo scandalo, ma anche oggi purtroppo è così. E’ contro natura, porta ad un fraintendimento dell’essere umano, quale educazione si può impartire ai bambini se tutto questo si accetta? Queste e tante altre accuse vengono mosse da chi vede la teoria Gender come il male. Questo modo di agire non ha a che fare con i gusti, con le preferenze, con le soggettive inclinazioni. Ha a che fare con i canoni che la norma prevede. Non rientri in quelle ‘regole’ allora sei bandito, sei offeso e bistrattato. Quando in Italia comparve la prima gonna-pantalone dello stilista francese Paul Poiret, la jupe-culotte, i giornali parlarono di donne assalite, molestate e ingiuriate per strada perché colpevoli di vestirsi come i maschi. Fatti accaduti negli anni ’10. Oggi anche se ci troviamo negli anni 2000 non mi sembra che le cose siano cambiate.

Per vari secoli le donne e gli uomini hanno indossato vestiti uguali. Le tuniche, le toghe, le stole e le pelli non avevano genere. Non si tratta di cancellare il sesso di appartenenza ma si tratta solo di sentirsi liberi di vestire come si vuole, di essere come ci si sente. Le emozioni, le sensazioni, i sentimenti, ciò che si prova, non rispondono all’essere maschio o femmina, ma rispondono all’essere vivente. Etichette, cliché e stereotipi sono catene invisibili, sono freni alla propria espressione di individuo, di genere.

Percepire il nostro corpo non riguarda solo ed esclusivamente la nostra dimensione biologica. Bisogna considerare il nostro corpo collegato al nostro volere di essere pensante!

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Ad ogni sport equivale un volere e un fisico!

Qualsiasi sport si pratichi non è frutto solo di passione ma è anche di come si preferisce il proprio fisico. Ci sono sportivi che non vogliono massa muscolare, non vogliono apparire massicci e quindi scelgono sport in cui il peso viene controllato e in cui il corpo risulta senza volume muscolare come i podisti. I cosiddetti runners. Ogni kg perso per loro è un guadagno sul tempo al km. Quindi più si ha un fisico asciutto, con una massa muscolare in grado di sostenere lo sforzo, più si avranno risultati. Nella corsa la parte superiore del corpo risulta molto esile in quanto l’impegno di forza è quasi nullo. Quindi il fisico di un runner è longilineo, molto asciutto con gambe toniche ma sottili e poco muscolose. Sicuramente chi ama questo sport non può con tale fisico eseguire attività sportive in cui le fasce muscolari richiedono un volume maggiore. Ed ecco perché ogni sport ha la propria corporatura. Il sentirsi bene in quella forma fa scegliere lo sport da praticare. Il tennis per i suoi continui scatti, per i colpi alla pallina, per l’utilizzo della racchetta, sviluppa anche in volume i muscoli delle braccia, delle gambe, degli addominali e dei glutei. Se solo si pensa al fisico di Serena Williams si ha l’idea del tennista con il corpo atletico e muscoloso. La sua muscolatura ha contribuito al suo successo. Ma proprio perché ognuno si deve sentire bene nel proprio corpo durante lo sport che pratica, esiste una fazione di atleti tennisti che propendono a mantenere il proprio fisico con poca muscolatura per essere in linea con i canoni degli sponsor. La Sharapova in un’ intervista disse: “Voglio essere sempre più magra e avere sempre meno cellulite. Credo che sia quello che vogliono tutte…Non sollevo più di due chili: è noioso e troppo faticoso.”. Dalle sue parole si evidenzia un vivere il tennis in modo opposto a come lo vive la Williams che invece disse: “Alla fine ho capito che devi imparare ad accettare quello che sei e ad amarti per chi sei. Ora sono davvero contenta del tipo di corpo che ho, e ne sono molto orgogliosa. Ovviamente va bene per me”. Due modi di vedersi completamente diversi pur facendo lo stesso sport. Ci sono diversi tennisti che fanno fatica ad accettare il proprio fisico massiccio, ma il tennis richiede quel fisico. Come essere runner richiede un fisico snello. O come chi pratica nuoto richiede arti molto lunghi, spalle larghe, fianchi stretti e piedi grandi che aumentano la propulsione. O ancora come coloro che si dedicano al sollevamento pesi necessitano di un fisico tozzo con sistema cardiovascolare in grado di sopportare improvvisi aumenti della pressione sanguigna.

Ognuno deve essere consapevole del proprio sentire. Ognuno deve avere la capacità di mettere in equilibrio il proprio corpo con l’attività sportiva che intraprende. Non tutti i fisici sono adatti ai vari sport. Non si può passare da uno sport ad un altro con facilità mantenendo l’idea di un modello di fisico ben preciso. Una Serena Williams non potrà mai diventare una Carla Fracci o viceversa. Tutto ciò che esterniamo deve passare dal nostro essere coscienti di quello che siamo e vogliamo essere fisicamente. E di conseguenza le nostre scelte sportive seguiranno anche il nostro volere strutturale.

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Adoperarsi ti fa bella!

1400 euro al giorno per la beauty routine di Victoria Beckham! Questa frase letta qualche giorno fa su una rivista ha dato l’input a questo mio articolo.

Trattamenti di bellezza, capi di abbigliamento e accessori firmati, istruttori sportivi privati, beauty routine costose, cibi prelibati da stelle Michelin. Parrucchieri privati, massaggiatori privati, truccatori privati. Tutto questo sembra essere il pacchetto che ogni persona d’elite può e deve permettersi. E se non lo avesse passerebbe per quella ghettizzata e a tratti avara. Certo è che tutto questo porta ognuno di loro ad avere una pelle perfetta, una silhouette tonica, una età da sfoggiare senza pensare a rughe o altre inestetismi, perché si sa che dietro l’angolo c’è sempre un cosmetico o un trattamento pronto a fare il suo dovere. Ci sarà sempre un ritrovato di ultima generazione che aiuterà a non far pesare gli anni che passano, i sacrifici che si fanno, le ore di lavoro che si susseguono. Basta entrare nel mondo del ‘tutto è possibile‘. E qual è quel mondo in cui ogni bisogno diventa concreto? Sicuramente il mondo dove con la parola lusso si etichetta la specialità. La possibilità di sperimentare e provare cose che non sono per tutti, in quanto raccoglie solo una ristretta fascia di consumatori, indirizza verso strade nuove e soluzioni non ovvie, quindi speciali. Entrare nel mondo del lusso, vivere una vita nel lusso, ‘fare lusso’ è a misura di pochi. Quei pochi hanno l’esclusività di ciò che il lusso propone. Il lusso stesso definisce la schiera dei pochi, che è tutt’altro che volgare ed esibizionista. I dettagli, i particolari, le novità, la qualità, l’eccezionalità, l’unicità, sono termini che spiegano molto bene cosa si intende per lusso. E questi termini camminano mano nella mano con un limitato numero di persone. Persone che si differenziano dalla cosiddetta massa. In quella massa però ci sono individui che, pur non avendo la possibilità economica per accaparrarsi l’ ultima invenzione, o il più bravo dei ‘personal’, cercano di mantenersi nel loro piccolo, cercano di darsi da fare per rendere il loro corpo pronto alle intemperie degli anni che inevitabilmente potranno colpire. E allora, coloro che vivono il lusso avendo più possibilità di vita ‘facile’, possono essere paragonati alla grande fetta di persone che non ha i mezzi per ‘rallentare’ il tempo? In altre parole, il merito maggiore a chi lo si dovrebbe dare? Nessuno deve essere messo al patibolo, né i pochi né i molti. Nessuno ha colpe e nessuno deve sentirsi in difetto, ma è pur sempre vero che a parità di età, un soggetto che non ha a disposizione il lusso e presenta una giovinezza visibile ed una cura percepibile di se stesso avrà, a mio avviso, una maggiore considerazione di arrivare agli obiettivi che si prefigge rispetto a chi arriva con una facilità guidata dal lusso. Chi fa parte della maggioranza sente il bisogno di prodigarsi per raggiungere uno status fisico con prodotti accessibili, con abiti e accessori che a buon mercato impreziosiscono, con cibo semplice e per niente sofisticato e con il resto dei personal fai da te. Può a volte sembrare scontato e banale pensare a questa differenza, ma guardare in faccia questi aspetti non fa altro che dare valore alle azioni della gente che non è facilitata dal lusso.

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Le Dritte Di Simo risponde ad Easy Travel Hosting


Questa volta l’intervistata sono io. Sono stata contattata da una Società creata da due nomadi digitali, una Società di Web Hosting 100% ecologica. Avete mai sentito parlare di Hosting Web? La parola inglese significa in italiano Ospitare. In campo informatico vuol dire dare alloggio a personali file all’interno di speciali computer, ovvero server, sempre connessi ad internet. Easy Travel Hosting, questo è il nome della Società, non solo ha uno spirito giovanile ma è protesa a rendere il Web più pulito dato che i server che usano sono alimentati ad energia rinnovabile ed eco-sostenibile. Un altro contributo che questa Società regala all’ambiente è dato attraverso chi sceglie Easy Travel Hosting come servizio di Hosting Ecologico. Per ogni cliente viene piantato un albero in Guatemala, per supportare il progetto di riforestazione della giungla guatemalteca e creare posti di lavoro. L’albero piantato può essere adottato a titolo gratuito.

Essere sul loro sito con le mie parole e con quello che caratterizza il mio blog è stato un vero piacere. Le loro domande sono state dirette e rivolte a descrivere in modo esauriente ciò che è il mio punto di vista su vari temi.

Benvenuta su Easy Travel Hosting! Potresti parlarci un po di te, di come è nato il tuo blog e di cosa tratta?

Sono Simona nata nella calda Calabria ma ormai da oltre 20 anni trapiantata nell’ affascinante Toscana. Archeologa per studi ma con la vena della scrittura. Dalla tenera età la scrittura è diventata il mondo in cui viaggio e faccio viaggiare. Le parole sono il collante tra ciò che vedo, utilizzo o vengo in contatto, e chi mi legge. Per questo mi definisco una storyteller. Mi piace narrare e raccontare, credo che la forza della parola inserita in un contesto ben preciso sia portare ad osservare ogni cosa da più angolazioni. Sono una persona molto creativa e mi piace circondarmi di persone che mi arricchiscono e che posso arricchire. Il mio blog è nato quasi come una scommessa con un’ amica. Sono stata sempre una persona curiosa, mi è sempre piaciuto parlare con la gente e quindi mi sono chiesta, perché non unire la mia curiosa osservazione verso lo stile in genere e la mia più grande passione che è la scrittura? Perché non suggerire, da qui il termine ‘Le dritte’, un viaggio dell’ esteriorità attraverso l’ interiorità, percorrendo mondi diversi come la moda, le nuove tendenze o gli stili di vita in genere? Il mio blog quindi esplora diversi temi avendo come bussola modelli di stile.

Se volete finire di leggere la mia intervista andate sul loro sito cliccando https://www.easytravelhosting.com/

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L’ arte della provocazione

La provocazione è un’arte. L’arte si ciba di provocazione e ne offre a chi è digiuno. E’ proprio nell’arte contemporanea che la provocazione trova il suo riflesso, trova la sua massima espressione. Fonte della provocazione sono immagini che nella vita reale scandalizzerebbero ma esposte in una galleria d’arte prendono tutto un altro valore. Il pittore Andy Warhol provocò non poco, basti ricordare il disegno che creò per la copertina di un album musicale, una banana sullo sfondo bianco. Non da meno e più recente è l’artista Maurizio Cattelan che con una delle sue opere provoca rendendo tutto memorabile, il dito medio eretto di fronte alla sede della Borsa di Milano. Come si impara dall’arte la provocazione non è fine a se stessa ma ha un obiettivo, quello di suscitare riflessione. La provocazione, che sia essa usata come un atto seduttivo o che sia adoperata per avere una reazione da parte dello spettatore o interlocutore, ha insito in sè il compito di accendere pareri o repliche. La provocazione nell’arte si basa sul concetto della denuncia di un pensiero, di una idea, ed è proprio per questo che è più protesa al concettualismo invece che alla classica bellezza d’arte. L’arte ha la capacità di provocare effetti diversi a seconda di cosa viene interpretato dal proprio punto di vista. Anche una foto o una immagine scattata può provocare meraviglia, stupore, ma anche indignazione. Può sedurre, mandare messaggi accattivanti e avere come risposte espressioni di desideri sessuali. Oppure può provocare stimoli intellettivi. Chi si avvale dell’arte della provocazione può portare allo scoperto colui che interagisce con la provocazione stessa. Non tutti hanno la capacità di provocare reazioni in coloro che in condizioni normali non mettono in mostra il loro punto di vista o la loro opinione. E’ più facile lasciar perdere che accogliere una provocazione. E’ più facile rimanere passivi che essere coraggiosi di rispondere a colui che provoca. Chi provoca in modo intelligente, con sottigliezza e finezza apre le strade a dibattiti appassionati, ospita posizioni soggettive che portano alla conoscenza di chi si trova in quel virtuale salotto. La provocazione ha un ruolo predominante anche nella Moda. La Moda ama lanciare nuove tendenze provocando stupore. Provoca a livello sessuale, sociologico, politico, religioso, insomma sa provocare in ogni ambito e lo fa facendo parlare di sè, e facendo sfilare l’arte della provocazione. L’ arte della provocazione ha caratteristiche proprie che rispondono a termini come sconvolgente, disorientante, indipendente. Essere artisti nella provocazione vuol dire puntare su se stessi i riflettori, vuol dire essere sagace nell’attirare l’attenzione su se stessi, ed essere bravi maestri nello spingere chi è all’ ascolto o chi guarda ad intervenire dando la propria interpretazione o facendo uscire allo scoperto il proprio pensiero. L’arte della provocazione invia messaggi di vari gradi di importanza affinché questi messaggi stessi siano recepiti e valutati, e su cui ognuno venga stimolato.