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Quando il comunicare in maniera efficace diventa un’arte!

L’arte del comunicare non è un qualcosa che compri al mercato, non è qualcosa che si vende attraverso i libri o attraverso gli studi sulla comunicazione, non è una materia che impari a memoria e subito dopo diventi abile nell’arte del comunicare. L’arte di comunicare raggruppa diversi campi. Si comunica attraverso la parola, attraverso i gesti, attraverso i comportamenti, si comunica attraverso ciò che si indossa, si comunica attraverso suoni, sguardi, insomma si comunica sempre e comunque. Ma siamo sicuri di comunicare in maniera efficace sempre? Siamo certi che quello che vogliamo dire o vogliamo comunicare arriva in maniera comprensibile ed esatta? Per questo bisognerebbe considerare il comunicare un’arte, per questo bisognerebbe sapere che qualsiasi espressione che sia essa digitale, visiva, sensoriale, scritta, ha un peso e che quel peso si traduce in conoscenza. Quando ci vestiamo o anche solo quando scegliamo cosa indossare diamo importanza ai dettagli, diamo un occhio di riguardo al colore delle scarpe, all’abbinamento di un capo su un altro, ci concentriamo su quale gioiello deve firmare il nostro look, insomma nulla è lasciato al caso. Tutto quello che andremo ad indossare comunicherà la nostra persona o il nostro messaggio. La stessa meticolosità con cui scegliamo come vestirci e cosa portare dovrebbe essere usata anche quando utilizziamo la parola o la scrittura. Non è ammissibile dichiarare che quello che volevamo dire non era quello che pensavamo. L’arte della comunicazione dovrebbe essere un’arma sempre precisa senza sbavature, dovrebbe essere scrupolosa quando la si sfoggia e dovrebbe rivelare la persona che la sta usando. Ciò che si comunica dovrebbe prima essere assimilato da chi deve comunicare il messaggio e poi essere compreso dal destinatario grazie alla concretezza della comunicazione. A volte ci si dimentica quando sia importante il saper comunicare nel mondo virtuale o digitale, non solo perché ci sono fraintendimenti ma perché chi comunica potrebbe lanciare messaggi che lo ‘marchiano’. Come al mondo ci sono diverse lingue anche nella comunicazione ci sono diversi modi e quei modi dovremmo prima impararli a conoscere e poi utilizzarli per diffondere ciò che vogliamo. La natura della comunicazione efficace si avvale di qualcosa che va oltre la mera trasmissione del messaggio, ha in se un supplemento di anima. Ed è proprio il sentimento che deve essere contemplato all’interno del comunicare, perché altrimenti il messaggio rischia di non essere considerato.

I vestiti sono degli artifici semiotici, cioè delle macchine di comunicazione” Umberto Eco.

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Marzo e come vestirsi: un' analisi diversa dal solito!

Marzo di solito è un mese di transizione e mai come quest’anno risulta un mese di cambiamento radicale. Marzo ha cambiato il suo modo di vivere e insieme a lui siamo cambiati noi. Il nostro stile di vita si è mutato talmente tanto da non aver avuto il tempo di accorgercene, ma ora dopo un pò di giorni ci rendiamo conto di quanto sia importante essere lucidi e consapevoli, oltre che essere coerenti e razionali. Le filastrocche parlano di Marzo come un mese pazzerello e mai come oggi sono completamente d’accordo con questo termine. Marzo è il mese dell’inverno e della primavera, e se comanda il primo allora noi seguiamo il suo essere grigio e ventoso, il suo essere piovoso e freddo, ma se comanda la primavera allora il nostro stile diventa colorato e propositivo. Marzo e come vestirsi, sembra un pò una sorta di irriverenza verso quello che stiamo vivendo, ma se lo circoscriviamo a come un colore o un capo possano far sentire anche in questo momento allora potremo sentirci confortati e magari anche sorridenti. Come questo mese attraversa vari stati d’animo a seconda di quello che propone, anche noi stiamo attraversando sentimenti ed emozioni varie e contrastanti. Ciò che indossiamo in questo periodo non è solo espressione del momento ma è anche, come ho sempre sostenuto, esternazione di quello che interiormente si prova. Il luogo in cui possiamo mostrare il nostro stato d’animo ora è uno solo e non possiamo farci travolgere ed essere privi di forza. La forza di un colore o di un capo deve essere la nostra arma, un’arma dal valore unico, un’arma che si coniuga bene con l’idea del vivere questo mese di Marzo in maniera differente rispetto al nostro solito. Bisogna viverlo con una sorta di salvaguardia, di protezione per il nostro umore. Se prima l’obiettivo di vestirci, di scegliere il look era finalizzato a divulgare ciò che sentivamo dentro, ora più che mai deve risultare il mezzo con il quale alleggeriamo il nostro stato d’animo, come se indossare qualsiasi cosa possa aiutare a sentirci meglio, a provare sensazioni nuove e produttive. Una tuta, un pigiama, un leggings e una felpa, un fuseaux e un cardigan, un maxi-maglione, sono capi di abbigliamento che non solo risultano adatti alla stagione ma anche al momento che stiamo vivendo, e allora perchè non provare a creare abbinamenti diversi fra loro per non dimenticare che vivere non è un’ opzione o un’ alternativa, è un dovere.

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L’abito e lo stile sono strumenti per comunicare!

Ho sempre detto che il fine del mio Blog è riuscire a riflettere sul nostro stile, a viaggiare interiormente attraverso ciò che indossiamo, capire noi stessi utilizzando il nostro gusto per poi farci conoscere ancor prima di proferir parola. Ognuno di noi appartiene ad uno stile, ogni stile può diventare il mezzo di comunicazione di ognuno di noi. Lo stile non è costituito solo da ciò che si indossa, ma anche dal perchè lo si è scelto, dal come lo si indossa, da ciò che si vuole trasmettere e da come ci si vuole mostrare. Se reputiamo tutti questi aspetti come la somma di elementi importanti che raccontano la nostra storia, allora vuol dire che stiamo dando un valore psicologico allo stile.

La domanda che tutti si pongono quando ci si veste è: “come facciamo ad essere fighi ?” In altre parole “come riusciamo a far si che la nostra personalità e persona vengano ammirate ed elogiate ?” Il primo strumento con cui comunichiamo è il nostro vestire. Il proverbio che dice l’abito non fa il monaco non è del tutto vero, perchè è giusto che non ci si debba soffermare all’apparenza ma è pur vero che ciò che indossiamo ha un valore e quel valore è dato sia dalla scelta di aver preferito un brand ad un altro, che da ciò che vogliamo trasmettere con quel look o stile. L’abito inizialmente produce un effetto, vestirsi deve avere in sè un messaggio interiore perchè va a sostituire in prima battuta la comunicazione verbale. Sfoggiare un look rispetto ad un altro, vestire un brand rispetto un altro, deve avere una finalità, deve mandare un messaggio ovvero il nostro messaggio. Noi tutti risultiamo contenitori, se questi contenitori rimangono vuoti non si potrà mai avere valore personale ma ci si affiderà sempre e solo al valore del brand che indossiamo, se invece il contenitore è pieno il suo valore anche se piccolo sarà reale, proprio e vero. Psicanalizzare il comportamento di una scelta non fa altro che indirizzarci verso la creazione di una identità. Se si sceglie di omologarsi alla massa, si sceglie di rompere le differenze di età e di classe sociale, copiare uno stile non fa altro che rendere tutti ‘stessi personaggi’ di un’unica comunità e allora in quel caso non è l’abito che comunicherà il nostro messaggio ma dovranno essere i comportamenti, gli atteggiamenti e le parole di ognuno ad annunciare chi siamo e cosa vogliamo dire. Ma se invece ci affidiamo ai vestiti e allo stile, o gli stili, che mostriamo allora saremo capaci di disegnare la nostra identità. Saremo abili, attraverso ciò che scegliamo di vestire, di parlare, di raccontare e narrare di noi ma anche del brand che portiamo. Pensare che indossare un marchio alla moda o un capo particolare o specifico possa garantire l’essere ‘figo’ vuol dire fingere a se stessi di far parte di uno stile di vita che non rende felici ma tutt’altro, quella felicità è effimera. Se si pensa di darsi valore attraverso gli oggetti in voga allora vuol dire che si è insicuri, che non si crede a quanto si vale e che invece di dare valore alla persona lo si leva. Quindi tutto sta nella scelta e nel perchè si sceglie di vestire un capo. Sapere perchè si sta indossando quel capo equivale a rivelare ciò che abbiamo dentro e cosa vogliamo divulgare.

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Biografie: il brand che condivide la sua storia con chi lo indossa!

Il termine Biografia è un termine composto dalle parole vita e scrittura. il suo significato non si limita solo alla mera narrazione di una vita o di un’ opera, ma è un viaggio nelle vicende interiori della persona, è il ritratto intimo di tutto ciò che rispecchia quella persona o quell’opera.

Proprio con il nome Biografie, il nuovo brand italiano di maglieria 100% organica Made in Puglia, si farà notare presentando a Settembre 2020 negli shop la sua nuova collezione. I capi parleranno del messaggio che l’azienda vuole comunicare, ogni modello di capo rappresenterà la storia con cui è stato creato e trattato, ogni indumento racconterà la propria vita e quella del brand. Biografie è un brand che vuole parlare attraverso i suoi prodotti, attraverso il rispetto per la natura e la sensibilità dell’ecosistema che lo contraddistingue, attraverso il modo di custodire ideali e valori di delicatezza, bellezza, eleganza e maestria. I capi di abbigliamento che creano hanno classe da vendere. Un’ azienda deve distinguersi per ciò che vuole comunicare e il veicolo che usa è dato dai propri articoli. In questo specifico caso Biografie, mediante il capo che mi ha regalato, non solo mi ha dato la possibilità di toccare con mano un prodotto realizzato in materiale organico, non riciclato, con filati nobili, il cui colore è una tinta natura (ovvero ricavata dalle piante), ma ha fatto in modo che il mio corpo fosse coccolato da un tessuto unico, pregiato e sostenitore di ideali elevati. Quando ho indossato il loro capo e mi sono specchiata, ciò che ho visto riflesso è stato un’ unione tra la mia figura e il brand, come se la mia storia e la sua storia si unissero a formare una relazione, un’unica trama. Entrambi risultiamo autori di questo racconto che ha come protagonista il capo che indosso. La scelta di un abito, di una maglia o di un accessorio ha in sè un valore intrinseco, è un mix tra la proposta del brand e il nostro gusto, quando questo connubio trova la sua consapevolezza allora vuol dire che la scelta è stata ottimale. Biografie è dedicato a chi è cosciente dell’importanza di saper scegliere. La meticolosità nel creare ogni capo e nel proporre un massimo di 999 pezzi per modello fà di questa azienda un brand attento ad ogni sua creazione tanto da abbracciare la scelta della limited edition e di collezioni esclusive.

Io mi sono fatta avvolgere dalla morbidezza del puro cashmere, dal calore del tessuto organico, dalla raffinatezza del modello e dalla cura e qualità dei dettagli. Biografie ha condiviso con me la sua storia, io ho condiviso con voi la nostra!

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Collaborazioni in Instagram: ciò che sono e ciò che dovrebbero essere!

Collaborazione in termine di significato vuol dire “una relazione sinergica tra due o più entità che lavorano insieme per produrre qualcosa di meglio di ciò che saprebbero fare da soli”. Michael Schrage (autore di libri sull’imprenditoria ed economia digitale) sostiene che : “la collaborazione consiste nel condividere l’azione di creare: due o più persone con caratteristiche proprie interagiscono per creare una comprensione condivisa della materia sulla quale stanno lavorando che nessuno in passato ha avuto o potrà avere in futuro se deciderà di agire da solo“. Collaborare vuol dire che le persone che intervengono mettono competenze, conoscenze e talento per raggiungere un obbiettivo. Quindi la collaborazione non è un qualcosa che si improvvisa ma è un processo strutturato.

Detto ciò, il mondo di Instagram e delle collaborazioni fatte con gli ‘influencer’ è lontano anni luce dal vero significato di collaborazione. Tutto ha origine dal ‘mondo aziende’ che per sponsorizzare, pubblicizzare i propri prodotti non guardano in faccia il profilo che scelgono ma solo il numero di followers, senza fare un’analisi accurata se sono finti o meno o se sono comprati o meno. Il termine collaborazione non viene usato neanche con il suo adatto valore dall’ ‘influencer’ in questione data la scadente qualità che pone nel presentare un prodotto. Chi non conosce questo mondo pensa che tutto quello che vede brilla di luce propria, ma se solo avesse l’interesse di approfondire vedrebbe che quel luccichio dietro è pieno di oscuri marchingegni. Una realtà in cui le aziende si servono in maniera utilitaristica di profili più o meno reali, e gli ‘influencer’ si mostrano come venditori di multi-prodotti. Questa dimensione ormai diffusa in Instagram snatura il significato di collaborazione e sminuisce il valore della stessa. Aziende che considerano gli ‘influencer’ dei rivenditori dei loro prodotti, e gli ‘influencer’ che raccattano tutto pur di avere in maniera gratuita quel determinato prodotto.

“…iniziai a inviare richieste di collaborazioni a macchia d’olio ed ero sempre più entusiasta…ad un certo punto però mi sono fermata, mi stavo rendendo conto che questa situazione mi stava piacendo poco…stavo perdendo me stessa, ma soprattutto stavo facendo due errori: facevo un favore alle aziende mediocri, facevo un torto alle aziende di qualità” . Una testimonianza del genere dovrebbe far capire che non dare il giusto peso e valore a cosa significa collaborazione può far perdere la bussola e la propria identità.

“…ci sono aziende con cui si è instaurato un clima di fiducia reciproca, ci sono aziende che ti chiedono di parlare esclusivamente bene del loro brand e quelle che ti chiedono di approvare prima il testo che andrai a scrivere, ci sono le aziende, TANTE, che non valutano i profili a cui vanno a dare la collaborazione, mandano alle prime che capita, senza tenere conto dei contenuti di quella persona, infine ci sono le aziende che mandano solo a chi ha un numero spropositato di followers pur sapendo che quei followers sono falsi o comprati”. Questa testimonianza sottolinea la natura delle aziende che circolano su Instagram e che spesse volte sono burattinai di ‘influencer’ marionette.

Una realtà cosi disagiata mette in luce due protagonisti con colpe diverse ma con un unico obiettivo, celare la loro vera natura e mostrare una finta realtà a chi li segue. La veridicità di un ‘influencer’ e la serietà dell’azienda si confonde con numeri fantasma, gallerie mercato e marionettisti in cerca di pubblicità gratuita. Un’azienda che dona fiducia e si fa promuovere da ‘influencer’ con scarsa propensione a creare contenuti e presentazione non merita l’etichetta di qualità e serietà. Un ‘influencer’ che raccatta tutto non merita l’etichetta di intermediario/influenzatore.

Collaborazione è raccontare la storia di quell’azienda, di quel prodotto che si reputa o non si reputa adatto e all’altezza delle aspettative. Collaborazione vuol dire non prendere in giro chi guarda. Collaborazione vuol dire comunicazione, e l’elemento fondamentale di una comunicazione che conta è la qualità. Se solo le aziende scegliessero per qualità gli ‘influencer’ invece che sceglierli per dati statistici e per numero di seguaci allora tutti questi ‘influencer’ non avrebbero gallerie denominate bancarelle. Se solo gli ‘influencer’ non si presentassero come mercanti di cianfrusaglie allora le aziende non li considererebbero bottegai.

Credere in quell’azienda e in quel prodotto, avere ammirazione per quel profilo e per i suoi contenuti non fa altro che dare il giusto peso e il legittimo valore a ciò che significa collaborazione. Forse sarà una realtà utopistica ma denunciare una dimensione del genere può dare spunto per riflettere su cosa e su chi vogliamo prestare attenzione.

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Febbraio e come vestirsi

Febbraio è il mese più corto dell’anno ma i suoi giorni regalano ancora un look pesante. Questo mese è caratterizzato anche dalla Fashion Week di Milano, dove vengono presentate le tendenze dell’autunno-inverno successivo, quindi un mese ancora contrassegnato da capi caldi. Febbraio oltre ad essere il mese freddo è anche il mese che ci concede delle sporadiche giornate di sole con temperature miti, quasi come se preannunciasse la primavera. E proprio per queste caratteristiche a Febbraio possiamo vestirci a cipolla considerando le giuste sovrapposizioni e pesantezze. Mai dimenticare un dolcevita o una maglia sotto un abito in cotone o sotto un cardigan, e completare l’outfit con un cappotto. Il cappotto in questo mese risulta il jolly di ogni occasione, non è solo il capo che tiene caldi ma per il suo essere leggero o pesante, a seconda del suo tessuto, può essere usato sempre. Magari sceglierlo di un colore chiaro o comunque adattabile non solo lo rende versatile ma sarà capace di donare luce alle giornate più grigie. Il mese di Febbraio è anche il mese della festa degli innamorati che per eccellenza porta come colore distintivo il rosso e quindi perché non usare un tocco di questa tonalità per i nostri look? Cercando di non esagerare ma indossando una sola pennellata della sua sfumatura. Giocare con abbinamenti di una stessa palette di colori ma con texture diverse potrebbe portare a rendere dinamico questo mese. Lana e raso, ecopelle e lana, cashmere e cotone, potrebbero essere accoppiamenti che porterebbero a diversificare il solito look. Il mese di Febbraio è anche il mese di carnevale, ma ricordiamoci di non farci vestire ogni giorno da questa festa goliardica e allegra con capi non adeguati al nostro stile, manteniamo sempre sobrietà anche se tendiamo ad essere briosi.

Vestiamoci facendo di Febbraio un mese sbarazzino, viviamo il suo periodo invernale facendoci punzecchiare dall’ avvicinarsi della primavera, mutiamo insieme a lui e divertiamoci indossando le feste che ci propone!

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Non è oro quello che luccica!

Il Sottobosco è uno stile di vita? Questo è il titolo del mio articolo scritto mesi fa in cui mi soffermavo sugli individui che gravitano sul rinomato social Instagram. Avevo messo l’accento su chi è reale e chi non lo è, su chi mostra veramente se stesso e su chi si cela invece dietro un profilo senza palesare chi è realmente.

Oggi invece voglio evidenziare la megalomania che si nasconde dietro un profilo Instagram. Orbitando all’interno di questo famoso social, sono entrata in contatto con diverse tipologie di persone/profili e ne sono rimasta stupita, uno stupore tutt’altro che positivo ma che mi ha spiazzata per il numero elevato di esseri umani che, per diverse collaborazioni con aziende o per l’elevato numero di followers/seguaci, si pongono su un piedistallo creato da loro stessi. Ciò che alberga in questi individui, dato da questi numeri, è la boria e la presunzione di essere gli “influencer” di turno. Il loro obiettivo è di diventare qualcuno che influenza all’acquisto di quello che mostrano, senza considerare che se si esibisce un oggetto lo stesso deve essere raccontato, deve essere descritto secondo il proprio gusto e la propria esperienza. La mancanza di opinione personale non fa altro che mettere l’oggetto in vetrina e non dargli il giusto valore, perché mai e poi mai si compra da una persona di cui non si conosce niente. Questi profili hanno come caratteristica principale l’arroganza di non interagire con chi li segue perché l’umiltà non è contemplata con il loro essere “personaggio”. Nessun contenuto, nessuna interazione, promuovere di tutto pur di essere retribuiti dalle aziende, anche articoli che non si usano o per cui si è contro, contattare le aziende e definirsi “influencer”, non recensire in maniera veritiera ma camuffare la qualità di un capo o di un cosmetico pur di avere consensi. Tutto questo mi fa pensare al concetto machiavellico, raggiungere il proprio obiettivo, in questo caso “notorietà”, senza porre molta attenzione ai mezzi che si utilizzano. Machiavelli arrivò alla conclusione che “nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de’ Principi … si guarda al fine … I mezzi saranno sempre iudicati onorevoli e da ciascuno lodati” , in altre parole “che ogni mezzo utile per raggiungere il proprio obiettivo è lecito”, in quanto l’etica va separata dall’azione politica. Trasferendo questo concetto nel mondo social di Instagram, il fine ultimo è il business e non si guarda minimamente alla natura dei mezzi con cui si raggiunge l’obiettivo. “Mors tua vita mea” sembra essere la prerogativa di questi soggetti subdoli e ambigui. Competere con se stessi e guardare sempre di superare gli altri cercando di emergere senza fare attenzione a cosa si utilizza non è sano, ma appartiene alla schiera dei vizi capitali. Superbia, avarizia, invidia e gola, questi sono i quattro vizi capitali con cui e per cui vivono molti profili in Instagram. Uno di questi personaggi può essere il tuo “vicino” o il tuo “amico” o il tuo “conoscente”, diffidare sempre da chi dice una cosa e poi ne fa un’altra, perché è proprio lì che sta la poca serietà e l’ambiguità. Sospettare della plasticità del profilo e di come si esprime, perché non è naturale ma artefatto. Allontanarsi da chi si omologa, perché fa del suo essere una copia. Siamo persone intelligenti in quanto pensanti quindi facciamo della nostra mente il motore trainante nella scelta di chi seguire. Non è tutto oro quello che luccica, ma per primo non facciamo luccicare noi quel finto oro. Ogni profilo si merita i propri followers, quindi facciamo la differenza e cerchiamo di valutare bene chi seguire e perché lo facciamo.

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La donna degli anni ’50

Donne senza botox, senza tatuaggi, senza la fissazione dell’essere magre a tutti i costi pur di assomigliare alle modelle esili. Donne che portavano con fierezza le loro curve, che mostravano in modo consapevole il loro essere femmina e che esprimevano con eleganza e raffinatezza la loro naturale e semplice bellezza. Queste erano le donne degli anni ’50. Donne che palesavano sensualità e femminilità, donne che desideravano curare il proprio aspetto, che ponevano attenzione a cosa indossavano e a non risultare mai sciatte o trascurate. Il corpo formoso era un’arma di seduzione e non contemplava alcuna volgarità. Icone dell’epoca erano Marilyn Monroe ed Elizabeth Taylor, due donne dal carisma unico. Quegli anni erano ben lontani dall’emancipazione femminile, ancora la donna era vista come la casalinga perfetta, ma ciò che la donna sentiva era di essere apprezzata da chi la circondava. La donna aveva quasi il bisogno di mostrarsi in tutto il suo essere Pin Up. Essere Pin Up voleva dire diventare icona della femminilità con la consapevolezza del proprio potenziale sensuale. Una donna che sottolineava il suo essere adulta ed esibiva la sua vena sexy. La donna e il suo stile sono sempre stati sotto la lente d’ingrandimento della società e dagli anni ’50 sia la forma fisica che il look sono cambiati adattandosi ai canoni che ogni età imponeva. Gli anni ’50 possono definirsi gli anni dalle forme morbide e prorompenti, il seno, i fianchi generosi e un pò di pancetta erano le peculiarità che caratterizzavano la donna di quegli anni, una donna apprezzata e voluta per il suo essere bon ton. Oltre al corpo formoso, ai vestiti ampi e alle gonne a ruota, anche i capelli erano voluminosi con onde che cadevano sulle spalle. La figura della donna coinvolgeva e accoglieva, cosi come anche il suo sentirsi viva, perché vivi si sentivano un pò tutti dopo il periodo di guerra ormai lasciato alle spalle. C’era ottimismo, speranza e fiducia, e per questo la donna di quell’epoca si lanciava verso la cura di se stessa, mirava ad essere felice. Gli anni ’50 sono gli anni delle donne con il punto vita in evidenza ma soprattutto con la vita in netta ripresa. Soffermarsi su come si sentiva la donna degli anni ’50 è un pò come andare oltre e superare gli stereotipi fisici che oggi rendono tutti uguali. Piacersi e piacere non era dato dall’ossessione del fisico ma bensì dalla cura di se stessa e dal comportamento raffinato ed elegante.

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Gli charms, attimi di una storia!

Una vera e propria mania quella degli charms o semplicemente ciondoli, ne creano di tutti i tipi, la fantasia arriva ad alti livelli, ogni azienda ha la sua linea di charms, ogni brand cerca di affascinare potenziali acquirenti creando charms raffiguranti oggetti o esseri impensabili. Una tendenza che sta prendendo piede già da qualche anno, una moda che piace e non dispiace. Se ci riflettiamo sù, gli charms non sono solo ciondoli, non sono solo piccoli gioielli da indossare per mostrarli o farli tintinnare, ma sono delle preziose icone, personificazioni di qualsiasi cosa, dalla cosa più materiale possibile a quella più astratta. Uno charm chiama un altro, perché rappresentano il più delle volte la vita di ognuno, sigillano una promessa, testimoniano un momento, dimostrano un amore. Ognuno di essi porta con se un valore, un significato importante per chi lo sfoggia con entusiasmo. Il creare un bracciale con charms è quasi come comporre un puzzle, ogni pezzo ha la sua rilevanza e insieme ad altri prende una forma diversa. Diventano quasi il megafono dei sentimenti, il portavoce dei pensieri. Perché questi gioielli sono tanto affascinanti? Perché hanno il potere della personalizzazione, ognuno di essi viene scelto per il valore intrinseco che personalmente gli diamo. Uno charm può essere paragonato a livello di valore ad un tatuaggio. Tatuarsi la pelle è mettere per iscritto momenti e ricordi, dare una descrizione visiva a ciò che si sente, è cosi che può essere visto anche il ciondolo, protagonista indiscusso ormai del mondo dei gioielli. Gli charms sembrano non risentire minimamente delle stagioni e questi semplici accessori ormai sono diventati uno stile di vita. Avere uno charm in più è come aggiungere un altro attimo ad una storia, la nostra storia. Ogni elemento di questa storia si mostra e brilla, racconta e narra, diventa espressione individuale. Ogni attimo basta a se stesso ma è anche complementare, ogni charm da solo può rivelare un significato ma aggiunto ad altri può riportare un racconto.

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Gennaio e come vestirsi

Vestire a Gennaio vuol dire vestire i primi giorni dell’anno, e proprio per questo non è solo importante accogliere l’anno che è entrato con un look adeguato, ma riuscire a migliorare l’umore già dai primi giorni dell’inizio del nuovo anno anche solo indossando un colore in più o giocando con gli accessori. Ciò che di solito si pone in secondo piano sono i gioielli, e perché non sfoggiarli in un mese in cui i preziosi propositi dovrebbero prendere forma? Scegliere di portare metalli addosso non solo risulta simbolico ma impreziosisce qualsiasi outfit, dal caldo dell’oro giallo e oro rosa, allo scintillio dei cristalli e dell’argento. I gioielli vestiranno Gennaio e continueranno a festeggiare con il loro luccichio l’entrata del nuovo anno. A Gennaio cade anche il Capodanno Cinese che come sappiamo si esprime per simboli e segni, e quest’anno il suo simbolo/segno è il topo, e già diversi stilisti hanno dato sfogo alle raffigurazioni del topo, come Pinko per l’abbigliamento e Dodo per i gioielli. Un capo che risulta essere presente e molto usato in questo mese è il capospalla, dal piumino al cappotto, dall’eco-pelliccia al parka. In tutte queste varianti il capospalla diventa essenziale e non solo riscalda ma regala, a seconda del modello che si indossa, un aspetto eclettico. Il fatto che in questo mese si può osare con cappotti o piumini, di colori differenti e di svariate taglie e grandezze, pone poca attenzione a ciò che si porta sotto, ma anche una tuta o un capo casual non spoglierà di valore il look. Un valida alternativa ai capi suddetti sono la mantella o il poncho, entrambi danno l’idea che qualsiasi outfit può essere caldo e avvolgente. Altri due elementi che a mio avviso devono far parte dei look di questo mese sono le sciarpe lunghe e colorate che coccolano e completano la mise, e i guanti che non solo proteggono ma donano eleganza e sciccheria.

Gennaio è il mese del pieno inverno e con il nostro vestire diamo una forma ad esso, basta solo scegliere la forma giusta.